Gli effetti delle droghe spiegati da Charles Baudelaire

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Diciamoci la verità: ognuno di noi, seppur in forme differenti, è attratto dall’imperscrutabile, dal sogno, dall’inconscio, dalla curiosità di scoprire le alterazione degli strati abnormi dell’ego. L’artista simbolista ha un unico obiettivo: perpetrare nell’inconscio contestualizzandolo.

Nel 1857 Charles Baudelaire pubblica la raccolta di poesie Les Fleurs du Mal (I Fiori del Male), titolo di per sé dal carattere antitetico, poiché contrappone l’elemento floreale, simbolo di bellezza edenica, al male.

C’è da tempo un luogo comune che aleggia tra i giovani:

“Conosci Baudelaire, i poeti maledetti, mai sentiti?”
”Ah sì certo, i drogati, i fumatori di hashish.”

Bene, è tutto vero, Baudelaire e i poeti maledetti facevano uso di sostanze psicotrope come l’hashish e l’oppio. È bene però fare una distinzione tra l’uso moderno delle droghe leggere e quello simbolista del tardo Ottocento. Certamente Baudelaire, Rimbaud o Verlaine dopo una fumata non erano in bella compagnia distesi su di un bel prato verde a chiacchierare di banalità. Il loro era un bisogno intimo, una presa di possesso dell’inconscio, l’alienazione da una realtà traviata dalla mediocrità di chi punta ad un progresso unicamente scientifico e non antropico. Ma questi uomini amavano davvero alterare il proprio stato attraverso l’utilizzo di sostanze?

Non c’è necessità di andare a scavare tra documenti nascosti e introvabili, Baudelaire ci spiega tutto quanto in Paradisi Artificiali:

“Appena ingerita la piccola droga, operazione che, del resto, richiede una certa risoluzione, perché, come ho già detto, la mistura ha un odore così forte che causa ad alcuni conati di vomito, vi troverete immediatamente in uno stato ansioso. Avete vagamente inteso parlare dei meravigliosi effetti dell’hascisc, la vostra immaginazione si è fatta un’idea particolare, un’idea di ebbrezza, e non vedete l’ora di sapere se la realtà, se il risultato sarà adeguato alla vostra aspettativa. Il tempo che si interpone tra l’assunzione della bevanda e i primi sintomi varia secondo i temperamenti e anche secondo l’abitudine. Le persone che conoscono e praticano l’hascisc sentono talvolta, in capo a una mezz’ora, i primi sintomi del suo effetto. Ho dimenticato di dire che, siccome l’hascisc causa nell’uomo un’esasperazione della personalità e parimenti una viva percezione delle circostanze e degli ambienti, converrebbe non sottoporsi alla sua azione se non in ambienti e circostanze favorevoli. Come ogni gioia, ogni benessere si manifestano dilatati, così ogni dolore, ogni angoscia sono immensamente profondi. Se dovete sbrigare qualche faccenda spiacevole, se il vostro spirito propende allo spleen, se avete una cambiale da pagare, non fate da soli una simile esperienza. L’ho detto, l’hascisc non si concilia con l’azione. Per quanto possibile, occorre un bell’appartamento o un bel paesaggio, uno spirito libero e spigliato, e alcuni complici il cui temperamento intellettuale sia vicino al vostro; e perché no, anche un po’ di musica […]

Siete seduti e fumate; credete di essere seduti sulla vostra pipa, e siete voi che la vostra pipa fuma; siete voi che vi esalate sotto forma di nuvole azzurrognole. Vi trovate bene, una sola cosa vi preoccupa e vi inquieta. Come farete ad uscire dalla vostra pipa? Questa fantasia dura un’eternità. Con grande sforzo un intervallo di lucidità vi permette di guardare il pendolo. L’eternità è durata un minuto. Siete presi in un’altra corrente di idee; sarete presi per un minuto nel suo vivente gorgo, e questo minuto sarà ancora una eternità. Le proporzioni del tempo e dell’essere sono disturbate dall’innumerevole moltitudine e dall’intensità delle sensazioni e delle idee. Si vivono parecchie vite d’uomo nello spazio di un’ora. È proprio questo il soggetto di La peau de chagrin. Non c’è più equazione tra organi e godimento.Di tanto in tanto la personalità scompare. L’oggettività che rende panteistici certi poeti e i grandi attori diviene tale che vi confondete con gli esseri esterni. Eccovi albero mugghiante al vento, mentre racconta alla natura melodie vegetali. Ora vi librate nell’azzurro del cielo immensamente dilatato. Ogni dolore è scomparso. Non lottate più, siete trasportati, non siete più padrone di voi stessi e non vi affliggete. Fra poco l’idea del tempo scomparirà completamente. Ancora, di tanto in tanto, un breve risveglio. Vi sembra di uscire da un mondo meraviglioso e fantastico. Mantenete, è vero, la facoltà di osservarvi, e domani avrete conservato il ricordo di alcune delle vostre sensazioni. Ma, questa facoltà psicologica, non potete applicarla. Vi sfido a temperare una penna o una matita; sarebbe una fatica che supera le vostre forze. Altre volte la musica vi racconta poemi infiniti, vi introduce in drammi spaventosi o fatati. Si associa con gli oggetti che sono sotto i vostri occhi. I dipinti del soffitto, pur mediocri o brutti, si animano di una vita terribile. L’acqua limpida e incantatrice scorre nel prato che trema. Le ninfe dalle carni radiose vi guardano con grandi occhi più limpidi dell’acqua e dell’azzurro. Vi collochereste nelle più mediocri pitture, nelle più volgari tappezzerie delle locande.Verso la fine della serata, si può mangiare, ma l’operazione non si svolge senza fatica. Ci si trova così al di sopra dei fatti materiali che certamente si preferirebbe restare sdraiati lunghi distesi nel fondo del proprio paradiso intellettuale. Alcune volte, però, l’appetito si sviluppa in modo straordinario; ma ci vuole grande coraggio per muovere una bottiglia, una forchetta, un coltello.”

Direi che Charles è stato abbastanza esaustivo nell’elencare ogni sintomo e sensazione: l’uomo dipendendente dall’hascish, vede frantumarsi di fronte a propri occhi la volontà di potenza, difatti ci vuole grande coraggio per muovere una bottiglia o un coltello, ma al contempo è innalzato verso un mondo paradisiaco in cui ogni oggetto assume sembianze mostrouse e alterate.

Ma qual è la morale?

Ma il domani! Il terribile domani! Gli organi rilassati, stanchi, i nervi tesi, la voglia pungente di piangere, l’impossibilità di dedicarsi a un lavoro continuo, tutto ammonisce crudelmente che si è giuocato un vieto giuoco. Il poeta intristito dice:

“Questi disgraziati che non hanno digiunato, né pregato, che hanno respinto la redenzione viva nel lavoro, chiedono alla nera magia i mezzi per elevarsi d’un tratto all’esistenza soprannaturale. La magia li inganna e loro accende una falsa felicità, una falsa luce, mentre noi, poeti e filosofi, noi abbiamo rigenerato la nostra anima col lavoro successivo e con la contemplazione; con l’esercizio assiduo della volontà e con la nobiltà insistente dell’intenzione abbiamo creato per uso nostro un giardino di vera bellezza. Fidando nella parola che dice, la fede trasporta i monti, noi abbiamo compiuto il solo miracolo per il quale Dio ci ha consentito il permesso.”

Un Baudelaire che nella parte conclusiva del saggio si va addirittura ad autoattaccare o ad autoelogiare, prendendo le parti del poeta mero, dell’artista libero da ogni menzogna artificiale, lasciando sottindere così l’unicità e l’originalità del simbolista, uomo a cui non importano i mezzi e le cause, esso ha un solo compito: esenzione conseguente arte.

Differenti invece, sono le considerazioni che fa sul vino, strumento che antiteticamente all’hashish fruttua una volontà eccessiva:

“Mi è venuta l’idea di parlare del vino e dell’hascisc nello stesso articolo, perché in effetti c’è in loro qualcosa di comune: l’eccessivo sviluppo poetico dell’uomo. L’inclinazione frenetica dell’uomo per tutte le sostanze, salutari o rischiose, che esaltano la sua personalità, testimonia della sua grandezza. Perché aspira sempre a riaccendere le proprie speranze e a elevarsi verso l’infinito. Ma bisogna vedere i risultati. Ecco un liquore che attiva la digestione, fortifica i muscoli e arricchisce il sangue. Preso anche in gran quantità, non causa che disordini momentanei. Ecco una sostanza che interrompe le funzioni digestive, che indebolisce le membra e che può causare un’ebbrezza di ventiquattr’ore. Il vino esalta la volontà, l’hascisc l’annienta. Il vino è un supporto fisico, l’hascisc è un arma per il suicidio. Il vino rende buoni e socievoli. L’hascisc isola. L’uno, per così dire è operoso, l’altro è essenzialmente pigro. Per che cosa, infatti, lavorare, faticare, scrivere, fabbricare qualsiasi cosa, quando si può in un solo istante conquistare il paradiso? Infine il vino è fatto per il popolo che lavora e che merita di berne. L’hascisc appartiene alla classe delle gioie solitarie; è fatto per i miserabili oziosi. Il vino è utile, produce risultati fruttuosi. L’hascisc è inutile e pericoloso.”

Non c’è l’assoluto bisogno di trarre delle conclusioni morali edificanti e considerabili come comuni per ognuno. Chiunque abbia letto questi brevi passaggi, trarrà da sé le considerazione adatte. Concluderei con una delle poesie che di Baudelaire prediligo: Il vino dell’assassino

È morta la mia donna: sono libero!
Posso bere, sicché, quando mi pare.
Se rincasavo privo di danaro
gli urli suoi mi squassavano le fibre.

Mi sento come un re, sono beato.
L’aria è purissima, il cielo una festa.
Era proprio un’estate come questa
quando di lei mi sono innamorato.

La sete orribile che mi divora
la spegne il vino, ma dev’esser tanto
quanto ne può contenere soltanto
la sua tomba: e non è poco davvero.

Ho gettato il suo corpo in fondo a un pozzo
e gli ho scagliato sopra, per sottrarlo
a ogni vista, le pietre dell’orlo.
– Ora voglio scordarmela, se posso.

Per tutti i giuramenti di dolcezza,
che non si estinguono davvero mai,
per poterci riconciliare ormai,
come ai bei tempi della nostra ebbrezza,

la pregai che mi desse appuntamento,
la sera, in una stretta strada scura.
E lei ci venne, folle creatura.
Chi più chi meno, siamo tutti dementi.

Lei era ancora, pure se sfinita,
assai graziosa, ed io l’amavo, certo,
l’amavo troppo, e per questo le ho detto:
“Cara, devi lasciare questa vita”.

Nessuno mi capisce: c’è uno solo,
tra questi ubriachi deficienti,
che ha pensato, nelle notti silenti,
di far del vino un funebre lenzuolo?

Crapuloni che nulla mai scompone,
simili a fredde macchine di ferro,
proprio mai, né d’estate né d’inverno,
han conosciuto davvero l’amore,

con tutti i lugubri suoi incantamenti,
e la sequenza di allarmi infernali,
le lagrime, le velenose fiale,
le ossa e le catene strepitanti.

Eccomi libero, solo, deciso
a bere, fradicio, l’ultimo sorso.
Ora, senza paura né rimorso,
mi sdraierò per terra, e, così steso,

cadrò nel sonno come fossi un cane!
Il carro, con le sue pesanti ruote,
carico di pietrame e di rifiuti,
o l’infuriato vagone potranno

schiacciare questo mio corpo colpevole,
oppur tagliare a metà questo mio
tronco: per me, me ne infischio di Dio,
della Santa Eucarestia e del Diavolo.

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