Beastie Boys: storia di un dissenso mai domo

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Quando anche l’ultima fiammella di vita di Adam Yauch si è spenta, l’oscurità è calata sul palcoscenico dei Beastie Boys per sempre.

Si concludeva nel 2012, per colpa di una brutta malattia, un viaggio iniziato molti anni prima, quando nel 1981 a New York Adam “Ad-Rock” Horovitz, Michael “Mike D” Diamond e Adam “MCA” Yauch,  provarono a creare qualcosa insieme raccogliendolo sotto la firma di “Beastie”, acronimo della frase “Boys Entering Anarchistic States Towards Inner Excellence” (“ragazzi che entrano in stati anarchici per ottenere la perfezione interiore”). L’idea era partita proprio da Yauch, che aveva conosciuto i futuri compagni di squadra a un concerto.

“Dovremmo proprio fondare una hardcore band”, disse.

Iniziarono da quello, dalla modalità più immediata per esprimere il dissenso che li agitava per poi intraprendere l’esperimento (riuscito) del crossover, capitanati da Rick Rubin, entrando nell’Olimpo della old school dell’hip hop degli anni ’80.

Esplosero nel 1986, con Fight for your Right.

“Devi combattere per il tuo diritto di fare festa

Non uscire di casa se questi sono i vestiti che indosserai
Ti butterò fuori di casa se non ti tagli quei capelli;
Tua madre è piombata dentro e ha chiesto, cos’è questo rumore?
Oh, mamma, sei solo gelosa, questi sono i Beastie Boys!”

Scrisse Zampollo:

Una canzone che non può mancare mai. È diventata così iconica per i Beastie Boys che la band stessa ha dovuto convincere stampa e pubblico che fossero qualcosa di più di un gruppo di ragazzini incazzati. Anzi, che in realtà stessero prendendo in giro l’atteggiamento dei giovani americani.

E allora ecco l’esigenza di gridare che loro erano molto di più di un gruppo di ragazzi ribelli e che no, quell’etichetta su di loro non ci stava. I loro testi non nascevano da una fase pseudo adolescenziale, ma piuttosto dall’esigenza di vedere qualcosa di diverso.

“Everybody’s rappin’ like it’s a commercial
Actin’ like life is a big commercial.”

Era il 1992, era Pass the Mic, era l’esigenza di staccarsi di dosso il bollino sbagliato.

Nel 1994, un altro pezzo storico, Sure Shot: un passo avanti, le scuse per l’atteggiamento misogino che si intuiva nei lavori precedenti, la sensazione che chi scriveva testi iniziasse a chiedere che cosa c’era oltre quanto già avevano ottenuto.

Ho un vuoto in testa e nessuno che lo ripari / Devo riordinare i pensieri, credo di star male, troppo / Ognuno prende, prende, prende, devo fare un passo indietro, guardare / Devo dire qualcosa che andava detto da tempo / Voglio offrire il mio amore e rispetto a tutte le madri, sorelle, mogli e amiche

Mi dici che ho vent’anni, starei perdendo tempo / ma lavoro come non mai, e tu lo chiami provarci con le ragazze […] / Cambierò il mio stile, mi tirerò in piedi / Uso un microfono di plastica per mandare le mie rime a tutte le nazioni / Perché non puoi, non vuoi fermarti e non ti fermerai”

Ed era Yauch a rendere quei testi inquieti: sì, era stato lui il primo a capitanare il gruppo verso questo progetto, lui il primo a provare gli acidi, e fu sempre lui a sentire l’esigenza di un rinnovamento spirituale, ad avvicinarsi alla Bibbia e poi ai rituali indiani. “Yauch era il leader spirituale del gruppo” avrebbe commentato qualche anno dopo Questlove.

Era bello quello che facevano ma, lo sentiva, non era abbastanza. Su Rolling Stone nel 1998 disse:

“La società occidentale ci insegna che se hai abbastanza soldi e fai sesso con persone attraenti allora sarai felice. Bene, è una falsità.”

Il 31 maggio 1998 sposò la fidanzata buddista praticante, dando per sempre una svolta alla sua vita.

Ecco che allora, parallelamente all’attività del gruppo (seguiranno gli album Hello Nasty, To the 5 BoroughsThe Mix-UpHot Sauce Committee Part Two), nascevano nuovi progetti.

Nel 2006 seguì come regista Awesome…I Fuckin’ Shot That!, documentario risultato della registrazione del concerto che la band interpretò al Madison Square Garden di New York il 9 ottobre di due anni prima.

Nel 2008, uscì Gunnin’ For That No. 1 Spot, la storia di otto giovani stelle del basket universitario che affrontano i propri coetanei in un match che si tiene ogni 6 settembre nel basket court di Harlem.

Poi nel 2009 la notizia del tumore: le preoccupazioni degli amici, il raccoglimento intorno a lui, la morte. La scelta di non proseguire la strada iniziata insieme.

Era un artista e soprattutto un uomo in ricerca. I testi erano un modo per provocare, cioè interrogare gli altri, chiedere quella verità che sentiva esserci. Una presenza fatta di testi, musica, video, domande e interrogativi.

Non poteva essere sostituita, solo ricordata con il silenzio che avrebbe lasciato. Li aveva resi grandi lui.

Un anno dopo gli venne dedicato Brooklyn Heights Park, dove aveva trascorso l’infanzia. Il Forbes li incoronò miglior gruppo hip hop di artisti ebrei di sempre.

“Questa è sempre stata una delle cose più affascinanti dei Beasties: per più di 15 anni sono rimasti legati alle passioni e agli interessi di un tempo, e per quanto siano diventati adulti hanno sempre portato con loro la gioia e l’anarchia della giovinezza.”

Joe Levy, Intervista ai Beastie Boys, 4 agosto 1998

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