Da Una Notte Da Leoni a Joker: chi è davvero Todd Phillips

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È il momento di gettare la maschera: quanti avrebbero creduto che il regista di Una notte da leoni e Parto col folle sarebbe riuscito a fare un film su Joker in grado di convincere sia il pubblico dei comic book movies che quello dei grandi festival? Davvero in pochi, eppure il suo Joker ce l’ha fatta e ha ottenuto consenso anche da parte di quella fetta di pubblico che di solito non è affatto in prima fila per gli Avengers.

C’è un ché di divertente in tutto questo, perché al di là di tante roboanti dichiarazioni, Joker è proprio un “cinecomic” in piena regola: più vicino a Logan (2017) che ai film del Marvel Cinematic Universe ma, per citare il grande Tarantino, sicuramente operante nello stesso campo da gioco. Ma chi è esattamente Todd Phillips e cosa lo ha spinto dalla commedia commerciale al massimo riconoscimento del Festival di Venezia?

Phillips (nome d’arte di Todd Bunzle) è innanzitutto un grande professionista del cinema americano, un regista che sa esattamente cosa vuole o deve fare e che sa come farlo al meglio. Il suo esordio ufficiale risale al 1993, quando realizza un documentario piuttosto sconvolgente su uno dei punk rocker più controversi di sempre: Hated: GG Allin and the Murder Junkies è la cronaca della vita e della carriera di GG Allin (al secolo Jesus Christ Allin), il frontman dei Murder Junkies diventato famoso non solo per la brutalità dei suoi testi, ma anche e soprattutto per le sue esibizioni sul palco (sul quale era solito spogliarsi completamente e defecare, facendo in seguito cose ancora più disgustose).

Un esordio potente nel circuito underground, che permette ad un giovanissimo Phillips (aveva solo ventitre anni) di crearsi una carriera da documentarista prima di arrivare al grande salto. Nel 1998 è il turno di un documentario che avrà ancora più successo di quello su Allin: con Frat House, Phillips (in co-regia con Andrew Gurland) esplora il mondo delle confraternite nei campus universitari americani, arrivando a ricostruirne i riti di iniziazione più crudi. L’operazione fa discutere molto, cosa sempre positiva per un giovane regista.

Il 2000 è l’anno della grande svolta, perché insieme al terzo documentario dal titolo Bittersweet Motel (dedicato ai Phish e molto più convenzionale dei due precedenti) comincia anche una nuova vita professionale per Phillips: un mostro sacro come Ivan Reitman (il regista di Ghostbusters) lo introduce infatti nel grande mondo della commedia producendogli Road Trip, storia di un piccolo gruppo di colleghi universitari costretti a compiere un lungo viaggio per impedire che un filmato compromettente finisca nelle mani della ragazza del protagonista.

Road Trip non è certo un capolavoro (anche se chi ama questo tipo di commedia lo troverà esilarante), ma permette comunque a Phillips di crescere come regista cinematografico e come sceneggiatore, nonché di muovere i primi passi in un genere di cui da lì a pochi anni diventerà protagonista indiscusso. Col suo film successivo dal titolo Old School (2003) Phillips realizza un’altra commedia e, ancora più che con Road Trip, fa tesoro dell’esperienza accumulata con Frat House: nel film si torna infatti a parlare di confraternite ma lo si fa in chiave decisamente comica, sulla scia dell’apripista Animal House.

Old School è un film molto divertente, che fa entrare Phillips in quel club esclusivo di attori e cineasti noto come Frat Pack (che include tra gli attori Ben Stiller, Owen Wilson, Luke Wilson, Paul Rudd, Will Ferrell, Steve Carell e Vince Vaughn e tra i registi Judd Apatow, lo stesso Phillips ed Adam Mackay): il gotha della commedia americana ha trovato un nuovo esponente.

Nel 2004 la partecipazione di Phillips al Frat Pack si consolida ulteriormente con l’uscita di Starsky & Hutch, ispirato ovviamente alla popolare serie televisiva: a soli trentaquattro anni Phillips dirige un cast composto dai comici più popolari del momento (ci sono Stiller e Wilson nei panni dei protagonisti, Ferrell e Vaughn in ruoli secondari ed un ottimo Snoop Dogg) in un film che fonde molto bene il registro della commedia con quello del poliziesco e che riesce inoltre ad omaggiare in maniera convincente l’estetica del cinema d’azione degli anni settanta.

Non sarà certo una pietra miliare, ma Starsky & Hutch è un banco di prova molto importante per quel Joker che arriverà quindici anni dopo. In una delle gag più divertenti del film, quando Starsky e Hutch devono fingersi mimi ad una festa di compleanno (con risultati imbarazzanti), la canzone in sottofondo è Send in the clowns: poco più che una nota a margine, ma che rivela molto su quanto Phillips abbia le idee chiare su ciò che mette in scena.

Nel 2006 il regista comincia ad allontanarsi pian piano dal Frat Pack: si guadagna infatti una nomination all’Oscar contribuendo a scrivere soggetto e sceneggiatura di quel piccolo fenomeno di costume che è stato il mokumentary Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, diretto da Larry Charles, che ha trasformato in divo Sacha Baron Cohen, qua nei panni di un imbranato reporter della televisione kazaka in viaggio negli Stati Uniti.

Nello stesso anno Phillips dirige anche Billy Bob Thornton e Jon Heder nella commedia Scuola per canaglie (remake di Scuola per dritti, del 1960), dove ancora una volta la sua esperienza cinematografica nel campo del nonnismo torna molto utile. Questa storia di lotta per amore e per il raggiungimento maggiore autostima è però un piccolo falso in una carriera in costante ascesa: per la prima volta il grande pubblico volta completamente le spalle a Phillips, che ormai fuori dal Frat Pack deve reinventarsi completamente.

Passano tre anni prima che il regista torni sulle scene, ma il suo ritorno coincide anche con la sua ascesa come nuovo re della commedia ad Hollywood. Una notte da leoni è niente meno che un trionfo, non solo per via degli incassi da capogiro: trasforma Bradley Cooper in una delle stelle più luminose di Hollywood, lancia Zach Galifianakis nell’Olimpo dei grandi comici contemporanei grazie ad un personaggio memorabile (su cui torneremo) e soprattutto getta le basi per un tipo di comicità molto innovativo, che segna un solco profondo sia col Frat Pack che con quei film figli di American Pie che per un decennio abbondante avevano quasi monopolizzato il lato più estremo del genere.

Nello stesso periodo in cui una nuova generazione di comici, capitanata da Jonah Hill, Seth Rogen, Jay Baruchel e altri, sta lentamente rimpiazzando la precedente (l’incontro tra i due mondi avviene nel cult 40 Anni vergine di Apatow), Una notte da leoni è la storia di un gruppo di tre amici più un quarto incomodo che, festeggiando un addio al celibato a Las Vegas, si ritrovano in un mare di guai: irriverente, martellante, capace di far ridere anche su argomenti (come ad esempio il disagio mentale) che normalmente non dovrebbero far ridere mai, Una notte da leoni è una ventata d’aria fresca che viene premiata dal pubblico con un successo stratosferico, diventando il migliore incasso di sempre per Phillips ed una delle produzioni Warner Bros. di maggiore successo degli ultimi anni.

Per la prima volta nella sua carriera Phillips decide di rallentare un po’: il film successivo, Parto col folle, è un piccolo passo indietro nella sua filmografia, nel quale Galifianakis interpreta un personaggio del tutto simile a quello già ritratto nel precedente film, messo stavolta a contatto con un altezzoso Robert Downey Jr. nell’ennesimo road trip attraverso gli Stati Uniti: le risate sono garantite (anche se la gag migliore viene dal Grande Lebowski), ma manca la freschezza del film precedente.

Nei tre anni successivi il regista si confronta con qualcosa che non aveva provato prima: i seguiti. Una notte da leoni 2 è forse il suo film più debole, un sequel copia carbone dell’originale (con ambientazione diversa) che però ha il merito di approfondire ulteriormente la psicologia del personaggio più interessante dell’intera saga, il quarantenne bambino Alan, che vede il mondo in maniera distorta, immagina i coetanei come dodicenni (come si vede lui stesso) e, tra una battuta sconveniente e un’uscita infelice, rischia di causare danni enormi a chi lo circonda.

Le cose si fanno ancora più complicate con Una notte da leoni 3, un sequel veramente ottimo in cui la commedia si fonde col thriller senza snaturarsi, mostrandoci che anche una macchietta come Mr. Chow (c’era un altro Mr. Chow anche in Starsky & Hutch) può rivelarsi un vero signore del crimine. La star indiscussa però rimane Alan, la cui stranezza però è ormai una malattia mentale molto grave (a causa della quale si è sfiorata una strage e si è avuto un grave lutto in famiglia). Forse Alan non ci fa più ridere così tanto: forse la sua gag con un bambino fondamentale del primo capitolo, a proposito della paternità, comincia a creare anche una vaga sensazione di disagio in chi guarda. Forse Alan non è poi tanto diverso da Arthur, che arriverà sei anni dopo: a differenza sua ha avuto il lusso di essere nato in una famiglia ricca e di avere avuto due genitori spazzaneve che lo hanno protetto da tutto, specialmente da sé stesso.

Con quest’ultimo film si aprono nuove strade per Phillips, che dopo aver preso le distanze dal Frat Pack comincia a prenderle sempre più anche dalla commedia. Con Trafficanti (2016) si comincia a ridere molto meno: la storia è quella di due war dogs (titolo originale del film), Jonah Hill e Miles Teller, che vivono trafficando armi e che cominciano a svoltare quando riescono ad ottenere un contratto molto importante col Pentagono, ma il rischio di fare il passo più lungo della gamba è sempre dietro l’angolo. Questa volta il dramma e il thriller cominciano a dominare nettamente sul lato comico: il film (che fa con Scarface di Brian De Palma quello che Joker farà col cinema di Scorsese) è tra i migliori di Phillips ma il pubblico gli volta le spalle e gli incassi sono molto deludenti. Per il regista diventa fondamentale trovare l’occasione giusta se non vuole ritornare alla commedia e alla ripetizione automatica di formule già collaudate.

L’occasione giusta si presenta nel 2017 quando nei cinema arriva Logan. Quel film, insieme a Deadpool, mostra alle major che il pubblico dei comic book movies è pronto per pellicole più adulte, più violente e più brutali e Phillips coglie la palla al balzo per proporre alla Warner Bros. (con la quale collabora stabilmente dal 2004) un film basato interamente sul Joker, destinato a sviscerarne la psicologia dandogli anche un nome ed un background, prendendo come riferimento il cinema di Martin Scorsese (con cui condivide l’antica passione per la ricostruzione documentaristica) ed in particolar modo capolavori indiscussi come Taxi Driver e Re per una notte.

Inizialmente tra i produttori di Joker figura anche lo stesso Scorsese, che si associa al progetto solo nelle sue prime settimane di vita (poiché era necessario un produttore di New York per girare in quella città), per poi cedere il posto alla sua fidatissima produttrice Emma Tillinger Koskoff (con la quale collabora dai tempi di The Departed), la quale farà in modo che il regista possa avvalersi di buona parte della troupe di The Irishman per le riprese di Joker. Phillips (che nel frattempo ha fatto compiere un ulteriore salto di qualità alla carriera di Bradley Cooper producendo il suo A Star is Born) riesce a coinvolgere nel progetto Joaquin Phoenix, facendo la fortuna della nascitura pellicola. Phoenix è senza dubbio l’elemento migliore del film, che grazie a lui diventa un impressionante e a tratti brutale one man show che sarà difficile dimenticare in poco tempo.

Il Joker della coppia Phillips/Phoenix non è diverso da Alan di Una notte da leoni, solo che al contrario di lui è diventato una sorta di GG Allin: è semplicemente più sfortunato, nato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato e dalle persone sbagliate. Arthur Fleck è inserito in un contesto di degrado urbano, all’interno della metropoli infernale di scorsesiana memoria (questa Gotham City che non finge neanche per un momento di non essere la New York spaventosa di Taxi Driver) che lo mette costantemente alla prova con sfide al limite del sopportabile: per gran parte della sua durata il film è un continuo rito di iniziazione (Frat House) per Arthur, che diventa vittima di gente (almeno all’inizio) più cattiva di lui.

La cosa peggiore della malattia mentale è che le persone si aspettano che tu ti comporti come se non ce l’avessi: Arthur ha un passato terrificante alle spalle e le persone (in primis il suo idolo Murray Franklin, con Robert De Niro che riprende a ruoli invertiti il ruolo che fu di Jerry Lewis in Re per una notte) non lo capiscono mai, nemmeno quando diventa il simbolo involontario di una rivolta verso la quale non prova il minimo interesse ma della quale saprà godersi a pieno il terribile frutto nel bellissimo finale. Quando si trasforma in Joker, in un bellissimo finale in cui nasce anche Batman, è una sintesi perfetta tra la versione dadaista di Nicholson e quella anarchica di Heath Ledger e a quel punto importa davvero poco che sia o meno il figlio illegittimo di Thomas Wayne (il film lascia comunque il dubbio), perché il suo legame col futuro uomo pipistrello è già indissolubile.

Joker segna una svolta pesante nella carriera di Todd Phillips, un punto d’arrivo del quale erano già stati piantati i semi in molti dei suoi film precedenti. Inserendosi in un filone commerciale senza mai uscire veramente dai binari, Phillips ha avuto l’intelligenza di costruire un film crudo e crudele quanto basta da riuscire ad essere apprezzato da chi solitamente snobba i supereroi ed in grado di generare una lunga serie di riflessioni e polemiche che spingeranno il pubblico in massa nelle sale: lo ha fatto sia sfruttando in modo nuovo le tematiche più interessanti della sua carriera di cineasta che camminando sulle spalle di alcuni giganti del cinema americano (non solo Scorsese, ci sono anche echi di Lo Spacciatore di Paul Schrader e di Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman) in un modo estremamente efficace e funzionale al racconto.

Si può sicuramente dire che Joker ha qualche limite nell’originalità della messa in scena (i debiti nei confronti di altri film sono comunque molti), ma di sicuro non gli si può negare di essere un vero film d’autore. Ma in fondo cosa importa? Cinema alto e cinema basso non esistono e un ottimo “cinecomic” ha vinto a Venezia, dimostrandoci ancora una volta che i film possono essere belli o brutti al di là di generi e fonti. La più grande vittoria di Joker e di Phillips in fondo è proprio questa. Non sappiamo ancora quali saranno le sue mosse future, ma sicuramente il successo di Joker aprirà nuove strade per questo regista e sarà interessante vedere dove queste lo porteranno.

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One comment

  1. Joker e’sicuramente un film , oltre che bellissimo, estremamente furbo.. mette insieme le fantasie di lettura psicoanalitica-psichiatrica dei reduci di taxi driver, con gli amanti del fumetto e delle sue retro-interpretazioni. un mix letale..e quindi vincente. Phenix è straordinario, ma il tutto è troppo..l’empatia possibile e commovente con Travis di Taxi driver qui non è possibile perché troppi sono i contenuti e i riferimenti..tutti opinabili e ugualmente realistici. Rimango su Taxi driver e sul Cacciatore. ..(guarda caso De niro,anche qui, sempre presente,per rendere l’empatia con un personaggio allo sbando..Joker e’ un opera d’arte, troppo perfetta per essere d’anima…

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