The Fat Of The Land, vent’anni dopo: i Prodigy e la spettacolarizzazione rave

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C’era una volta l’estetica rave, ultragiovane e allergica a ogni compromesso, fatta per adolescenti scalmanati che partivano la sera, carichi di pasticche e alcol verso una meta scoperta col passaparola giusto pochi minuti prima, nel modo così oscuro ed eccitante in cui si diffondevano le notizie circa ciò che sotto la Thatcher era illegale. C’era, ed era pura, incontaminata e ossessionata da un’idea di futuro irraggiungibile. Poi, anni dopo, venne lo spettacolo, i riflettori, la fama e lo sdoganamento, il sound che piace a tutti, i milioni di copie vendute in tutto il mondo, le nomination ai Grammy e al Mercury Prize e la presenza in tutte le classifiche di dischi della vita che si rispettino. Era il 30 Giugno 1997 e a realizzare tutto ciò furono i Prodigy, con The Fat Of The Land.

E via, la storia era già fatta e a chi vuoi che importi se i fan ortodossi dei rave che furono non apprezzarono l’operazione. La pop art non è per tutti, ma è necessaria a tutti, a tutte le forme d’arte che ci tengono a mostrare il proprio potenziale. I tempi di Charly e dell’adrenalina portata dagli acidi erano ancora freschi ma insomma, il futuro era il futuro e qui stavamo maneggiando materiale esplosivo che stava per fare la differenza. La differenza tra un sound eterno sui libri di testo perché rimasto scolpito in un’epoca storica nel cuore dei fan della dance, e un sound reso eterno de facto come rappresentazione imperitura dell’elettronica da sballo, ieri, oggi e sempre, in cuffia, nelle pubblicità e nei film d’azione.

I secondi anni ’90 d’altronde stavano sguazzando da un po’ con quest’ambizione di rendere la musica elettronica giovane una cosa un-bel-po’-più-rock. Chiamatelo big beat o electrorock, coinvolgete i Chemical Brothers (che qualche settimana prima pubblicavano  Dig Your Own Hole), Fatboy Slim o i Crystal Method, ma la contraddizione resta: quello che gli altri facevano con l’ambizione professionistica, i Prodigy lo svelarono in tutta la sua svergognata predisposizione commerciale. Era una cosa che non andava detta, ma come facevi a tenere nascosta Smack My Bitch Up, magari millantando che il mondo non ne avrebbe avuto bisogno. Non potevi. È quella spinta che tutti odiano, quella che “rovina il rigore di un genere nel momento stesso in cui lo rende commerciale“, la solita cazzata detta da chi non capisce che è questo l’unico modo per rendere quel genere immortale. Che poi sarà anche il canto del cigno, e dopo di esso verranno le ricostruzioni, i recuperi e le indagini storiche. Ma la dimostrazione di forza no, quella avviene quando sfondi il muro della globalità.

Se poi riesci a farlo arrivando anche al punkettone che ascolta i Nirvana ma una passata in radio di Firestarter non la disdegna, allora hai vinto il gioco offrendo al tempo stesso una lezione accademica sulle sue stesse regole. E non è esattamente una cosa che puoi minimizzare con quel classico “non era necessario“. Niente è necessario e tutto è potenzialmente di una noia mortale, se non fosse per quei pochi incoscienti che fanno capolino di tanto in tanto nella linea della storia e decidono di andare contro tutto e tutti, facendo una cosa altamente sconsigliabile. The Fat Of The Land era fatto con nitroglicerina liquida maneggiata da tre scalmanati che non avevano idea di quanto fosse instabile. Alla fine fabbricarono una bomba.

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