I dieci album migliori per (ri)scoprire la Warp Records

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Iniziò tutto in un record shop a Sheffield, quel FON – diventato più tardi Warp Shop – in cui il duo Rob Mitchell e Steve Beckett, proveniente da una scena underground fatta di drum machine, bass e bleep techno, incontrò il produttore e ingegnere del suono Robert Gordon. Warped Records diventa nel 1989 un’etichetta discografica a tutti gli effetti, che per semplicità di comunicazione si trasforma in Warp Records, tagliando la desinenza finale, difficile da comprendere al telefono per chi ordinava materiale da fuori confine.

Sì, perché la scena ispirata dalle deviazioni sperimentali di Cabaret Voltaire e The Human League fu solo uno dei primi input che trasformano un negozio di dischi con studio di registrazione in un’istituzione per l’elettronica mondiale: la passione del trio per trasformare il futuro della dance in qualcosa di estremamente più complesso e decisivo si ritaglia ben presto un posto nell’underground. Ogni dettaglio è maniacale, nella scelta del design per le copertine, nella scrittura delle note allegate ai dischi. Tutto è studiato per diffondere un nuovo concetto di elettronica, che di lì a poco verrà definito “intelligente”, conciliando i fermenti della techno all’ascolto cerebrale, emotivo di una traccia.

Qualche anno più tardi, dopo aver realizzato la prima, storica release dell’etichetta (Track With No Name, come Forgemasters), Gordon abbandona. Mitchell e Beckett cominciano a scovare nel Regno Unito un nido di artisti completamente fuori dagli schemi, destinato a disegnare le trame della techno europea. Nel giro di pochissimo tempo, Warp diventa un fattore cruciale anche fuori le mura britanniche, coinvolgendo una fetta nutrita di pubblico che dapprima appare intimorito dalla novità, poi ne sposa l’inarrestabile ascesa.

Come si riassume in pochi capitoli questa lunghissima storia? Visto soprattutto che, dopo trent’anni, anziché mostrare le rughe Warp sembra sempre di più proiettata ad esplorare il futuro. Ma è importante, oggi più che mai, capire bene come questa ricerca sia stata definita, attraverso i suoi protagonisti: l’eruzione che ha sconvolto le convenzioni socio-culturali della musica da ballo in giro per il mondo ha potuto contare su una repertorio di disparate possibilità, che ascoltato fra qualche anno suonerà molto probabilmente ancora contemporaneo. 

Nonostante tre decenni di cambiamenti e svolte di linguaggio, Warp Records rappresenta oggi ancora un faro per quell’underground che conosciamo per la caparbietà di equilibrare il conflitto del linguaggio sperimentale alle persuasioni di ciò che risulta più terrestre. Anche e soprattutto al di fuori della musica elettronica.

Proviamo a raccontare la sua storia, dunque. Attraverso dieci album emblematici.


Nightmares On Wax – A Word Of Science (1991)

A Word of Science è stato un ponte cruciale tra le influenze occidentali che sbattevano come in alta marea, l’una contro l’altra, tra l’Europa e l’America della cultura dance. L’incontro tra soul e acid, conservando i connotati della house di New York e della techno Detroitiana, poteva sembrare una fusion fin troppo naïf anche per Warp. Eppure, innegabilmente, il debutto di George “DJ E.A.S.E.” Evelyn si rivela un lavoro di ricerca completa e poliedrica, racchiuso in una centrifuga composta da Akai S1000, pattern di campionatori e una buona, dichiarata dose di trip da acido.

La portata travolgente dell’itinerario scelto dal produttore di Leeds spinge persino i piani alti di casa Warp a convincere Quincy Jones, attraverso una lettera, di dare il consenso a rilasciare un sample vocale di Summer in the City, che verrà utilizzato nella traccia d’apertura Nights Interlude. Per mezzo di una frenetica predisposizione per la commistione sonora, l’hip hop diventa downtempo, influenzando le promesse nuove leve Luke Vibert e Mike Paradinas e anticipando – sulla stessa lunghezza d’onda di altri esponenti d’annata, come The Orb –  l’arrivo del trip hop di Massive Attack e Portishead. Nightmares On Wax resta l’artista più longevo ad aver firmato per Warp e, dagli albori di un 1991 diventato fatidico per la storia dell’etichetta, comunica un vocabolario di scoperta che si è fatto sempre più eterogeneo, di riferimento e ispirazione per le generazioni arrivate da allora.


LFO – Frequencies (1991)

La warehouse di Leeds e la bleep “nordica”, l’incontrastata ossessione per le drum machine e le possibilità più estreme dei sintetizzatori: Mark Bell e Gez Varley disegnano, in Frequencies, la storia di una delle release più di successo della storia Warp. Per la time frame in cui arriva, per la naturalezza attraverso cui diffonde il suo quanto più sfuggente idioma espressivo.

L’impatto induce a pensare di aver a che fare con dei nuovi Kraftwerk che trasudano acid house smembrata in studio di registrazione su un satellite lanciato in orbita, ma in realtà la produzione si articola in maniera puntigliosa e trasversale sulle sponde di ambient cosmica e house, andando oltre un’unica, semplice configurazione. Dopo aver sbancato con l’omonimo singolo d’esordio, un tripudio di psichedelia ritmica che immerge la club in un astrale agitatore post-warehouse, raggiungono le vette delle chart UK un anno prima dell’uscita dell’album, scuotendo come un ciclone le certezze del pubblico profano, insieme ai colleghi The Orb e Orbital, che nel frattempo si prendevano gioco di tutti durante le registrazioni televisive, addirittura, di Top Of The Pops.

Il successo degli LFO si trasferisce anche nei negozi di dischi, con una stima di quasi 150.000 copie vendute: il pubblico interiorizza, inconsapevolmente, la voglia di acquistare un vinile di musica techno per ascoltarlo. Pregne di un’indomabile ebbrezza stilistica, le loro virate cosmiche sono rimaste comune denominatore di quella che è stata una serie affermatasi verticalmente con caparbia, dal nome Warp Records–atto primissimo. Bell divenne qualche anno più tardi produttore di Bjork e Depeche Mode, prima di continuare da solista, con l’uscita di scena di Varley, il leggendario progetto.


VV. AA. – Artificial Intelligence vol. 1 (1992)

“Are you sitting comfortably? Artificial Intelligence is for long journeys, quiet nights, and club-drowsy dawns. Listen with an open mind”. Un robot che ascolta The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd e Autobahn dei Kraftwerk in salotto, su una poltrona, un claim che spiazza tutti i codici linguistici della techno esistita fino ad allora, nei messaggi delle sleeve notes, “musica elettronica d’ascolto” entra a far parte di un vocabolario non ancora stampato.

Il connubio tra l’umano e l’artificiale che The Man-Machine aveva spinto dentro il pop quasi quindici anni prima, nell’accezione sensibilmente introspettiva di casa Warp è una sfida che sembra partire ancor più da lontano e arrivare, con la decisiva spinta generata dall’arrivo di internet e della comunicazione globale, a fare il botto nel futuro. La release, che aprì una serie di otto uscite tra il 1992 e il 1994, è diventata a tutti gli effetti il manifesto dell’elettronica intelligente, con l’esordio di Autechre, Speedy J, Richie Hawtin e The Dice Man, ovvero un Aphex Twin sotto mentite spoglie.

Warp partì innanzitutto dal presupposto di voler generare comunicazione musicale e non di replicarla, un’inclinazione che avrebbe fatto le fortune della label durante tutto il percorso: il distacco che i fautori seriali di techno avvertirono fu proprio dovuto dalla capacità, intrinseca a quel forte sapore di scoperta, che quella stoccata al presente della dance rappresentasse. Sia per la sfera d’appartenenza che  al pubblico di riferimento opposto, convinto la musica scritta da un computer non avesse anima.

Artificial Intelligence aveva dato vita a un sentimento unitario: era iniziata l’era post-techno, grazie ad artisti in grado di credere oltre le possibilità della tecnologia e vogliosi di dar sfogo a una vera e propria utopia del suono elettronico. E, piuttosto che sedersi sugli allori con successi di vendita che stavano espandendo quella bolla oltremanica – come nei casi di LFO, Nightmares on Wax e Tricky Disco – Mitchell e Beckett insistono sul loro dogma, investono nella crescita dell’esperienza del club ascoltato a casa, in cuffia. Tutto il resto, dopo quelle dieci tracce, è storia. 


B12 – Electro Soma (1993)

Formato da materiale registrato con il precedente alias Musicology, il duo Rotter-Golding, con Electro Soma, fa capolino nel mondo Warp all’interno dell’immortale serie Artificial Intelligence, le otto uscite che forgiarono il carattere identitario dell’intero movimento. A differenza di quanto accade ascoltando molti colleghi della stessa epoca, il sentore è più quello di un’espansione cinematica della techno music pura, quella ancora dominante al momento in cui venne stampata la release. Si percepì quasi come la versione destrutturata della sorellastra affermatasi a Detroit, dalle influenze à la science fiction dei campionatori alla distopia ritmica.

Ciononostante, proprio per mezzo di questo processo di sottrazione e attrazione, era venuto fuori un dogma caratteriale vero e proprio, che si ritaglia uno spazio fondamentale tra le influenze di quella underground ormai destinato a prendere posto nel regno overground. Una sintesi piuttosto caratteristica di quello che stava raccontando l’innovazione, in grado di penetrare la nuova trama d’oltremanica, durante il fermento nell’approcciarsi alla dance in rotta di collisione col passato. La storia racconta di come i B12 furono originariamente intenti a declinare l’offerta di Warp, per portare avanti la loro B12 Records e rimanere nella selva spaziale della club culture londinese più sottratta alla scena. L’epilogo, invece, li ha portati a realizzare una delle release essenziali, al debutto sulle scene, ancora oggi considerata tra le più influenti nell’ascesa dell’etichetta.


The Black Dog – Bytes (1993)

Ciò che resta della cultura rave di fine anni Ottanta trova un percorso di associazione, stavolta con la tecnologia al centro, in quella che è storicamente rimasta cristallizzata tra le perle dell’IDM embrionale di casa Warp. The Black Dog (i cui due terzi della formazione si trasformarono nel giro di qualche tempo nel progetto Plaid) una sorta di mixtape generativo della braindance, frutto di produzioni scritte insieme e sotto i diversi alias collatearli al proprio collettivo, in una centrifuga post-techno di primissima data.

Le sicurezze della temeraria acid house vengono tradotte in futurismo, distruggendo diversi cliché con il recente passato e creando fondamenta nuove da quello che il suono stava forgiando: qualcosa, fino ad allora, sconosciuto. La forza di Bytes, dietro ogni elemento di quel nuovo dialogo con la tecnologia, è stata l’abilità di rimanere un disco logico, a sufficienza spavaldo, incurante della sua atipicità. Al punto di trasmettere, nonostante l’effetto generato, la sensazione di un linguaggio autentico, durante e dopo l’era che ha rappresentato. Di lì a poco, il progetto continuerà come Plaid, con una fermezza di idee che si imbarca verso una retorica voyeuristica della dance costantemente in bilico tra il club e l’avanguardia più spinta.

Autechre – Amber (1994)

Rob Brown e Sean Booth sono verosimilmente le figure più difficili del lotto da decifrare, specie poi se l’arduo compito è destinato attraverso qualche rigo, un disco e un ricamo di parole. Da subito identificabili come mine vaganti della ricerca sonora seriale della label di Sheffield, la loro visione è stata progressivamente quella di ricamare musica nuova su misura della tecnologia, lasciando che le macchine parlassero per loro, senza preconcetti.

Dall’analogico prima, al digitale poi, passando in rassegna per tutte le possibilità intricate nel progresso del linguaggio elettronico, già il debutto di Incunabula lasciava presagire l’ingresso dentro un microcosmo dai contorni iridescenti, con licenza di esternare il contenuto di un suono completamente ignoto. L’abilità di districarsi attraverso dozzine di diverse concezioni di «techno» ha reso gli Autechre dei veri e propri deus ex machina del concetto particolarmente identificativo di Warp Records, veicolato da esperienze artistiche e cellule di futuro in costante movimento, più che da semplici release ed espressioni musicali.

Amber ha rappresentato probabilmente la parte più umana del loro linguaggio, e forse per questo una pietra miliare talvolta sottovalutata, a cui sbirciare, per poi addentrarsi in una discografia marchiata a fuoco con uno stile di narrazione impronosticabile, dove il glitch diventa perfezionismo sensoriale, l’ambient diventa dark, le texture sonore sono ipnotiche ma allo stesso tempo così ricche di riferimenti emotivi. La musica concreta di Tod Dockstader e il serialismo di Xenakis, come un’architettura mobile di suoni capaci di modificare continuamente il loro stesso spazio, verranno pian piano fuori, partendo da Tri Repetae fino ad arrivare a NTS Sessions 1–4, comunicando in musica la malinconia di qualcosa che, tutt’oggi, non sembra essere ancora accaduto.


Aphex Twin – …I Care Because You Do (1995)

A partire dalla copertina, raffigurante l’iconico autoritratto di un Richard D. James ghignante – che farà storia tra videoclip e artwork a cavallo fra l’ironia e il distopico, durante tutta la sua carriera – il terzo album dell’icona IDM per eccellenza è stato per diversi motivi un crocevia di sensibile importanza per Warp Records. …I Care Because You Do marca l’accento sull’enigma dell’artista e sulla sua stessa arte, dai rebus e le matrioske cerebrali nei titoli dei brani alla loro composizione metodica. Con una sana dose di quell’estro in grado di farlo risultare, in modo consapevole, tanto glacialmente destabilizzante quanto avvolgente e sincero.

Se i due mondi paralleli creati attraverso Selected Ambient Works avevano destato curiosità sull’estrema capacità di frammentare l’elettronica da ascolto in decine di verticalità di linguaggio diverse, quello su cui l’artista cornovallese è sembrato spingere ancor di più è stata la collisione con le certezze. Da questo momento in poi, Artificial Intelligence non sembra più il battesimo del fuoco, ma l’apripista per imparare a scoprire cosa c’è oltre, ancora molto oltre. Tracce come Ventolin e Alberto Balsam sono rimaste cementate nella memoria collettiva per aver creato un ponte tra l’avant-garde e un pop accelerazionista, perché in grado di dimostrare l’equilibrio di una scrittura dissacrantemente estroversa e allo stesso tempo così priva di sovrastrutture, di tensione.

Per la critica, diventa l’album più techno che della stessa techno è facilmente in grado di essere l’esatto opposto, scomodando paragoni con i maestri del minimal e dell’aleatoria Philip Glass e John Cage, destinando definitivamente Aphex Twin al ruolo di padrino del movimento «intelligent dance».


Boards Of Canada – Music Has The Right To Children (1998)

I fratelli Michael Sandison e Marcus Eoin hanno occupato, dal giorno uno in cui il loro insediamento in casa Warp con l’EP Twoism prese piede, un pianeta tutto loro. Definire la loro musica non è mai stato semplice, non lo era per di più in un’epoca in cui si cercava di mettere insieme i pezzi di un incomprensibile puzzle di sonorità il cui fascino stava proprio nel respingere una soluzione, una risposta consona. Il firmamento Boards of Canada prende piede quasi subito, per merito di una temperamento troppo fuori dagli schemi e, anche per questo, accolto e risucchiato all’interno della scena IDM. Probabile, per lo più, non per come Music Has The Right To Children suonasse, ma per tutta la cornice che dietro, il duo scozzese, era riuscito in maniera sorniona a generare.

L’album segna l’inizio di uno stile antesignano dedicato all’immersione in un’inquietudine piacevole, una sensazione di astrattismo malinconico, fatto dall’estrema delicatezza di campionatori artigianali, pregni di storie, dal fascino di un intreccio elettronico lento, incalzante ed enigmatico: la quintessenza della techno fatta per diventare home-listening. Un mix letale dentro il quale si alternano ritmiche dark a gentili landscape sonori, intrecci lasciati respirare una stranissima, quanto seducente, sensazione di nostalgia. Ispirati dai documentari anni Settanta della National Film Board of Canada (i genitori vissero brevemente oltreoceano, durante l’infanzia dei fratelli), gran parte dei primi enigmatici messaggi autoreferenziali lasciati invadere ogni traccia, come microscopiche cellule di deviazioni retrospettiva, sono tripudio di minuziosa ricerca sotto forma di sample vocali e ambientali. Il loro debutto porta My Bloody Valentine, Eno e l’estetica di Wendy Carlos in una sfera cerebrale dalle tinte soffici, per descrivere la sensazione di un sentimento oppresso: i ricordi dell’età infantile e di quella inevitabile mancanza di controllo sul mondo circostante.

Quello che suscita il loro ipnotico linguaggio rimane quanto di più iconico in questi trent’anni Warp Records abbia raccontato, che ha continuato ad essere una creatura così estranea al presente da riuscire a descrivere più da vicino il futuro. In un’intervista realizzata nel 2005, Sandison ha affermato che Music Has The Right To Children «non ha cercato di reinventare il passato, ne ha inventato uno che non è mai realmente esistito».


Squarepusher – Go Plastic (2001)

Le atmosfere che rivisitano il periodo rave nell’Essex si connettono ad un tessuto più maturo e coeso, firmando una sceneggiatura dai frenetici colpi di scena: Tom Jenkinson non è più un ragazzino della periferia, ha già fatto saltare il banco con una capacità di stile prepotente, in cui drum’n’bass, gabber e linee di codice digitale si fanno una cosa sola. La commistione di energie stabilita in precedenza con Hard Normal Daddy è in Go Plastic una girandola di sinestesie ancora più coraggiose e caratteristiche, un luogo in cui riesce a portare la spensieratezza jazz, Herbie Hancock e Frank Zappa, processando pattern di basso elettrico – di cui si rivela negli anni interprete sopraffino – e campionatori. Tutto questo, nonostante la scelta di focalizzare la scrittura su sequencer e sintetizzatore anziché sulla presa diretta, come aveva scelto di fare nel corso dei primi album, equilibrando la forza funambolica dell’improvvisazione a una maturazione del concetto di suono liquido ma ragionato.

Durante gli stessi anni realizza diverse jam session in studio con Aphex Twin, a cui del ceppo familiare Warp si avvicina per diversi motivi più di tutti, e collabora col regista Chris Cunningham, che farà le fortune di Come on My Selector e si farà apprezzare alla direzione degli storici Windowlicker e Come on Daddy dello stesso Richard D. James. Squarepusher ha catalizzato uno stile tanto eccentrico quanto coraggioso di trasformare i flussi del passato della techno in una centrifuga di scelte audaci e suggestioni polarizzanti, elevando il suo repertorio a qualcosa di irripetibile e strettamente elitario ad ogni ascolto.


Flying Lotus – Cosmogramma (2010)

L’approdo di Steven Ellison su Warp, nel 2007, fu uno dei tasselli maggiormente influenti nel sancire quella che può essere descritta come la seconda epoca della label di Sheffield, che stava allargando ulteriormente gli orizzonti e coinvolgendo artisti provenienti da background multiformi, in grado di rifinire ancor di più i contorni dell’esplorazione. Cosmogramma arriva nel 2010, ed è l’opera più completa e vibrante di Flying Lotus, a distanza di pochi anni dal debutto sulle scene. Quella, senza più fronzoli estetici e morbidezza d’approccio, con cui molto probabilmente si consacra davvero al grande pubblico: un’opera totalizzante dai contorni futuristici, dove il dubstep incontra il jazz, l’hip-hop si fa glitch e trasferisce il credo di J Dilla all’elettronica.

Una concezione olistica del suono che ha reso FlyLo un moderno maestro dei voli pindarici della techno cerebrale, supportato, nella forma, da nomi illustri di un album pensato minuziosamente sia dietro le quinte (un giovane Thundercat al basso e ai vocal, Ravi Coltrane, figlio di John, al sassofono, e c’è anche l’arpa della zia Alice Coltrane), che in superficie, nell’incontro con Thom Yorke (catapultato nella sperimentazione già dal debutto solista con The Eraser). Per la BBC è una tempesta indecifrabile di basstronica, il leggendario Gilles Peterson lo premia album dell’anno ai suoi Worldwide Awards. L’atto secondo di Warp trasferisce le sue certezze, appena superata la soglia dei vent’anni di storia, nelle mani di un istrionico artista di Los Angeles che ha creato un’avanguardia tutta sua e che nelle palpitazioni primitive di un credo avveniristico 2.0  – se non, nel caso, anche 3.0 – si districa con una facilità disarmante.

Una progressione idilliaca per costruire le basi della narrazione del genere anche nella nuova decade, diventate il faro di mine vaganti dalla feroce concretezza di idee come Hudson Mohawke, Rustie e talenti scovati con l’avvento della sua Brainfeeder, nel linguaggio di Lone, Lapalux e Dorian Concept.


Dal 21 al 23 Giugno 2019, l’emittente londinese NTS ha dedicato un intero weekend di programmazione al trentennale di Warp Records, con protagonisti tutti gli artisti del roster di oggi e le leggende del passato. È possibile recuperare l’intera tre giorni qui. E se poi si ha voglia di continuare ad ascoltare, la playlist che segue contiene i brani più belli tratti da tutti i 10 album raccontati in questo articolo:

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