Il 2017 in dodici film

Posted by

In un anno tanto particolare per il cinema, in cui si è parlato sì di film e ritorni, ma si è anche discusso molto (troppo) di scandali e polemiche a contorno, è importante chiudere tornando alla sostanza: il cinema come arte, passione, non come ritorno economico, ricatto e violenza. Per questo vale la pena passare sopra agli argomenti caldi legati all’industria e ripassare l’anno che sta per chiudersi ragionando su quello che l’ha reso soddisfacente e meritevole di parlarne. Di film che hanno infiammato il pubblico ce ne sono stati parecchi, sia in senso positivo che critico. Questi dodici film sono utili a riflettere su cosa si sta muovendo sul grande schermo. In ordine di uscita nelle sale, in modo da non farne una classifica di qualità.


Split
di M. Night Shyamalan

L’ultimo film di M. Night Shyalaman è liberamente ispirato alla storia di Billy Milligan, criminale statunitense affetto da uno dei più complessi disturbi dissociativi dell’identità mai registrati, cosa che ovviamente ne determina le principali particolarità. Il difficile ruolo da protagonista – specialmente vista la mole di personalità da interpretare – è stato affidato al talentuoso James McAvoy che si dimostra all’altezza, per quella che possiamo definire la sua miglior prova attoriale. Nonostante qualche vizio di forma (che passa in secondo piano, vista la performance di McAvoy), Split resta uno dei film più interessanti usciti quest’anno. E chi ha mosso la critica al regista di averci mostrato solo alcune delle personalità del protagonista può stare tranquillo: il sequel Glass è già in lavorazione, arriverà nel 2019 e chiuderà una trilogia in cui Split è il film “di mezzo” e l’inizio della storia è Unbreakable. Giusto per portare quel pizzico di hype che con lui non manca mai. (E. C.)


Get Out
di Jordan Peele

Quello che molti hanno definito come “il film-sorpresa”, o addirittura “l’horror dell’anno”, è in effetti uno dei film più genuinamente divertenti che si potevano vedere al cinema quest’anno. In un modo ovviamente diverso dall’altro “horror dell’anno”, ossia It. Il divertimento qui stava nel percorso che ti porta alla conclusione del film, nello scoprire da cosa il protagonista debba scappare, chi sono i cattivi e di chi ci si può fidare, mentre il film procede tramite musiche e sceneggiatura ineccepibili. E poi quella sensazione insidiosa che in fondo, molto in fondo, non c’è niente che impedisca a una storia tanto folle di accadere nella vita reale. Perché quando vivi in un mondo orribile, l’horror non è più finzione. (C. A.)


L’Inganno
di Sofia Coppola

Premio per la regia a Cannes, Sofia Coppola realizza un film visivamente anemico in cui spiccano i ritratti a tinte fosche dei personaggi. Un’opera sostanzialmente corale, profondamente teatrale, ambientata durante la guerra di secessione americana ma che, per il suo contenuto, è fuori dal tempo e dallo spazio. La scelta di realizzare un remake del film di Don Siegel è quanto mai lungimirante perché porta sullo schermo la fatale giostra degli istinti in tempi dominati dalla diffidenza. La novità è il punto di vista quasi esclusivamente femminile sulla vicenda: le attrici principali (Dunst, Kidman, Fanning) conducono la propria esistenza all’insegna del “timore di Dio” finché l’irruenza della mascolinità (un Colin Farrell a volte poco credibile) giunge a sovvertire un equilibrio tanto fragile quanto pericoloso. L’esplosione degli istinti a lungo repressi sfocia quasi in un ritratto dello stato di natura, rendendo L’Inganno è un film apprezzabile per la sua attualità, perdonando qualche incertezza nella sceneggiatura. (L. M.)


Dunkirk
di Christopher Nolan

Non è un film di guerra, o almeno non lo è in senso stretto: Dunkirk, ultima fatica di Christopher Nolan, è più simile ad un film sulla percezione della guerra da parte di chi la sta vivendo. Solo apparentemente atipico all’interno della filmografia del regista inglese, questo grande film si inserisce invece in maniera perfetta all’interno della poetica nolaniana, raccontando con uno stile quasi onirico una terribile storia di lotta per la sopravvivenza, dividendola su tre diversi piani temporali. Il regista sembra trovarsi sempre più a proprio agio con la sua idea di uno spettacolo totale, da vivere rigorosamente in sala e composto da immagini suggestive, da un montaggio che piega le regole del tempo e da un comparto tecnico eccezionale: il risultato finale è il miglior blockbuster della scorsa estate, tappa obligatoria per chiunque voglia conoscere Nolan e il senso profondo del suo cinema. (L. M.)


Madre!
di Darren Aronofsky

Jennifer Lawrence è Madre Natura, Javier Bardem è Dio, la bellissima casa circondata dalla pace e dal verde è il mondo. Ma in realtà è tanto difficile quanto errato dare un’interpretazione a Madre!, l’ultimo film di Darren Aronofsky che ha creato una spaccatura nella critica che non si vedeva da tempo per una produzione delle grandi major. Il film è un viaggio attraverso le immagini, attraverso allegorie che sarebbe però sbagliato leggere univocamente in senso biblico: Aronofsky mette in scena la storia dell’uomo, dalla pace passando per l’insinuarsi del viscido e oscuro peccato (Michelle Pfeiffer), fino alla distruzione della casa-mondo tramite i soldi, l’egoismo, la viltà, la violenza, ma soprattutto tramite la cieca prostrazione a un Dio: perché il messaggio di Aronofsky non è certo religioso. L’uomo ha distrutto il mondo creandosi l’immagine di un Dio, e non è importante se questo Dio esista o no, l’importante è come l’uomo l’abbia interpretato. Il regista si muove così tra un realismo surreale accentuato da piani sequenza e montaggi invisibili, e soluzioni registiche a dir poco particolari per trasmettere allo spettatore la caduta nevrotica della Natura. E poi c’è il vero tour de force stilistico nell’ultima mezz’ora di film: la distruzione della casa, la distruzione della Natura, e quindi un nuovo ciclo, un nuovo inizio, con nuovi protagonisti e con una sola figura fissa: Dio, ovvero l’ideale, la poesia originaria, quell’amore con cui le due diverse Madri-Natura del film interpellano Javier Bardem nel punto di congiunzione del ciclo vitale. (M. B.)


It
di Andrés Muschietti

Il fenomeno horror dell’anno, capace di sbancare i botteghini e scatenare i critici da un estremo all’altro dello spettro di giudizio. L’adattamento di It era un’operazione spinosa in partenza e Muschietti lo realizza con un Pennywise decisamente “svecchiato”, tanto nell’aspetto quanto nel linguaggio, e una ricollocazione temporale dell’intera vicenda, a partire dalla decisione di suddividere la trama in due capitoli distinti che seguano un ordine cronologico lineare, anziché un insieme di flashback come nel libro di King. I punti di forza sono il cast, le ambientazioni, i costumi, i trucchi e tutto ciò che rende spaventosa la storia originale, riuscendo a coinvolgere il pubblico di oggi, tratteggiando una psicologia che si basa sull’essenza stessa della paura. Non era un’impresa facile, soprattutto visto il soggetto in gran parte già presente tra gli schemi mentali del pubblico. (V. B. G.)


Blade Runner 2049
di Denis Villeneuve

Blade Runner 2049 non è solo l’ultima fatica di Denis Villeneuve. È anche l’ultimo grido di quel folle genio che è stato Phil K. Dick (all’anagrafe Philip). In un suo libro Dick conia una parola: gubble. È una bella parola, mi è sempre piaciuta; indica il fatto che ogni cosa del mondo, ogni fenomeno, tende intrinsecamente al degrado, alla caduta (per via dell’entropia) – certo, forse non ci voleva una parola nuova, però Dick non ci stava troppo dentro con la testa. Io credo che abbia coniato quel termine per cercare di dare una spiegazione razionale alla merda dentro la quale la sua vita stava finendo. E qui c’è un “ma”, un “ma” che si riferisce a un paradosso, perché Phil K. Dick, a un certo punto della sua contraddittoria e meravigliosa vita, non pensava nemmeno che quella fosse la “sua”, di vita – o quantomeno ne aveva qualche dubbio -; e poi credeva di essere morto, di vivere da vivo all’interno di una dimensione metafisica e da morto nel mondo di tutti i giorni, il nostro. Tutto questo per dire che di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (libro da cui è tratto Blade Runner) non c’è un seguito. E sono persuaso del fatto che Blade Runner 2049 si basi fondamentalmente sul gubble, sulla vita delirante di Dick; per questo la pellicola di Villeneuve merita di stare in questa lista. (L. S.)


Borg McEnroe
di Janus Metz Pedersen

Succede raramente che i due migliori esponenti di uno sport si affrontino nella stessa epoca. Immaginate un po’ che cosa sarebbe stato godersi le giocate di Maradona e Pelè nello stesso campionato, vedere Michael Jordan affrontare LeBron, Bolt sprintare con Carl Lewis, Ayrton Senna e Michael Schumacher giocarsela all’ultima curva contro Hamilton. Da anni il tennis vede affrontarsi Federer e Nadal, ma negli anni settanta e ottanta è esistita una rivalià storica tra Borg e McEnroe, due caratteri completamente opposti. La preparazione della finale di Wimbledon del 1980 viene raccontata con precisione nella pellicola e ci permette di conoscere meglio questi campioni che hanno fatto la storia dello sport. (M. D.)


The Square
di Ruben Östlund

Quello che ha vinto la Palma D’Oro al festival di Cannes di quest’anno è un film che riesce a smuovere le logiche della narrazione cinematografica nutrendosi esplicitamente di ciò che costituisce il cinema nella sua essenza: regia e sceneggiatura. La potenza di questa pellicola risiede principalmente nel riuscire a coinvolgere lo spettatore usando gli elementi tradizionali del racconto cinematografico: un uso originale e sapiente della macchina da presa; una scrittura volta continuamente a orchestrare situazioni a metà tra la sorpresa e il grottesco. Un film che riflette sulle nostre responsabilità comunitarie e sul nostro rapporto con il prossimo, in una maniera assolutamente non superficiale. (J. F. M.)


The Place
di Paolo Genovese

The Place è un film che indaga l’animo umano e quanto ciascuno di noi è pronto a spingersi per raggiungere i propri obbiettivi. La trama gira intorno ad un individuo (interpretato da Valerio Mastandrea) sempre seduto allo stesso tavolo di una tavola calda, dove incontrerà delle persone con la quale stipulerà dei patti scellerati, seguendo una concezione del mondo insieme deterministica e guidata dal destino, senza nemmeno disdegnare un’interpretazione religiosa del tutto. The Place rimane dentro per quell’ordinaria umanità che rappresenta, per quella carellata di volti e per quelle richieste difficili da scordare. Il film riesce a mostrare con chiarezza che da ogni singola azione ne derivano delle altre, che non sempre si allineano con le intenzioni iniziali. (M. M.)


Jim e Andy
di Chris Smith

Nonostante sia un documentario e non un lungometraggio a soggetto, Jim e Andy si è imposto come uno dei titoli più importanti dell’anno: la testimonianza diretta del lavoro attoriale sul personaggio, l’immedesimazione completa fino alla perdita di sé. Prodotto e distribuito da Netflix, ha come protagonista – proprio come diciassette anni prima nel film Man on the Moon – un’inedita versione di Jim Carrey che racconta di se stesso e di come si immedesimò alla perfezione in Andy Kaufman. L’alternarsi degli spezzoni di making-off girati durante la lavorazione di Man on the Moon e rimasti inediti fino ad oggi, con l’intervista all’attore canadese, che spazia da un argomento all’altro, ci restituisce un Jim Carrey totalmente differente da com’eravamo abituati ad identificarlo. Vale la pena andare oltre The Great Beyond. (E. C.)


Coco
di Lee Unkrich

Non solo la Pixar riesce ancora una volta a realizzare un film adatto a tutti, capace di far ragionare i bambini come gli adulti e di far tornare gli adulti un po’ bambini, ma lo fa rimettendo in discussione parte delle proprie costanti: Coco è bravo a permettere l’identificazione col personaggio principale sotto diversi livelli, empatizzando coi temi di dominio comune degli adulti ma anche con la vita dei bambini, spostando l’ago della bilancia su nuovi temi e nuovi equilibri che puntano in realtà a riavvicinare tra loro il mondo degli adulti e quello dei bambini. I primi si commuovono, i secondi sono spinti a maturare i propri pensieri. Il messaggio è adatto a tutti e per di più coinvolge qualcosa che stimola gli entusiasmi di tutti, come la musica. (C. A.)

Contributi di:
Ennio Cretella, Carlo Affatigato, Mattia Bonasia, Micael Dellecaccie,
Vittoria Beatrice Giovine, Luca Maffei, Jacopo Franceso Mascoli,
Marco Magnoler, Laura Martelli, Lorenzo Sassi 

Comment