White Light/White Heat: il secondo, tagliente album dei Velvet Underground

The Velvet Underground e Nico uscì nel marzo del 1967 e aveva tutte le carte in regola per un album di successo, nonostante i pochi passaggi radiofonici e le altrettante poche recensioni, poco dopo la pubblicazione raggiunse la posizione 171 nella classifica di Billboard ed entrò nella top100 della classifica CashBox.

Il retro della cover raffigurava una foto del gruppo durante un live, e alle spalle il fotogramma di Eric Emeron in Chelsea Girls, film di Andy Warhol.

Fin qui sembra tutto in regola, ma l’attore, da poco arrestato per possesso di droga e bisognoso di denaro, fece causa al gruppo dichiarando di non aver ricevuto la richiesta di consenso per l’utilizzo della sua immagine.

La casa discografica, all’epoca la MGM Records, ritirò tutte le copie dal mercato finché la disputa legale, che terminò con l’eliminazione della foto di Emerson, non ebbe fine, ma questo non giovò alla band che vide scemare piano piano i buoni presupposti per un album di debutto atteso da tanti, infatti le continue esibizioni alle serate multimediali di Warhol avevano creato grande aspettativa.

Alla fine The Velvet Underground e Nico, seppur pubblicato in una tiratura minima, vendette poche centinaia di copie. Ma nonostante questo arrivò alla critica.

Intanto all’interno della band le continue diatribe tra Lou Reed e Nico portarono quest’ultima a lasciare la band. Si diceva che il primo imputasse alla cantante tedesca di portare avanti una relazione parallela con lo stesso Reed e con Cale, ma bisogna sapere che fin dal principio la presenza di Nico non fu mai rose e fiorellini.

Dopo l’addio della protegè dell’artista pop art, fu proprio il turno dello stesso Andy Warhol, infatti fu licenziato da Reed, che per tutta risposta si sentì chiamare “Ratto!”

Siamo nel settembre del 1967, mentre la Summer of Love è ancora ben ancorata nelle strade di San Francisco e i giovani scappano dal centro dell’America per andare sulle coste, i Velvet Underground, al contrario, restano a New York per registrare con il nuovo produttore, Tom Wilson, il secondo album, White Light/White Heat, uscito ad inizio 1968.

Per quanto riguarda la copertina, l’idea di Lou Reed era quella di creare qualcosa che fosse l’opposto del colorato Sgt. Peppers, così Warhol, smaltita l’offesa, suggerì il nome di Billy Name, l’uomo adatto per realizzare la cover cupa che tutti conosciamo e che Lou Reed aveva in mente.

I pochi che hanno ascoltato l’eleganza del primo album probabilmente avranno avuto uno shock dopo aver conosciuto White Light/White Heat. Piccola nota: il titolo non è un accenno allo speed come tutti pensano, ma agli studi metafisici che Lou Reed da buon appassionato aveva compiuto.

Dicevamo, in questo secondo lavoro non c’è traccia di eleganza e delicatezza, anzi, ascoltandolo sembra che i Velvet Underground volessero fare uno sfregio alla bellezza Warholiana e volessero evidenziarne il distacco, come abbiamo detto, nelle strade imperversava la Summer of Love, e il suono quasi brutale era anche una risposta a tutto quel clima amorevole e floreale. Lou Reed molti anni dopo affermò che in quel disco c’era l’altra faccia della medaglia della cosiddetta “Estate dell’amore”, ovvero, le vite spezzate dalle overdose.

Inoltre, per registrare furono utilizzati pochi canali e volumi altissimi, il risultato fu una qualità del suono molto bassa, quasi disturbante, che nel tempo divenne una peculiarità di quel lavoro.

Il brano di apertura di White Light/White Heat porta il titolo dell’album e la cosa che salta subito all’orecchio sono i tasti di un organo non suonati, ma pestati dalle dita di Cale forsennatamente. Poi c’è la voce di Lou Reed che in questo brano ricorda vagamente il modo di cantare del collega, allora più famoso di lui, Bob Dylan, in Rainy Day a Woman #12 & 35, in questa prima canzone, ambigua, l’ascoltatore non saprà mai se la luce bianca di cui si parla sia qualcosa di metafisico o un effetto dato dalle metanfetamine che in quel periodo Reed e Cale assumevano.

Inoltre, in quel trambusto musicale che contraddistingue la prima traccia si possono riconoscere i semi delle future canzoni del Lou Reed solista.

Un ragazzo di nome Waldo per andare a far visita alla fidanzata si spedisce tramite posta, ma una volta arrivato a destinazione, l’amorosa, non sapendo cosa quel pacco contenesse per aprirlo usa delle forbici, infilzandole così nella testa del povero innamorato.

Questa è The Gift, e più che una canzone si tratta di un monologo con sottofondo quasi punk, scritto da Reed e recitato da John Cale.

Con Lady Gadiva’s Operation arriviamo alla terza traccia e a metà album, alla voce troviamo ancora John Cale con uno stile canoro che dieci anni più tardi riprenderà un ragazzo di Manchester di nome Ian Curtis. Il brano narra l’operazione chirurgica, molto probabilmente, di un travestito.

In questo testo Lou Reed mette in mostra tutto il suo talento nella scrittura. Il testo di Lady Godiva’s Operation, se letto separatamente dalla musica, sembra l’estratto di un romanzo.

Segue Here She Comes Now, che sarebbe dovuta appartenere al primo album e inizialmente scritta per Nico. In effetti, un orecchio attento noterà quanto il sound sia completamente differente da tutte le altre canzoni di White Light/White Heat.

Ci avviciniamo alla fine di questo pellegrinaggio nel degrado e troviamo I Heard Her Call My Name, che per modi di suonare e di cantare rimanda al brano che apre l’album, intanto, la voce monotona di Lou Reed, contornata da chitarre convulse, racconta di crisi di astinenza, visioni e in fine di morte, sicuramente per overdose, ma tra le righe potreste leggerci anche la storia di un ragazzo che si innamora di una sua coetanea ormai defunta.

Il solo della chitarra elettrica di questo quinto brano è ispirato al jazzista Ornette Coleman di cui Lou Reed era grande fan.

Diciassette minuti e trenta secondi. Volumi al massimo, pochi e semplici accordi, un organo filtrato da un amplificatore per chitarra elettrica che suona un assolo allucinato e chitarre distorte. La leggenda narra che durante la registrazione dell’ultimo brano un tecnico del suono fuggì dalla sala.

Il testo è un omaggio a Ultima fermata per Brooklyn, romanzo di Hubert Selby, e racconta di orge, travestiti, gigolo omosessuali e tossici che si cercano la vena “buona”

Soprattutto la struttura musicale e l’arrangiamento fanno di Sister Ray forse la prima canzone punk uscita otto anni prima che esplodesse il genere.

Se The Velvet Underground e Nico era un lampadario di cristallo che illuminava una stanza arredata da mobili e specchi di un certo valore abitata da lussuria e droghe, White Light/White Heat è una lampadina che scende da un soffitto decrepito e illumina una stamberga altrettanto decrepita, con il pavimento pieno di siringhe e i materassi, con macchie di urina, coperti da uomini e donne a metà strada, tra l’orgasmo e l’overdose.

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