Breve storia della musica elettronica

Questo articolo è per te. Per te che non sei riuscito a trovare un articolo capace di darti un introduzione generale, da leggere in pochi minuti, di questa macrocategoria musicale di cui parlano tutti. Per te che hai trovato decine di approfondimenti specializzati sui vari artisti o sottogeneri ma niente che sia rivolto a chi non sa da dove cominciare. Questa è la storia rapida della musica elettronica, pronta per chi vuole cominciare a scoprire tutto quel che ci sta dentro.

Per una storia completa ci vorrebbe un libro, questo è chiaro. E non è escluso che un libro del genere arrivi. Non un libro per lettori già appassionati e capaci di seguire i riferimenti (di quelli se ne trovano già parecchi, magari specializzati in questo o quel genere), ma una storia adatta a chi di musica elettronica non sa nulla: qualcosa di facile da seguire, che ti dia la visione di insieme e ti permetta dopo di cominciare l’approfondimento, secondo il proprio istinto o gusto, forte della prospettiva generale già ottenuta. Storie così in giro non ce ne sono, probabilmente perché non son facili da sviluppare. Quello che leggerete qui sotto è il miglior punto di partenza che possiamo offrirvi, costantemente aggiornato e ricco di spunti da approfondire in un secondo momento. In fondo troverete una guida schematica per nomi e sottogeneri, in modo da proseguire l’approfondimento.


Le origini: gli anni ’70

Prima di tutto, la domanda necessaria è: cos’è la musica elettronica? Qualcuno la definisce “quella musica realizzata tramite l’utilizzo di strumentazioni elettroniche“, ma è una definizione che riteniamo inopportuna, fondamentalmente perché in questo modo tutta la musica contemporanea sarebbe elettronica (la produzione odierna di musica, di qualsiasi genere, passa ormai regolarmente da una fase di elaborazione che include il mondo digitale). Noi, con musica elettronica, preferiamo indicare quel tipo di produzioni orientate ad esaltare il suono prodotto da strumentazioni elettroniche, analogiche o digitali (come sintetizzatori o software). Questo aiuta anche a circoscrivere il raggio d’azione, escludendo momenti storici e/o generi che utilizzano il suono elettronico in maniera incidentale e limitata. La nostra storia della musica elettronica copre le espressioni riconosciute come tali in senso classico.

Per lo stesso motivo, eviteremo di far risalire la nascita della musica elettronica troppo indietro nel tempo: quello lo lasciamo a un livello di approfondimento successivo, che indaga diverse sperimentazioni lungo l’intero ventesimo secolo. Per il neofita, il modo più semplice e opportuno di scoprire le origini della musica elettronica è dichiarandone la nascita negli anni ’70. In quegli anni, soprattutto nella seconda metà del decennio, diversi artisti europei iniziarono a mettere a frutto le nuove possibilità sonore rese disponibili dai sintetizzatori, alcuni usandoli come elemento di contorno al proprio stile (è il caso di alcuni nomi storici del progressive rock di quegli anni, come Pink Floyd o Genesis), altri dando vita a un nuovo modo di intendere la produzione musicale che desse pieno risalto alle nuove sonorità: fu con l’intenzione di produrre musica dai tratti più futuristici che nacque di fatto la musica elettronica.

Se chiedeste un nome di artista, solo uno, che possa essere indicato come “inventore” della musica elettronica, quasi tutti vi risponderanno nello stesso modo: i Kraftwerk. Gruppo tedesco che si fa cadere nel cosiddetto krautrock (un’avanguardia del rock psichedelico), ma che, intorno al 1974, iniziarono ad orientare la propria produzione musicale nella costruzione di un’immaginario sonoro composto dall’utilizzo massiccio di componenti elettroniche. Autobahn fu il primo album della loro fase elettronica, il primo di una serie di dischi di culto per gli amanti di questa musica: oltre ad Autobahn, Radio-Activity, Trans-Europe Express e The Man-Machine. Quest’ultimo, anno 1978, ufficializzò l’immagine dell’uomo-macchina, del robot, esaltandone i tratti artificiali di quella musica e ponendo di fatto le basi di quello che il pop fece con l’elettronica nel decennio successivo (The Robots viene spesso definito come il primo esempio compiuto di pop elettronico).

Gli anni ’70 videro anche altri protagonisti: Jean-Michel Jarre e Vangelis (che faremmo ricadere sotto il tag classico electronica), i Tangerine Dream (la cosiddetta kosmische musik, sempre all’interno del krautrock), Giorgio Moroder (e il modo in cui cambiò la disco music) e Brian Eno (soprattutto con i suoi contributi nello sviluppo della musica ambient) furono alcuni degli altri big players nell’evoluzione elettronica degli anni ’70. Furono gli anni in cui la produzione elettronica era ancora considerata una sperimentazione d’avanguardia portata avanti da pochi singoli. Il periodo più aristocratico e amato della storia della musica elettronica, il momento in cui le armi vennero affilate per ciò che sarebbe accaduto successivamente e l’arco temporale da cui più spesso avviene il ripescaggio degli artisti di culto che diedero vita a un intero, nuovo filone musicale.


L’adolescenza: gli anni ’80

Fu invece nel decennio successivo, i famigerati anni ’80, che la musica elettronica conobbe il vero successo, trasformando la musica pop. Tutti gli anni ’80 sono spesso ricordati in accezione negativa per come abbiano “esagerato” nel cavalcare la moda della musica elettronica (in modo molto simile a quel che accadde alla disco qualche anno prima), ma quello può essere considerato un peccato veniale nella gestione di un suono innovativo, che raccoglieva gli entusiasmi degli ascoltatori e presentava un numero enorme di possibilità evolutive. Quegli anni ci piace ricordarli così. Il pop elettronico (chiamatelo synthpop, electropop o dance pop, non staremo troppo a far distinzioni) nacque agli inizi degli anni ’80, sempre in Europa, e fondamentalmente non morì mai: Depeche Mode (sopra, e qui per la monografia completa), Soft Cell, Orchestral Manoeuvres In The Dark, Visage, Tears For Fears e Alphaville alcuni dei nomi della prima fase (quella crescente), Pet Shop Boys ed Erasure quelli della seconda metà del decennio (considerata già la fase di declino della popolarità).

Gli anni ’80 furono anche protagonisti di un’altra rivoluzione legata alla musica elettronica. La nascita dei due generi musicali che da allora domineranno l’universo dance per sempre: house e techno. Due invenzioni 100% americane (si associa la nascita della techno a Detroit e quella della house a Chicago) che a inizi ’80 irruppero con prepotenza nel mondo del clubbing (fino a quel momento dominato dalla disco) e non ne uscirono più. All’inizio le differenze tra i due generi non erano così evidenti, ma col tempo le identità divennero più nette, con la house a sviluppare un sound più regolare e facile da seguire mentre si balla e la techno a spingere più sul versante alienante e sui ritmi accelerati. Giusto una manciata di nomi fondamentali della primissima fase: per la house, Frankie Knuckles, Marshall Jefferson e l’entusiasmante onda acid house con Mr. FingersPhuture e gli altri (se volete saperne di più, andate di corsa qui); per la techno, i tre che inventarono tutto furono Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson.


La maturità: gli anni ’90

Guardando la questione come se fosse un organismo in crescita: se gli anni ’80 furono quelli che si divertirono a “giocare” con la questione elettronica in modo allegro, quasi adolescenziale, gli anni ’90 iniziarono a prendere la cosa in modo più serio e adulto. Ma prima che ciò accadesse, ci fu una serie di eventi in rapida successione che cambiò la percezione delle cose in quel momento, perlomeno in Europa. Accadde che le teorie techno e house d’oltreoceano attecchirono nel vecchio continente e iniziarono a dare vita a diverse nuove evoluzioni, più cattive e veloci. L’acid house conobbe un nuovo momento di entusiasmo in Inghilterra e a ciò si aggiunse una nuova arrivata, la jungle, una musica dance caratterizzata da breakbeat veloci che spopolò in quegli anni. Acid house, jungle e (più tardi) drum’n’bass (evoluzione logica della jungle) furono le musiche che diedero vita all’era dei rave, che costituì un fenomeno sociale e musicale di enorme influenza su tutto quel che accadde nei 90s e compose l’universo denominato hardcore (o, se volete usare lo slang del tempo, ‘ardkore). Qualche nome? A Guy Called GeraldThe KLF, Baby Ford per la acid house britannica, 4hero e Altern 8 per la jungle, Goldie, Roni Size o Aphrodite per la drum’n’bass.

Non solo: accanto alla musica dei rave, gli anni ’90 video la nascita della trance, altro genere musicale dance particolarmente energico, vivo ancora oggi (sebbene con caratteristiche diverse), che ebbe enorme impatto sulla scena. In più, i ’90 diedero vita a una dance dai tratti più commerciali che prese piede molto velocemente nelle radio, denominata eurodance. Chi ascoltava le radio in quel periodo ricorderà Corona, Haddaway, La Bouche e tanti altri. Se in tutto questo passate anche dalla techno olandese e belga, avrete un’idea di come andavano le cose dance orientate ai giovani in quegli anni: secche, rapide ed esplicite, fatte per un pubblico spensierato che non richiedeva grande complessità.

Fu così che, in mezzo a tanti eccessi dance, emerse presto il bisogno di un’uso più elegante e nobile della musica elettronica, e ciò diede origine ad alcune delle espressioni elettroniche più belle degli anni ’90. Un sound che ebbe enorme successo negli ambienti intellettuali fu la cosiddetta intelligent dance music (IDM), che tento di dare una forte dimensione intellettuale alle possibilità dei ritmi elettronici: l’onda partorì miti come quelli di Aphex Twin (di cui vi abbiamo offerto una monografia tutta particolare), Autechre e Boards Of Canada, etichette come Warp Records e, in generale, alcune delle espressioni più affascinanti di tutto il filone musicale elettronico. Inoltre, nella seconda metà del decennio, ci fu un altro genere vistoso che spiccò tra i figli delle intuizioni della musica elettronica.

Fu il trip hop: altra invenzione del Regno Unito, sound che conquistò le heavy rotation delle televisioni musicali e stile che influenzò decine di artisti, fino ai nostri giorni. Fu la colonna sonora dei pomeriggi piovosi, il sound dell’introspezione e il capostipite delle mille espressioni di musica elettronica emotiva che vivono ancora oggi. I tre nomi assoluti del genere sono i Massive Attack (sopra, ma potete riscoprirli meglio nella nostra monografia alternativa dedicata a loro), i Portishead e Tricky, attivi nell’arco di tre decadi e amati anche da chi di musica elettronica non può definirsi esperto.

Ultima onda rilevante da segnalare negli anni ’90 (e ne stiamo già tralasciando parecchie altre) fu quella del cosiddetto electro rock di Chemical Brothers, Prodigy, Fatboy Slim e vari altri. Lo si può far coincidere con la definizione di big beat, comprende artisti di estrazione diversa ma costituisce un’unica intenzione di introdurre le sonorità elettroniche in una sfera musicale che risponderebbe alle esigenze classiche del rock.


La ricostruzione: gli anni ’00

Nel momento in cui la musica elettronica arriva al nuovo millennio, si ritrova di fronte l’enorme eredità di tutte le grandi espressioni lasciate dal decennio precedente, più una grande consapevolezza: inventarsi qualcosa di nuovo diventa sempre più difficile, e nel frattempo ci sono sempre più esempi in cui la musica del passato risulti tanto interessante da spingere alla riscoperta. Per cui, a partire da questo momento, iniziamo a notare sempre più spesso filoni e intuizioni musicali che si concentrano sul rivisitare, reinterpretare, ricostruire generi già esistiti, che magari hanno completato il loro ciclo di vita troppo presto.

Tra tutti i prodotti dell’elettronica anni 2000, il dubstep fu la più rilevante e forse quella che vuole sfuggire maggiormente al luogo comune che vuole ogni espressione musicale di questo millennio come ripresa di qualcosa di precedente. Si sviluppò nella prima metà del decennio come mix intelligente di broken beat, bassi e alterazione delle metriche classiche e incluse momenti più oscuri ad altri più introspettivi. Riuscì ad attraversare anche il decennio successivo, cambiando intanto atmosfere, tra espressioni più solari e derive più giovani. Il genitore diretto fu la 2-step garage, altro sottogenere emerso nel passaggio al nuovo millennio, che fondamentalmente ne inventò la ritmica (e che raggiunse l’apice di popolarità con Artful Dodger e Craig David). Fu l’ultima delle onde elettroniche davvero amate dal pubblico di genere, oggi da molti rimpianto. Artisti chiave: Burial (sopra), Skream, Benga (prima onda), Sepalcure (post-dubstep) e Skrillex (deriva brostep e declino del genere).

Il resto, per quanto riguarda gli anni ’00, fu una miriade di micro-intuizioni singole, che ne fece il decennio più multisfaccettato della musica elettronica. In fondo passò rapidamente e per molti quasi non successe nulla, eppure si rese protagonista di molte esplosioni localizzate, magari di durata contenuta, ma che tutte insieme rappresentarono un bell’esempio di fantasia e eclettismo: nelle fasi iniziali ci fu l’electroclash (rapida evoluzione “fashion” della house fatta di suoni ipereccitati e nomi come Felix Da Housecat e Miss Kittin); più avanti arrivò il wonky (visione avanzata dell’hip hop astratto, l’abbiamo approfondito di recente), lateralmente ci fu il grime (il fratello nero del dubstep, col spiccato carattere rap, riferirsi a gente come Dizzee Rascal), al piano superiore la french house (tutta la serie di artisti francesi che rinnovarono l’energia house in fare allegrotto, da lì l’esplosione dei Daft Punk, l’onda dei Justice, i Cassius e la Ed Banger), qua e là spiccarono schegge come il nu rave (chitarre, elettronica e tanta energia, vedi Klaxons), il dance punk (come sopra ma ancor più ruvido, riferirsi a LCD Soundsystem e tutta la DFA Records) e la fidget house (l’evoluzione ancora più drogata dell’electroclash, bastano i The Bloody Beetroots per capire) e noi ci mettemmo del nostro con la italo dance di Gigi D’Agostino e gli altri. Tutti insieme allegramente a dar volti diversi a un universo musicale sempre più complesso e variopinto, capace di includere tutto. Con quest’andamento, arrivammo al nuovo decennio.


La storia continua: gli anni ’10

È questo lo spirito che ha ancora possesso della musica elettronica oggi. Si ha sempre la sensazione che le prerogative siano infinite, ma bisogna trovarle tra le fessure, negli spazi minuscoli tra un’intuizione e l’altra, mentre il passato reclama ancora a gran voce il proprio peso in termini quantitativi e qualitativi. Non sono molte di fatto le nuove tendenze emerse nel decennio in corso, ma sono tantissime le piccole esplosioni inventate da una manciata di artisti, che in modo più o meno evidente han fatto trend.

La più grossa, finora, è probabilmente proprio l’EDM di cui si è parlato così tanto in tempi recenti: una nuova ripresa della dance commerciale alla luce dei nuovi software per la produzione musicale, che hanno aperto nuove possibilità a una generazione di artisti più larga. Ne sono nati nomi come Avicii, Zedd e Martin Garrix, l’onda è durata già diversi anni e da qualche mese si vedono netti segnali di declino (qualcosa che in realtà fa parte dei cicli naturali del fronte commerciale: 4 anni di entusiasmo seguiti da un momento di riassetto).

Accanto ad essa, negli ultimi anni son venuti fuori una nuova miriade di piccoli frammenti che in un modo o nell’altro hanno mostrato la propria influenza: il glo-fi (rivisitazione in chiave nostalgica e narcolettica del pop classico, sentite Washed Out), il footwork (un’accelerazione del breakbeat dai tempi strettissimi, DJ Rashad rules), la trap (una specie di figliastra maledetta di dubstep e rap che piace tanto ai giovani, vedi i Flosstradamus), la witch house (piccola parentesi dark col gusto dell’occulto, fare riferimento ai Salem) e l’elettronica emotiva (dalla componente cantautoriale forte, frutto soprattutto del contributo di James Blake, a cui poi sono seguiti i vari SohnChet Faker e RY X). Nel frattempo, la musica pop si lascia contaminare dalle tante intuizioni underground e finisce pure per sdoganare la cosiddetta future bass, uno strano mix di parti vocali e ritmiche vivaci che sta segnando i giorni nostri (la disamina separata la trovate qui). E la storia continua.

Qui ci fermiamo, almeno per il momento. Finora, la musica elettronica è stata una giovane ribelle che si è presa sulle spalle gli oneri di dare carica sperimentale e nuove idee al corso della musica degli ultimi 40 anni. Lo ha fatto in maniera istintiva, a tratti acerba, ma ha già avuto dei picchi di qualità assoluta. Lo spirito è ancora quello giovane (nella stessa misura di quanto giovani sono i produttori che la compongono) e la sensazione è che possa fare ancora diversi “colpi di testa”, prima di raggiungere una possibile (utopica?) fase di maturità. La vitalità c’è tutta, le possibilità pure. La vera sfida a questo punto è quella di restare originali. E diventa sempre più difficile.

Electronic Music: guida all’approfondimento

Di seguito troverete i principali macrogeneri della musica elettronica, e per ognuno di essi i nomi principali della prima fase di quel genere. Ovviamente per ogni genere la storia è continuata anche nei decenni successivi e un buon approfondimento include anche i nomi che hanno dato continuità a quel genere lungo le decadi. Per esempio, per la techno vi abbiamo indicato i nomi principali dei primi anni, ma in fase di approfondimento dovrete fare conoscenza con nomi successivi come Ricardo Villalobos, Basic Channel e Paul Kalkbrenner. Questo tipo di approfondimento vi verrà naturale una volta che indagherete all’interno della storia di ogni genere. Noi stessi vi aiuteremo nel tempo, pubblicando in futuro delle mini-storie dedicate ai vari generi, di cui troverete i link di seguito.

  • Le origini: gli anni ’70
    • Krautrock elettronico/kosmische musik: Kraftwerk, Tangerine Dream, Klaus Schulze
    • Electronica: Jean-Michel Jarre, Vangelis
    • Electronic disco: Giorgio Moroder, Cerrone, Chic
  • L’adolescenza: gli anni ’80
    • Electronic pop – i pionieri: The Human League, Yellow Magic Orchestra, Gary Numan, John Foxx, Ultravox, The Normal, Fad Gadget
    • Electronic pop – il successo: Depeche Mode, New Order, Soft Cell, Orchestral Manoeuvres In The Dark, Visage, Yazoo, Duran Duran, Spandau Ballet, Japan, Tears For Fears, Alphaville, Bronski Beat, Pet Shop Boys, Erasure
    • House: Frankie Knuckles, Marshall Jefferson, Mr. Fingers, Jesse Saunders, Robert Owens, Jamie Principle, Phuture
    • Techno: Cybotron, Juan Atkins, Derrick May, Kevin Saunderson, Carl Craig, Jeff Mills, Plastikman, Underground Resistance, Robert Hood
  • La maturità: gli anni ’90
    • Hardcore: 808 State, The KLF, Altern 8, 4hero, Goldie, Roni Size, Aphrodite
    • Trance: Paul Van Dyk, Energy 52, Sasha
    • Eurodance: La Bouche, Corona, Ace Of Base, Haddaway, Paradisio
    • IDM: Aphex Twin, Autechre, Boards Of Canada, The Black Dog/Plaid, Global Communication
    • Trip hop: Massive Attack, Portishead, Tricky, Morcheeba, Sneaker Pimps, Unkle
    • Big Beat: The Chemical Brothers, The Prodigy, Fatboy Slim, The Crystal Method, Groove Armada
  • La ricostruzione: gli anni ’00
    • Dubstep: Skream, Benga, Distance, Burial, Mala, Kode 9, Silkie, Boxcutter, Pinch, Plastician
    • Electroclash: Felix Da Housecat, Miss Kittin, Adult, Vitalic, Peaches, Fischerspooner
    • Grime: Wiley, Dizzee Rascal, Kano, Lethal Bizzle, Skepta
    • French House: Daft Punk, Justice, Cassius, Etienne De Crecy, Alex Gopher
    • Wonky: Flying Lotus, Hudson Mohawke, Lukid, Samiyam, Rustie, Onra
    • Nu Disco: Dimitri From Paris, Lindstrøm, Prins Thomas, Todd Terje
  • La storia continua: gli anni ’10
    • EDM: Avicii, Zedd, Martin Garrix, Calvin Harris, David Guetta
    • Elettronica emotiva: James Blake, Jamie Woon, SBTRKT, Sohn, Chet Faker, RY X
    • Glo-fi: Washed Out, Toro Y Moi, Neon Indian, Com Truise
    • Footwork: DJ Rashad, DJ Spinn, Traxman, RP Boo
    • Trap: Flosstradamus, Baauer, RL Grime, TNGHT
    • Future bass: Flume, DJ Snake, Lido, Odesza, Cashmere Cat, Kasbo

20 thoughts on “Breve storia della musica elettronica

  1. Sto cercando faticosamente di capire come e quando dall’acid house è sorta la techno europea. Quest’ultima è diversa, secondo alcuni, da quella di Detroit; ma se questa è sorta prima, nell’86-88 (quindi il nome già c’era per essere utilizzato): o l’acid è diversa dalle successive produzioni di techno europea (che invece prende il nome del genere di Detroit), pur avendo l’acid house delle sonorità per nulla soul come l’house normale; o se sono apparentemente uguali, visto che per qualche anno credo abbiano convissuto (fine 89-91) da che si distinguono? Per es. What time is dei Klf ha un giro di note molto simili a dei pezzi di qualche anno dopo classificati come techno, ma è (almeno la versione dell’88) classificata come acid.

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    1. tieni conto che oggi noi siam tutti bravissimi a definire qualcosa techno o house, ma a quei tempi la distinzione non era tanto netta, e tutta la musica che stava conquistando l’Europa in quegli anni era definita “la house/techno dagli Stati Uniti” 🙂 E anche il tag ‘Acid’ è qualcosa che si poteva applicare sia ad house che a techno. La cosa migliore è non focalizzarsi troppo sulle etichette di genere e seguire invece il flusso evolutivo delle tendenze musicali nel tempo e nello spazio. Che ne dici?

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