Rick Rubin, il Re Mida delle produzioni musicali

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Una delle notizie più sorprendenti degli ultimi mesi è stato il fatto che a produrre il nuovo album di Jovanotti sarebbe stato Rick Rubin. Ora, la nuova raccolta di canzoni è uscita e ognuno di noi può avere la propria opinione in merito, ma anche in questo caso la mano del Grande Gigante Gentile (come lo chiamerebbe Roald Dahl) si sente.

Forse ad alcuni che la musica la ascoltano soltanto questo nome dirà poco o niente, ma Rick Rubin è un Re Mida delle produzioni e non soltanto perché tutto ciò che tocca diventa oro. Ma perché la sua tecnica di lavorazione è diversa, è rivoluzionaria esattamente nello stesso modo in cui lo è stato il Wall of Sound di Phil Spector. Se quest’ultimo, infatti, usava creare un muro di suono che proteggeva e irrobustiva la musica e riempiva tutto lo spazio, Rubin ha da sempre avuto la filosofia che se voleva arrivare al livello di Spector, doveva fare l’esatto contrario. Egli porta avanti un’idea basata sul minimalismo, su pochi suoni, perfetti e che lascino lo spazio arioso, come in una di quelle case super-moderne tutte bianche che hanno finestre aperte su ogni lato. La libertà.

Nato a Long Island, dopo aver suonato in un gruppo punk rock al liceo, Rick Rubin all’inizio degli anni Ottanta fonda con un amico (Russell Simmons) la “Def Jam Records”, quasi per scherzo. Appassionatosi alla scena hip hop, egli comincia a produrre dischi per due gruppi proponendo loro una nuova idea di musica, che porterà poi alla nascita del crossover. Una miscela esplosiva di rap e di rock, dove la batteria fa da traino alle parole e le chitarre rendono il suono più potente, lasciando però sempre spazio alla voce.

I due gruppi sono i Beastie Boys e i Run-DMC.

Da questo periodo il suo nome comincerà a farsi largo nella scena musicale soprattutto per la produzione di un album che ha cambiato la storia dell’hip hop: Licensed to Ill dei Beastie Boys.

Questa sua attenzione ai due mondi lo porterà a collaborare non soltanto con la scena rap, ma anche e soprattutto con una determinata scena rock, creando in Rick Rubin un ponte tra i due generi. Tanto che nello stesso anno di Licensed to Ill, egli produrrà anche uno dei più grandi album della scena heavy metal: Reign in Blood resta una pietra miliare della scena del metal estremo e se gli Slayer sono diventati uno dei gruppi che fa da modello per le band successive, il successo lo devono anche a quell’uomo con la barba lunga e un po’ hippie che i dischi sa come farli suonare.

Il suo nome ormai è diventato una certezza. Sono gli anni Novanta e il buon Rick comincia un sodalizio artistico che durerà vent’anni esatti con uno dei migliori gruppi crossover della storia. In quella miscela di rock, funk, rap e ritmi sincopati che portano avanti, i Red Hot Chili Peppers vengono aiutati a costruire degli album che portino avanti un’identità ben precisa e che sarà contraddistinta negli anni come una delle migliori nel panorama musicale.

In particolare, ancora oggi Blood Sugar Sex Magic è uno dei migliori album della formazione, nonché il primo sotto la guida di Rick Rubin, e contiene ancora oggi alcune delle migliori canzoni della band capitana da Anthony Kiedis e Flea (senza dimenticare il chitarrista John Frusciante che, però, “è uscito dal gruppo”).

Negli anni successivi Rick si ritrova a produrre album rock e pop di diversa fattura con alcuni dei più grandi nomi della musica americana. Se da un lato produce l’intera discografia dei System of a Down e alcuni album dei Linkin Park, Audioslave, AC/DC e Rage Against The Machine, dall’altra collabora anche con artisti se vogliamo meno sperimentali, come Shakira, Adele (produttore di quattro brani del magnifico 21), Jake Bugg, Ed Sheeran e Damien Rice e Tom Petty per uno dei suoi dischi migliori.

Sul lato dell’hip hop, torna a collaborare con Jay-Z e con Eminem (in quel gran disco che è The Marshall Mathers LP 2, dove le menti di Rubin, Eminem e Dr. Dre si incontrano e la prova perfetta è il primo singolo Berzerk).

Ma il lavoro migliore e più fuori dai suoi confini lo fa tra il ’94 e il 2010, collaborando e producendo la serie degli American Recordings dell’indimenticabile Johnny Cash, che era ormai in una fase calante della carriera. Rubin gli diede una seconda possibilità (o meglio una terza, se conoscete la sua storia) e il grande cantautore country la accettò, nonostante i timori verso quell’uomo che produceva soprattutto generi diversi dal suo.

Ma Rick Rubin sapeva che quella voce era perfetta soprattutto in uno stile ancora più minimale e quindi gli fece registrare quella serie di album nel salotto di casa, con soltanto una chitarra acustica e pochissime altre aggiunte. Johnny Cash ebbe una meritata visibilità e una nuova vita, anche grazie a cover che l’hanno reso immortale.

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