Hurt: il nichilismo dei Nine Inch Nails e la fermezza di Johnny Cash

Hurt è la quattordicesima e ultima traccia di The Downward Spiral, album del 1994 firmato Nine Inch Nails. La canzone è un saggio sul dolore; essa sviscera il disprezzo che un individuo può maturare nei confronti di se stesso in seguito a una o una serie di azioni sbagliate. Come introdotta dalla traccia precedente ad essa – da cui prende il nome l’album, The Downward Spiral – Hurt sembra essere l’ultima confessione di un uomo che pare non avere più nulla da condividere con la vita.

Per quanto Hurt sia con il tempo diventata una delle punte di diamante della band di Cleveland, essa non si è fermata al solo marchiare i cuori del pubblico, ma si è scavata un posto anche in quelli di altri acclamati artisti. Su tutti, fu Johnny Cash nel 2002 a pubblicare un arrangiamento della canzone in grado di estrapolare i temi trattati da Reznor e traslarli in una dimensione temporale e sentimentale totalmente diversa. Quello che era stato un pianto di rabbia, con Cash si è evoluto in un’ammissione di colpe dai tratti maturi.

Nella versione originale, la traccia si apre con lievi distorsioni ed interferenze, quasi a rappresentare un vento sporco e monotono che tenta di riempire una stanza vuota. La chitarra è sola, come lasciata a se stessa, mentre la voce di Reznor è affilata ma debole, senza forze, come malata di un morbo che nel tempo è stato nutrito dal protagonista stesso e reso così resistente da divenire quasi incurabile. Questo morbo lo ha trascinato giù per la spirale discendente del nichilismo, rendendolo incapace di percepire emozioni che non rispondano al dolore.

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real

Oggi mi sono inflitto dolore
Per vedere se sento ancorta
Mi concentro sul dolore
L’unica cosa che è reale

Nello sfondo, dietro alle voci principali, le distorsioni continuano a svilupparsi in fioriture sgraziate e annerite, imperterrite nell’aggirarsi per la stanza vuota. Esse riflettono i pensieri che infestano la mente del protagonista, ormai ridotta a spazio vacuo, non più in grado di accogliere i sentimenti atrofizzati dal nichilismo.

What have I become?
My sweetest friend?

Cosa sono diventato?
Mio dolcissimo amico?

Nel cantare il ritornello, la voce di Reznor è ormai rotta, distorta dalla vergogna che non riesce a nascondere una fragile ira. Il protagonista ha ormai perso la cognizione di ciò che è, non vuole dare una forma a questa entità per paura di doverla guardare in volto. Di conseguenza egli vuole dissociarsi da se stesso, disconoscere tutto ciò che è un’estensione di sé, cedere quanto gli appartiene, anche se si tratta di un mero impero di sporcizia.

Infine la traccia di si chiude con degli aggressivi accordi di chitarra ad intonare un canto del cigno, atto a far valere gli ultimi spiriti rivoluzionari del protagonista, per poi crollare e disperdersi nuovamente nelle sporche distorsioni di sottofondo.

Siamo testimoni di un approccio radicalmente diverso, quando otto anni dopo è Johnny Cash a raccogliere le note dolenti di Hurt per farla sua. Egli apre con suoni puliti, privi di vento o interferenze, con una chitarra più dolce, conscia del suo presente e senza indecisioni. La voce antica e usurata del cantautore dona una nuova dimensione al brano, come uno sciorinare fatti e nozioni alla fine di una vita pesante e marchiata dai solchi del tempo. La base della chitarra racconta il dramma psicologico del protagonista come fosse una storia che è parte naturale della vita, se non di tutti, della maggioranza di noi. Il brano non è più il manifesto di rancore di Trent Reznor. È una storia condita da una dolce nostalgia che fa ricordare con un sorriso anche i momenti più bui. La voce di Cash è ferma e chiara, non permette vibrazioni: il protagonista ha vissuto abbastanza per sapere quello che ha fatto e per conoscere esattamente cos’ha dentro. Tuttavia, pur essendo conscio di ogni singolo mattone e strato di cemento che lo hanno portato a diventare l’individuo che egli è nel presente, la domanda rimane la stessa:

What have I become?
My sweetest friend?

Cosa sono diventato?
Mio dolcissimo amico?

Vi è sempre uno sfondo di incertezza perché neppure il saggio può dire di conoscere se stesso. Anche quando la corazza dell’uomo è ispessita dal tempo, egli non ha finito di scoprire e coprire tutte le sue aree di fragilità. Ma anche nella perpetua incomprensione di se stessi, nella sua Hurt, Johnny Cash ci fa capire che è possibile trovare la parvenza di pace ed equilibrio che solo il tempo custodisce. Quella parvenza di pace ed equilibrio che ha portato Reznor, estasiato e straziato dalla cover di Cash, ad abdicare la proprietà del brano, dichiarando che da quel momento Hurt non era più sua.

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