Il 2017 in dodici dischi

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Non una classifica, né una lista di riferimento per recuperare o definire il meglio dell’anno che sta per concludersi. I dischi che troverete di seguito rappresentano una visione del 2017 concentrata sulle sue particolarità, sulle uscite discografiche che in qualche modo l’hanno reso un po’ diverso dagli altri. Perché non è stato solo un anno di ritorni di nomi in voga e classici successi a sorpresa: certi suoni si sono distinti più di altri, spiccando anche in una visione più generale che copre il decennio in corso. Esperienza e brio giovane, suoni moderni e stili classici, vecchie volpi e nuovi arrivati: ecco i motivi per cui il 2017 in musica ci ha lasciato soddisfatti. In ordine cronologico.


Bonobo – Migration

Bonobo conferma le grandi aspettative giustificate dai due precedenti album e riesce a ritagliarsi una dimensione tutta sua dove fondere sapientemente più mondi sonori apparentemente distanti tra loro. Le caratteristiche del disco ve le avevamo già descritte qui: un mix di paesaggi astratti dal sound evocativo, tra brani sperimentali e ballate decisamente più pop. Fa il pieno di consensi e ci regala tutte le sensazioni che ci si aspetta da un album di Bonobo, un artista in piena ascesa stilistica. (G. C.)


Brunori Sas – A Casa Tutto Bene

Il ritorno di Dario Brunori dopo 3 anni avviene in un contesto profondamente modificato per quanto riguarda la scena indie italiana, oramai quasi una sorta di mainstream parallelo, grazie alla diffusione di piattaforme di streaming che permettono una fruizione più variegata dell’universo musicale rispetto ad un tempo. Il nuovo album è una bella conferma, un’evoluzione nello stile e nella cura di arrangiamenti e produzione, non avendo niente da invidiare da questo punto di vista ad artisti più blasonati. Sui temi e sui contenuti trattati forse dovrebbero essere questi ultimi invece a prendere spunto, in un mondo della musica sempre più superficiale da questo punto di vista, Brunori ci dimostra che i testi possono essere ancora una parte centrale della canzone. (D. F.)


Sampha – Process

L’album di esordio di Sampha Sisay è stato, probabilmente, il più sorprendente e piacevole incontro dell’anno, fino ad ora. Non che di lui non ne conoscessimo le qualità, ma Process sembra davvero il lavoro di un’artista ben definito, maturo, consapevole delle sue grandi potenzialità. Le emozioni che sprigiona la sua voce sono un fedele ritratto dell’estro artistico del cantautore e strumentista britannico, che dopo aver fatto attendere qualche anno una sua definitiva consacrazione, ha reso felici anche quelli che forse non si erano ancora accorti del suo talento cristallino. (G. C.)


Kendrick Lamar – DAMN

Nuova uscita per quello che è ormai è il Re Mida del rap degli anni ’10. Due anni dopo l’album della consacrazione, To Pimp a Butterfly, seguito da un album di b-side confermatosi su altissimi livelli, l’artista californiano sforna quello che è in pratica il terzo lavoro in tre anni: DAMN si discosta leggermente dai 2 predecessori, abbandonando gli arrangiamenti jazz e tornando su suoni più tipicamente hip-hop. Le atmosfere sono più intime, ma la cura dei particolari è sempre altissima e l’album è un’altra conferma del talento di Kendrick. (D. F.)


Feist – Pleasure

La cantautrice canadese ci consegna undici brani “raw”, come da lei stessa definiti, in cui il suo timbro sabbioso si mischia alle chitarre e ai synth in un quadro sonoro a tratti morbido a tratti oscuro. Con una produzione volutamente low fi, lontana dal catchy di quella Mushaboom che la rese famosa, sembra sacrificare il suo lato spensierato in favore della Feist tormentata e agrodolce che conquista come mai prima d’ora. (L. M.)


Roger Waters – Is This the Life We Really Want?

Un viaggio che parla della natura trascendentale dell’amore. Di come l’amore ci può aiutare a passare dalle nostre attuali difficoltà a un mondo in cui tutti possiamo vivere un po’ meglio”. Il disco ve l’abbiamo raccontato in maniera approfondita qui, e a settimane di distanza le sensazioni non cambiano: Is This The Life We Really Want? è un disco che ha il grandissimo pregio di collocarsi nel presente musicale senza rievocare troppo nell’ascoltatore il ricordo di un passato leggendario. Un album che si prende i suoi tempi e i suoi spazi, obbligando in un certo senso l’ascoltatore ad approcciarsi a un ascolto più meditato, più cauto rispetto alle modalità di ascolto che caratterizzano innegabilmente il modo di intendere la musica oggi. (J. F. M.)


Lorde – Melodrama

Stando alle parole della diretta interessata, uno dei fattori determinanti nella scrittura e genesi di Melodrama, secondo album in studio della neozelandese Lorde, è stata un’alterazione neurologica denominata ‘cromostesia’, che delizia e affligge da anni la cantautrice. La capacità di vedere il colore di un semplice suono, o addirittura di un intero brano, ha difatti permesso all’astro nascente della chillwave di esplorare più a fondo il lato onirico della musica pop, stavolta con un approccio più maturo ai testi e un occhio più disincantato sul piano dei contenuti. “But I hear sounds in my mind, brand new sounds in my mind” è la chiave di volta che guida e vivacizza il ritmo di Green Light, il primo singolo estratto dal progetto: la luce verde (giusto per rimanere in tema di disformità sensoriali) che Ella aspettava di ‘ascoltare’ da tempo, speranzosa di poter sbrigliare ulteriormente la propria libertà creativa in un disco ricco di sorprese e dettagli sonori, ispirato dalla fine di una relazione e dalla conseguente rinascita.

Le undici tracce che lo compongono, quasi tutte nate dal sodalizio musicale tra l’artista e il produttore americano Jack Antonoff, isolano la mente conducendola in un universo parallelo, illuminato e allo stesso tempo annebbiato da atmosfere fosche e suggestive (Sober, Hard Feelings), bassi distorti e roboanti (The Louvre), percussioni hip hop miste a remote influenze vaporwave (Homemade Dynamite), synth d’ascendenza moroderiana presi in prestito da Dancing On My Own di Robyn (Supercut) e una balladry marcatamente distinta dalla ruvidezza baritona e dalle note in falsetto a cui la versatilità vocale della piccola Lorde ci ha già abituati (Liability, Writer In The Dark). Senza dubbio uno dei migliori LP di questo 2017 in ambito mainstream. (F. C.)


Mogwai – Every Country’s Sun

Il morbido riverbero di Coolverine apre le porte dell’ultima fatica discografica dei Mogwai. Non è facile mantenere una propria coerenza interna senza perdere la capacità di stupire, ma gli scozzessi hanno fatto di questo binomio il loro marchio di fabbrica. Ogni lavoro dei Mogwai è denso, stratificato, potente, straniante, commovente; una produzione raffinata ed un impatto sonoro curatissimo che, dal vivo, raggiunge la sua massima potenza emotiva. L’abbandono di Cummins, membro storico dalla prima ora, avrebbe potuto danneggiare in maniera irreversibile una chimica così stabile e collaudata ed invece, sorpresa: non è così. Amano contaminare il suono con influenze ogni volta diverse, cercando di stare alla larga da una stucchevole autoreferenzialità da complessi che hanno terminato le idee da un pezzo.

Every Country’s Sun non procede sull’inerzia dei precedenti lavori, suona fresco ed è nato per essere ascoltato con naturalezza: gli arrangiamenti, meravigliosi, sono strutturati in maniera semplice, non risultando ostici ma estremamente godibili. L’accoppiata Party in the Dark e Brain Sweeties è molto efficace per dare una idea dell’alternanza dei livelli dell’album. La prima, un pezzo pop cantato dal tono nostalgico e retrò, la seconda una traccia strumentale evocativa ed ipnotizzante. I Mogwai non sbagliano il colpo, anche ora che alternano la loro attività discografica con la composizione di colonne sonore. Venti anni di carriera, mai così lontani dalla pensione. (M. G.)


LCD Soundsystem – American Dream

Dopo quello che sembrava essere l’addio definitivo, con un concerto indimenticabile al Madison Square Garden di New York nel lontano 2011, le voci sulla reunion degli LCD Soundsystem si sono succedute imperterrite, rimbalzando durante gli anni tra dichiarazioni e smentite. La band, capitanata da James Murphy, ha messo in fila tutti gli elementi coerenti con la loro storia, a livello d’immagine e soprattutto di suono, in un comeback sfociato finalmente con un atteso album, nuovo di zecca. American Dream dimostra le qualità del gruppo, ancora vive e purissime, che si ritagliano con una facilità disarmante un posto necessario tra le scelte migliori di questo 2017, lasciando pensare che ci sia ancora tanto altro da dire e che in fin dei conti si può ancora continuare a stupire. (G. C.)


Caparezza – Prisoner 709

Nuovo album per il cantautore pugliese, che per questo album si riscopre ancora più profondo e riflessivo. Se da una parte nasconde il suo lato più attento ai risvolti sociali e politici, dall’altra, la sofferenza per l’acufene gli dà la base per interrogare se stesso e il mondo sulla sincerità dell’artista. La differenza tra persona e personaggio, e il suo sentirsi a tratti prigioniero di quest’ultimo, sono alla base di un percorso di fuga e di rinascita attraverso brani elettronici (Prosopagnosia), rap metal (Prisoner 709), canzoni pop che sono “troppo da radio, ma ‘sticazzi finché” (Ti Fa Stare Bene), testi personali e autobiografici (Una Chiave, una dei migliori testi di sempre di Michele) e divertissment rock (Il Testo che Avrei Voluto Scrivere). Con le collaborazioni di John De Leo, Dmc e Max Gazzé, Caparezza ha saputo ancora una volta stupire gli ascoltatori ed entrare nella breccia del cuore con rime taglienti e allo stesso tempo introverse. (S. D.)


Four Tet – New Energy

Il musicista britannico Kieran Hebden, ovvero Four Tet, ci presenta il suo nono album, New Energy: 14 tracce di musica indipendente in una concezione dell’elettronica totalmente rinnovata. Grazie all’uso di audio come campane o arpe o tramite lo strumento dello hang (in Lush, suonato da Tom Baker) il suono risulta più caldo e leggero, facendo vivere all’ascoltatore un’esperienza multiculturale. Questa non è il tipo di elettronica da ballare in discoteca, non è il solito loop audio. Quello che avviene all’ascolto e totale rilassamento e pura emozione, di meditazione. New Energy, un album studio creato solo attraverso l’uso di un laptop, è sicuramente un’altra caratteristica opera di quest’artista, che ha voluto a suo modo connettersi a noi tramite un mix di jazz, rock, musica etnica e cori echeggianti. Il suono è una forza che può allentare la tensione e rimuovere le barriere ostili nella nostra mente, una forza terapeutica, e Four Tet con quest’album ci avvolge e ci fa intorpidire in un letto caldo. (M. M.)


St. Vincent – Masseduction

Annie Clark ha sempre dimostrato di avere le idee ben chiare su dove dovesse dirigere il suo talento musicale, riuscendo a far corrispondere a una crescita artistica esponenziale una maturazione stilistica impressionante. L’amore, il sesso, le droghe, la fama e la solitudine sono i punti nevralgici su cui il disco è costruito e che lo rendono un album notevole sotto molti punti di vista: Masseduction è un lavoro abrasivo che la mette a nudo come non mai nelle sue insicurezze e sconfitte, finendo per essere una sorta di terapia per la guarigione delle tante ferite accumulate, oltre ad essere probabilmente il punto più alto finora della sua produzione. (L. D.)

Contributi di:
Francesco Cappellano, Giovanni Coppola, Stefano Devalle,
Luca Divelti, Daniele Florio, Matteo Giaconi,
Jacopo Franceso Mascoli, Matteo Maretto, Laura Martelli

 

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