The Beguiled: la fatale giostra degli istinti in tempi dominati dalla diffidenza

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Anno 1863, la guerra di secessione americana, un bosco lontano da qualsiasi centro abitato, una scuola esclusivamente femminile con una maestra severa e sei studentesse, l’ingresso inatteso dell’elemento maschile, virile e nerboruto come quello di un soldato nemico rimasto ferito, ed ecco che il gioco delle parti ha inizio. L’ultimo film di Sofia Coppola non risalta per l’azione, per gli eventi specifici, ma funziona più come una piece teatrale: otto attori in tutto, di cui solo quattro in età adulta o adolescenziale, spazi prevalentemente chiusi, totale assenza di colori, diffidenza e sospetto, pochissimi sorrisi e tante regole. A parlare sono i caratteri, le emozioni, gli istinti che come bolle risalgono veloci dal fondo di una pentola sul fuoco.

The Beguiled è un film psicologico ma senza per questo diventare morboso. Mette in atto le caratteristiche innate, primitive dell’essere uomo o donna. Portandole all’estremo, ovviamente, come può essere un gruppo femminile intenzionalmente isolato dal resto del mondo e un uomo dai modi vigorosi costretto alla quasi immobilità dalle proprie condizioni fisiche. È come una ricetta da prepararsi seguendo le istruzioni: la regista non fa altro che mettere gli ingredienti insieme e lasciare che si evolvano nella naturale evoluzione della scena. Un film asciutto e monocromatico come le vesti di lino bianche indossate dalle ragazze per piacere alla figura maschile, anche se non vogliono ammetterlo. Un film che si evolve anche con una dinamica netta e inesorabile, ma che non permette di aggrapparsi a un messaggio ben preciso. Anche le riflessioni che il gruppo fa nei momenti di preghiera non hanno la profondità necessaria a restarti dentro.

Quel che ti resta dentro, invece, è il senso di solitudine, di abbandono, con cui la regia ti lascia dopo gli eventi del film, consentendoti nulla più della possibilità di guardare da lontano le protagoniste, da dietro un cancello chiuso. Inermi, rifiutati, ancora una volta in perfetto isolamento. La guerra probabilmente sta per finire, ma il senso di pericolo verso il mondo lì fuori resterà comunque. Meglio costruirsi il proprio microcosmo autistico e incompatibile con l’aria che si respira fuori dalla finestra. Meglio non rischiare.

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