Perché il nuovo It ha conquistato il pubblico

I remake sono da sempre un argomento delicato e controverso: per quanto mi riguarda non mi giudicherei un’amante del genere, perché sento piuttosto di appartenere alla schiera di quelle persone che vanno al cinema un po’ prevenute quando sanno che la proiezione non è ex novo, ma una ripresa, quasi un’estrazione dal cilindro di un tema già trattato. E poi si sa, c’è sempre il rischio che il remake non sia all’altezza della prima versione e che a forza di metterci le mani si rovini tutto. Anche questa volta ho agito così: lo scorso 19 ottobre sono andata al cinema per vedere cosa ne avevano fatto di uno dei miei film preferiti e… beh, ho dovuto ricredermi. Il nuovo It è definibile come “l’allievo che supera il maestro” in tutto e per tutto.

L’originale romanzo (1986), nato dalla fantasia di Stephen King, è ormai celeberrimo e la sua trama conosciutissima: ambientato nella cittadina di Derry, nel Maine -località che fa da sfondo a molte delle opere dell’autore- il libro narra la storia di sette amici uniti contro una minaccia più grande di loro, che si ripresenta ogni 27 anni e che è responsabile di misteriose sparizioni e incidenti catastrofici. Questa entità malefica, a cui i ragazzini del Club dei Perdenti daranno il nome di “It” – giusto per enfatizzarne l’indefinibile natura- si manifesta, in un primo momento sotto le sembianze del clown Pennywise, per poi rilevarsi un concentrato stesso di paura, dalla forma mutevole e oscura. Ricco di flashback, il romanzo, aveva riassunto le vite dei protagonisti sia da bambini, nell’estate del ’58, sia da adulti, nell’85, e dimostrato come l’unione avesse fatto la forza nella duplice sconfitta del male.

Un primo adattamento cinematografico del 1990 aveva visto nei panni del nostro Pennywise un eccezionale Tim Curry; eppure, va detto, quella miniserie non aveva reso abbastanza l’idea di terrore e angoscia che un ragazzino di 11 o 12 anni proverebbe nello scoprire che il suo fratellino Georgie non è altro che una delle innumerevoli vittime di un pagliaccio-sbrana-bambini. Insomma, si poteva apprezzare l’idea di trarne un film, ma per coloro che, come me, si erano appena sciroppati più di 1300 pagine con il fiato sospeso, questo non era certo abbastanza….

Ed eccoci finalmente, 27 anni esatti di distanza, Andrés Muschietti -giovane regista che ha debuttato con La Madre (2013) in una riuscitissima collaborazione con Guillermo del Toro- ci regala un It tutto nuovo, che si avvale di una tecnologia cinematografica migliore, di effetti speciali migliori e di una prospettiva nuova. Il lavoro di Muschietti -da precisare, con la piena approvazione di King in persona- ha qualcosa di magico: lo spirito del romanzo, i temi portanti dell’amicizia e dell’opposizione tra il modo dei bambini e quello degli adulti non vengono tralasciati nemmeno per un secondo, ma l’innovazione risiede in ben altro.

Innanzitutto, geniale l’idea di ripensare la collocazione e la narrazione temporale dell’intera vicenda: questa volta ci troviamo alla fine degli anni ’80 e si parte dall’infanzia del protagonista Bill Denbrough – interpretato da Jaeden Lieberher- che, in sella alla sua bici “Silver” ci accompagna alla scoperta di Derry e della maledizione che vi aleggia sopra. Una narrazione lineare, quella di Muschietti, che comporta la divisione del film in due capitoli. Abbiamo poi un complessivo “svecchiamento” dei personaggi sia per quanto riguarda il loro aspetto sia per quanto riguarda il loro modo di esprimersi: sono altri tempi, quelli di oggi, e un buon regista deve accorgersene, adattando la sua opera a una mentalità meno pressata dalle convenzioni e decisamente più accondiscendente alla violenza -non che ciò sia un bene, ma è giusto tenerne conto. In tutto questo il cast dà il meglio di sé, nonostante la giovanissima età e si immedesima nei personaggi con una professionalità a dir poco invidiabile. Altro punto di forza del nuovo It, la scenografia e i costumi (Janie Bryant): quest’ultimi sono curatissimi e ricchi di rimandi alle altre produzioni di King -una chicca per i fan più attenti. In particolare, il costume di Pennywise risulta assai più fedele alla descrizione che King ne fa nel romanzo.

Pennywise, appunto: il giovanissimo Bill Skarsgård -figlio del famoso attore svedese Stellan S.- si rivela in tutto il suo talento, mettendo a punto le indicazioni fornite da Muschietti grazie e dei bozzetti, e arrivando a modificare la sua voce, le sue movenze tanto da tratteggiare una psicologia dell’inquietante personaggio che è esattamente quella che ci aspettiamo, ovvero un pagliaccio con un faccino da bimbo e un sorriso appena accennato che cela una malvagità mostruosa. Fin dalla prima scena, forse la più celebre, quella della piccola barchetta di carta di Giorgie che scende lungo un rivolo di pioggia per perdersi nel tombino, è chiaro che non ci si ritrova davanti alla paura fatta a persona. Ancora, la colonna sonora è assolutamente degna di nota: dalla mente di Benjamin Wallfisch nasce una soundtrack che accompagna per mano lo spettatore durante tutta la proiezione e che si sposa alla perfezione talvolta con le situazioni di tensione, talvolta con i momenti più toccanti (l’incontro tra Bill e George alla cisterna) o quelli di serena amicizia (bagno nel lago).

Non si tratta del solito film horror che lascia indietro i temi fondamentali di una vita, tutt’altro. Il film diretto da Muschietti e prodotto dalla New Line Cinema ha saputo trovare un equilibrio tra scene trucide e jump scare da un lato e scene di dolcezze e lealtà condita con un po’ di umorismo dolce-amaro. Questa volta il regista si è destreggiato con un soggetto di cui la gran parte del pubblico già aveva un chiaro schema mentale e di cui il fornirne una nuova visione non si prevedeva un compito facile. Complimenti davvero; ora non ci resta che attendere il capitolo II.

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