Il mio nome è Aphex Twin

Il mio nome è Aphex Twin. Sono quello che ha fatto scatenare i picchi più alti di fibrillazione generale degli ultimi anni. Quello che si diverte a produrre musica sotto falso nome e poi guardare il mondo strozzarsi dal dubbio, quello del dirigibile sopra Londra, quello delle centinaia di tracce pubblicate di punto in bianco su un profilo Soundcloud anonimo, quello che rilascia pochissime interviste. L’ultimo genio, il mito di ogni creativo, quello che ha prodotto la più interessante musica elettronica di sempre, almeno stando a quel che dicono di me.

Non mi avete sentito parlare spesso in prima persona. Perché, fondamentalmente, tutti gli aspetti giornalistici del mondo musicale mi stanno sul cazzo. Mi diverto a creare scompiglio, quello sì, ma non vedo motivo di espormi, mai. A dire il vero, non posso nemmeno dire di avere poi tanto a cuore la mia base fan. Quel che faccio è semplicemente musica, e fondamentalmente lo faccio per me, perché quella è la mia natura. Dicono che è tipico dei grandi artisti, no? Faccio la musica più spiazzante, alternativa, a tratti cervellotica di cui sia capace, e non mi pongo il problema di quanto possa piacere al pubblico. Anzi, una parte nemmeno tanto nascosta di me gode come un riccio a sapere che la mia eventualmente sia musica talmente complessa da non piacere al grande pubblico. Ma intanto è glorificata dagli addetti ai lavori.

Ho cominciato abbastanza presto a creare hype e generare chiacchiericcio, devo ammetterlo. Il mio primo album fu Selected Ambient Works 85-92, lo rilasciai quando avevo ventun’anni e, sapete, mi son divertito un sacco a osservare le reazioni della stampa allo scoprire che in quel disco c’era materiale composto a partire da quando ne avevo 14. Son quelle piccole cose che nel mondo giornalistico si amplificano da sole. Come quella leggenda del remix concordato che non avevo preparato: quando me lo chiesero, gli diedi un pezzo a caso tra i mille che non avevo mai rilasciato, e pare che piacque a tutti. Son queste le cose che creano il personaggio Aphex Twin, e devo ammettere che non faccio poi molto per limitarle.

Non che musicalmente sia un tipo svogliato o sopravvalutato, eh. L’album che vi dicevo prima, insieme al secondo volume pubblicato nel ’94, fu uno degli esempi più intelligenti di musica elettronica d’ascolto degli anni ’90. Era il periodo dell’hype intorno alla cosiddetta IDM, la Warp stava attirando l’attenzione di tutti, quell’automa seduto in poltrona aveva fatto parlare un sacco di sé e realtà artistiche come Autechre o The Black Dog stavano facendo una musica che passerà alla storia come una delle intuizioni più geniali di sempre. Era una specie di musica dance cerebrale, aveva la complessità e le idee della techno, ma una finta calma che a volte la trasformava in una ambient rivolta ad ascoltatori più esigenti. Erano i tempi degli eccessi rave e si aveva un bisogno enorme di dare una dimensione intellettuale alle intuizioni techno, capite? Ed era un prodotto 100% UK, frutto dell’eclettismo originale per cui siamo famosi. Son tutte queste cose che decretarono il successo della nostra musica.

Dopo quel periodo, devo ammettere che coltivare la mia immagine di genio dell’ambient-techno divenne un compito sempre più difficile. Pubblicai …I Care Because You Do nel 1995 e il Richard D. James Album nel 1996, ci misi la faccia direttamente in copertina e mostrai un lato più spigoloso di me, una architettura più nervosa, più geometrica, più adatta al tipo di pubblico che si era creato intorno alla mia figura, tanto assetato di materiale che alimentasse necessità a livello tutto cerebrale. La mia musica doveva essere il rompicapo a cui tutti dovevano appassionarsi, ed è questa la direzione che era meglio seguire in quel momento. Fu anche il periodo in cui vennero fuori alcune delle mie tracce più amate, come Alberto Balsam (sopra) o Cornish Acid, e diedi un contributo importante alla naturale evoluzione della prima ambient-techno in una fase successiva, quella che iniziò a venir chiamata sempre più spesso braindance.

Poi ebbi il grande colpo di genio. Nel ’97 pubblicai l’EP Come To Daddy, dalla titletrack tirai fuori il video di Chris Cunningham che vedete qui sopra, in cui presi un po’ per il culo l’immaginario death metal, qualche anno dopo con Cunningham feci la stessa cosa con Windowlicker e il mondo hip hop, e lì diventai una star. Diventai “pop“, se mi consentite questo termine. Perché lì fu chiaro una volta per tutte che se sei un genio, se lo sei davvero, puoi penetrare l’immaginario pop con autorevolezza senza che per questo nessuno dica che stai svendendo la tua qualità. È un livello superiore di genialità riconosciuta, e mi riuscì benissimo. Quei due video furono la cosa più famosa che feci: furono due pezzi dal sound killer fin dal primo ascolto, uno industrial e l’altro più elegante, ed entrambi i video giocano sull’espediente di mettere la mia faccia sui bambini o sulle ballerine in bikini. Per me è un’enorme soddisfazione vedere in quanti ne parlano ancora oggi. Windowlicker ve lo piazzo qui sotto e, sono sicuro, a voi farà piacere rivedervelo per l’ennesima volta.

Fu la consacrazione del mio personaggio. Da lì iniziai a spaziare con maggiore libertà verso quello che volevo. E pubblicai infatti la mia musica più ambiziosa, proprio perché meno legata alle aspettative che si avevano su di me. Drukqs, il mio doppio album di trenta tracce pubblicato nel 2001, fu la mia release più discussa. Dentro alternai esempi della braindance più aggressiva e accelerata che abbia mai fatto ad alcuni pezzi calmissimi, spesso usando solo il piano. Qualcuno disse che fu il mio album jazz. Qualcun’altro sollevo alcune perplessità. Io non ci feci troppo caso e continuai a seguire il mio istinto.

Durante i 2000 mi appassionai di nuovo alle produzioni coi sintetizzatori analogici, curai la serie Analord col moniker AFX e ne tirai fuori Chosen Lords, nel 2006, in cui cercai di cristallizzare il miglior equilibrio ambient-techno possibile. In pochi mi ricordano per quel disco, ma devo dire in realtà che fu una delle mie cose più riuscite: maturo, robusto, mostrava decisione, era orgoglioso del concetto sottostante e della storia che mi aveva portato a comporlo. Ogni traccia aveva sia atmosfera che ingegno, e mostrava un’affascinante armonia tra quelle due direzioni. E poi aveva quell’inarrivabile fascino old school dei vecchi sintetizzatori, una cosa che gli diede un’aria da instant classic.

Gli anni ’10, lo ammetto, furono quelli in cui mi divertii più a scherzare coi meccanismi dell’hype web. Nel 2014 feci anche esplodere quella bomba del disco perduto, Caustic Window, e la kickstarter che ne nacque per ristamparlo in vinile raccolse oltre 60mila dollari in poche settimane. E poi lo misi in streaming online gratuito. Sono proprio un birichino, eh? A quel punto pubblicai anche Syro, il mio sesto album ufficiale. Non fu esattamente un successo per tutti, ma che importa. Questa è la mia fase web, non ho più l’impellente necessità di continuare ad alimentare la mia leggenda (che in realtà continua ad autoalimentarsi anche se non pubblico nulla) e non c’è danno che possa fare tanto grosso da rovinare la mia immagine.

Me la spasso, insomma. Quel video dal nuovo EP che avete visto qualche giorno fa, questo qui sopra, rientra in quest’ottica. Il nuovo EP tra l’altro mostrerà un nuovo lato di me, e questo in parte mi riappacificherà con alcuni dei miei detrattori della seconda ora. Intanto per voi che mi state leggendo, fan maturi che mi conoscono da anni o giovani ascoltatori che mi scoprono solo ora, ormai dovrebbe essere chiaro: sentirete ancora parlare di me come uno dei più grandi geni della musica moderna. Continuerete ad ascoltarmi con la massima attenzione e, se anche una parte di voi non apprezzerà la mia musica, non lo direte troppo ad alta voce. Per non far la brutta figura di quelli che “non capiscono il genio di Aphex Twin“. È così che funziona con me.

 

Le monografie di Aural Crave sono monologhi immaginati in cui l’artista viene raccontato in prima persona. La verità che incontra l’interpretazione, un modo stimolante per riscoprire i personaggi chiave dei nostri tempi.

Vedi anche:

kraftwerkBreve storia della musica elettronica

aphextwin_cheetahEP: Aphex Twin – Cheetah

14 thoughts on “Il mio nome è Aphex Twin

  1. Carlo Affatigato sei un personaggio piuttosto ambiguo. Mi chiedi di darti una risposta alla mia piu’ che legittima critica alla TUA monografia su Aphex Twin e di tutta (non) risposta mi blocchi su Facebook e non mi rispondi su Messenger. Qualcosa da nascondere alla mia piu’ che legittima risposta di fornirmi la versione originale (suppongo in inglese, isn’t it?!) della suddetta monografia spacciata per pugno del povero Richard D James. Aspetto una risposta almeno qui… ( E non credo che un giornalista “navigato” come te di sia sentito offeso dalla mia frase ” articolo di merda ” . No , non ci credo )
    Paolo Musso

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    1. Ciao Paolo, ti rispondo ovunque tu voglia, se usi toni decenti. L’uso di quella parola marrone in modo gratuito non mi offende mica (figurati), ma esclude ogni possibilità di confronto educato e rispettoso, oltre che generare quel clima di disturbo in una pagina pubblica che su Aural Crave non è ammesso (è un’altra cosa che ci distingue dagli altri, ormai assuefatti dai commenti pecorecci che contraddistinguono i social). Se la domanda che, in mezzo ai vari “merda” e affini, avevi intenzione di porre educatamente era “questo articolo è una autobiografia tradotta da un testo scritto personalmente da Aphex Twin?”, la risposta credo sia ovvia e l’abbiano capita tutti, oltre ad essere esposta in maniera chiara dallo stesso Aural Crave. Nel tuo caso il problema è stato che hai posto una domanda ingenua e hai usato toni irrispettosi, per questo ti è stata vietata la possibilità di commentare 😉 ma puoi continuare a seguirci qui

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      1. Carlo il fatto è che fare questo genere di roba non ti si addice perchè scrivi in modo mediocre e non hai un cazzo di stile. Non hai un cazzo di stile nemmeno nel rispondere alle critiche del lettore random. Baciammamma

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