The Square: la riflessione su arte e modernità che ha stregato Cannes

Dopo la vittoria nella sezione “Un certain regard” del Festival di Cannes con Forza Maggiore, il regista svedese Ruben Östlund firma un’altra pellicola capace di scardinare i gusti cinematografici del festival francese arrivando a vincere la Palma D’Oro.

The Square è un film che riesce a smuovere le logiche della narrazione cinematografica nutrendosi esplicitamente di ciò che costituisce il cinema nella sua essenza: regia e sceneggiatura. La potenza di questa pellicola risiede principalmente nel riuscire a coinvolgere lo spettatore usando gli elementi tradizionali del racconto cinematografico: un uso originale e sapiente della macchina da presa; una scrittura volta continuamente a orchestrare situazioni a metà tra la sorpresa e il grottesco.

Tutta la struttura della pellicola ruota attorno a una serie di vicende che coinvolgono il personaggio centrale di nome Christian, un direttore di un prestigioso museo di arte contemporanea. Le sue disavventure determinate dal furto di portafoglio e cellulare, il rapporto con le figlie, le sue relazioni sessuali, gli incontri con vari artisti, la promozione culturale sono tra le vicende che costruiscono una piazza in cui vanno a incontrarsi personaggi che interagiscono tra loro vicendevolmente.

Questa piazza, richiamata dal titolo stesso del film, non rimanda solo a una dimensione spaziale ma rappresenta un vero e proprio orizzonte polisemico in cui si intersecano tutti i significati presenti nella pellicola. La logica narrativa di Östlund crea sempre delle situazioni che crescono oltre il colmo della serietà fino a un punto di rottura con la creazione di scene paradossali: i dialoghi tra la giornalista e il direttore, in cui quest’ultimo non riesce a ricordare le sue parole dette precedentemente, oppure il cuoco del catering che si infuria perché i commensali si avventano impazienti sul buffet, sono fra le più divertenti.

Quel tracciato di luce al neon di forma quadrata, posto nella piazza all’inizio del film, è il vero protagonista della vicenda. Il regista svedese infatti riesce a compiere un perfetto capolavoro flaubertiano: dare un peso narrativo a ciò che è un semplice oggetto materiale. Come lo scrittore francese era riuscito a dare voce agli oggetti inanimati, ai “granelli di polvere”, così Östlund riesce a dare non solo uno spazio, ma anche una voce a quella installazione artistica dall’evidente sapore postmoderno. Il “santuario di fiducia e altruismo” al cui “interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri”, rappresenta il punto nevralgico della pellicola. Il regista lo mette in scena allontanandosi però dal realismo oggettivo dello scrittore francese, adottando uno stile decisamente più simbolico.

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The Square è la piazza, il centro della polis greca, in cui si sono sviluppate le principali fonti della nostra civiltà occidentale. Rovesciandone i significati tradizionali, il regista mette in scena una serie di figure e di vicende che stimolano continuamente lo spettatore a pensare a quanto sia radicalmente cambiato il suo modo di stare all’interno di uno spazio pubblico; a quanto si siano modificate le relative responsabilità individuali e civili.

“Mi fido” / “Non mi fido” dicono ironicamente due bottoni di una installazione all’interno del Museo inducendo lo spettatore a interrogarsi sulla piazza intesa come centro di socialità, di giustizia e di condivisione. Il direttore viene paradossalmente derubato per strada mentre era convinto di star facendo una buona azione.

La piazza è il luogo della presa di parola pubblica e la scena in cui l’artista viene continuamente interrotto durante una conferenza stampa, ne rappresenta l’esatto ribaltamento.

La piazza, intesa come garanzia di un centro cittadino, viene continuamente contrapposta alla periferia, l’alterità per eccellenza all’interno della città. Lo scontro tra queste due dimensioni sembra, a un certo punto, vedere vincitore la periferia che cercherà continuamente di fagocitare il centro: il bambino che perseguita il direttore Christian per la lettera minatoria ricevuta, è una chiara metafora di tutto ciò. Ancora, la piazza è il luogo in cui, tradizionalmente, giocano i bambini che qui invece verranno fatti esplodere nel video promozionale preparato per il pubblicizzare The Square.

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Sorrentino cercava di mettere in scena, con la Grande Bellezza, la nullità, le paranoie e la povertà esistenziale degli “intellettuali” romani ponendoli di fronte alla bellezza di una Roma in decadenza. Östlund riprende queste tematiche, riflettendo sullo stesso statuto dell’arte contemporanea continuamente violentata dalla provocazione autoreferenziale e la deriva postmoderna: i mucchi di cenere allineati, sormontati dal titolo “You have nothing” e l’uomo-scimmia che supera i limiti della performance, facendo esplodere quel pubblico snob e radical chic che spesso frequenta le gallerie d’arte, sono un esempio perfettamente calzante.

Apparentemente senza una conclusione, paradossalmente afflitto da quelli stessi stilemi che vorrebbe criticare, The Square è un film che riflette sulle nostre responsabilità comunitarie e sul nostro rapporto con il prossimo, in una maniera assolutamente non superficiale. Lo spazio simbolico e propositivo della piazza si è trasformato in un crogiuolo di paranoie, singolarità e vuotezza. Questo film ne prende atto e cerca di portarlo alla luce con l’arma del paradosso lanciandoci, ancora una volta, la grande sfida della riflessione sul possibile cambiamento.

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