Madre! L’allegoria della Creazione secondo Darren Aronofsky

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Il fatto stesso che si esca dalle sale di Madre! in un silenzio tombale che sa di shock, con la netta sensazione che il film stia ancora crescendo dentro di te, dicendo delle cose in un linguaggio prevalentemente inconscio, in realtà è già un segnale importante circa la rilevanza generale del nuovo film di Darren Aronofsky. Significa che è uno di quei pochi film che ti mettono davvero in gioco. Un’esperienza dagli impatti pratici su mente e psiche, non una semplice visione di intrattenimento. Uno di quei casi che non accadono tutti i giorni e che rappresentano ancora una rarità nella produzione cinematografica. Per molti versi l’effetto ricorda la prima volta che abbiamo visto Strade Perdute di David Lynch: la stessa sensazione di disorientamento, carenza di appigli e necessità di approfondire i significati. E anche questo è un altro segnale importante.

Il gioco della scoperta dei significati è ovviamente un bell’esercizio da svolgere a visione avvenuta. Le ipotesi sono state tante, tra chi ci vedeva una rappresentazione della tendenza distruttiva dell’essere umano e chi notava una definizione peculiare del processo creativo in generale. Ma la risposta l’ha già data Aronofsky stesso, al Toronto Film Festival, è stata spiegata bene dal magazine Collider e vale la pena ricordarla, anche per chi il film non l’ha ancora visto: Madre! è una rappresentazione allegorica delle vicende bibliche dalla Genesi in poi, ed è possibile identificare in versione simbolica la Creazione, il giardino dell’Eden, Adamo, Eva e il frutto del peccato, la violazione delle leggi di Madre(!) Natura, il diluvio universale, la nascita di Cristo, il rapporto tra Dio e l’uomo e il ritorno dell’ordine originale.

Tutto questo abbiamo la possibilità di raccontarvelo senza che ciò comporti la rivelazione dello spoiler e la perdita dell’efficacia della prima visione, e il motivo è un altro dei punti di forza del film: la potenza di Madre! non sta nel significato in sé e per sé, ma nell’osservazione stessa da parte dello spettatore, nel vedere come i contenuti si traducono in immagini, situazioni, stili estetici e simboli. E l’aspetto estetico è anche ciò che rende il film (e in generale Aronofsky) differente da altre opere simili: anche quando la materia rappresentata è violenta, anche quando assistere alla vicenda ti porta vicino al masochismo visivo, lo stile resta sempre affascinante. A tratti riconosci anche in Aronofsky la voglia di sfoggiare la sua forza, con piccole parentesi da film di guerra o situazionismo familiare.

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Madre! La locandina originale

Quindi c’è la profondità, la possibilità di vedere cose diverse a seconda della prospettiva personale, il coinvolgimento diretto, un’azione che sa essere claustrofobica all’estremo, certe sensazioni di impotenza verso il decadimento totale che non ti si scollano di dosso e una sequenza di immagini che comunque restano intriganti anche solo alla vista. È un bel quantitativo di punti positivi per un film solo, e i risvolti collaterali da cui bisogna passare prima di arrivarci sono: il doversi preparare all’idea che, a visione terminata, non si abbia ben capito cosa si è visto (aspetto che, si sa, può impattare molto lo spettatore); una protagonista femminile che può non piacere a molti (non è colpa sua); un paio di momenti qua e là in cui si intuisce che la regia sta volutamente esagerando la vicenda. Non è un film perfetto, certo. Ma c’è del sangue denso e nervoso che ci scorre attraverso, e alla fine del film te lo senti appiccicato sul collo.

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