Blade Runner 2049: la riflessione ontologica secondo Denis Villeneuve

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“Vedi, io ti ho posto davanti alla vita o alla morte. Scegli.”

(Deuteronomio, 30, 19)

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è stato concepito da Dick in un momento piuttosto delicato della sua vita – uno dei tanti se si considera il circo che è stata la sua vita. Il matrimonio con Anne si era appena concluso – lei era stata dichiarata pazza e Philip, d’altra parte, viveva nella percezione di essere lui il folle o, peggio ancora, di aver portato lei alla follia (dato il mix di farmaci che tutte le mattine gli servivano da surrogato di caffè e brioches) -, si era appena avvicinato alla sua nuova moglie Nancy, una donna che gli aveva offerto calore, stabilità emotiva ma, soprattutto, il Cristo. Da questa crisi coniugale, psicologica e religiosa prende vita quello che, trasposto in chiave cinematografica, abbiamo conosciuto come Blade Runner (1982).

“Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia. È tempo… di morire.”

Il lavoro di Scott, dell’82, è solo uno speculum parziale del lavoro di Dick, si limita a prenderne le coordinate, ne attinge la carica espressiva, l’estetica e, ovviamente, l’impianto narrativo. Non fa un torto a Dick, anzi, lo nobilita, dà corpo alla sua scrittura grezza e instabile. L’ostacolo di Denis Villeneuve era riuscire a edificare un’altra opera-mondo degna dell’originale e all’altezza del senso letterario del testo. Per colmare questo iato, anche temporale – dal momento che Blade Runner 2049 è ambientato 30 anni dopo gli eventi del primo e prodotto 30 anni in seguito alla versione di Scott -, dicevo per colmare questo gap, era necessario ritornare a Dick, alle radici, ripensando ad un passaggio fondamentale tra gli appunti dello scrittore: “la cosa migliore, per un blade runner, sarebbe essere un blade runner.” Ma su questo punto lascio la narrazione a Denis Villeneuve.

Blade Runner 2049 è il nuovo androide, perfezionato, ampliato nelle sue potenzialità e, in ogni caso, radicato nella storia. È la perfetta ripresa di suo Padre (Il cacciatore di androidi), della sua estetica e della sua concettualità: un ordine mondiale che può essere sconvolto dalla presenza di un Figlio (profeta) all’interno di una società che crede ancora nel Diverso. Qua Villeneuve mette in scacco la possibilità del sequel, dà forma ad un prodotto unico, distante da un’ombra incombente; quindi fine, lucido, che viaggia costantemente tra l’onirico e l’ordine concreto, tra realtà e immaginazione, tra vite vere(?) e vite indegne di essere vissute.

“Stiamo tutti cercando qualcosa di reale.”

La questione fondante è: che cosa ci rende umani? Prima c’è stato Cartesio, che ha chiesto aiuto a Dio, poi Hilary Putnam, che ha fatto i conti con uno scienziato pazzo (stile Matrix). Entrambi hanno risolto il dilemma circa la nostra sussistenza ontologica. Della serie “io sono reale” (il problema rimaneva sempre l’Altro: come posso sapere che “tu” non sia un androide, una mia proiezione o, peggio ancora, l’inganno nevrotico di qualcun’altro?). Poi è arrivato Dick che ha riproposto il problema. Che cosa ci rende umani? Le emozioni, i codici linguistici, la ratio, l’amore? Blade Runner è la ricerca di una possibile risposta.

Dentro “celle intrecciate” il dubbio (stile Genio maligno cartesiano) investe tutte le cose del mondo, animali, piante, uomini: tutto è potenzialmente frutto di un grande artificio. Il mondo ha perso la sua indipendenza ontologica, è stato stuprato dalla possibilità di creazione, è stato violato da un nuovo Dio mortale: la “Wallace corp.”. Nessuno sa più cosa è reale e cosa no. La paura pervade ogni fibra cibernetica dello spazio e del tempo, il sospetto ci divora, siamo schiacciati da questo formidabile Nervenleben (“intensificazione della vita nervosa”).

“Cosa si prova a tenere la mano di chi si ama?”
“Intrecciate.”

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La locandina originale

Villeneuve ha costruito un prodotto principalmente estetico, ci ha (ri)dato l’esperienza dickiana nella sua privata intimità e, facendo a pezzi il postmoderno (ammesso che ci sia mai stato) – inserendosi a pieno titolo nella schiera di quel cinema che ricerca la “forma” (Refn, Lynch, Malick, Nolan ecc.) -, ci restituisce Dick. Quasi che lo scrittore non fosse mai morto. Come se avesse voluto scrivere davvero un seguito di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. Come se ne avesse avuto la forza e la lucidità spirituale. Le lacrime, intanto, si confondono con questa fredda pioggia che, per tutto il film, vediamo di fronte a noi e, nonostante ciò, sentiamo gelida sulla nostra pelle.

È una ricerca del passato nel futuro. Una ricerca di Deckard per andare avanti, la ricerca di Dick/Scott/Villeneuve per realizzare il Nuovo. Non siamo lontani da Dick siamo dentro di lui.

Blade Runner 2049 si impone come un grido di ribalta, di “vibrante protesta”. Una chiamata fatta a Dick sapendo che non risponderà. Ma un numero da comporre e una chiamata da fare che oggi, forse più di ieri, ai tempi della guerra fredda, è necessario fare. Un ritorno ai deliri postprandiali dickiani per emergere dall’idiosincratica società in cui ci troviamo.

I ricordi sono innesti.

Gli innesti ricordi. Cosa è reale? Sono persone? Cosa ci rende umani? Il nodo non si scioglie, anzi, si complica.

Dire che sia migliore o meno dell’originale credo sia un tema vecchio e superato (per non dire scontato). Sono prodotti diversi, figli di culture differenti. Certo è che Blade Runner 2049 ci ripropone la domanda sull’umano, sul nostro stile di vita, sulle nostre origini e sulla nostra destinazione. Si palesa come presagio che dobbiamo avere la forza di afferare, sia nella sua estetica che nella sua potenza iconografica e simbolica.

“Lei mi dirà la verità vero? Se sono un androide, me lo dirà?”

Blade Runner, il primo film di Ridley Scott, è su Amazon.

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6 comments

  1. A me è piaciuto per una serie di motivi, ritrovo Dick, ritrovo la stessa atmosfera e trovo nuove domande e nuovi limiti da superare. L’innesto dei ricordi mi è piaciuto e mi è piaciuto che ai ricordi sono associati l’emozioni insomma non sono rimasta delusa e fregata (era quello che temevo di più). Quando hanno fatto credere che Gosling poteva essere il bambino ho detto “NOOOO” l’ sapevo che mi fregavano invece poi è cambiato tutto e menomale. La delusione sul viso del Blade Runner alla notizia è troppo bella, voleva essere lui insomma si è capito che sono rimasta soddisfatta? E lo rivedrei anche un’altra volta come il primo del resto…

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