Good Morning Vietnam, Robin Williams e la guerra come commedia

Questo articolo racconta il film Good Morning Vietnam di Barry Levinson in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Argomento ed interrogativo discusso innumerevoli volte, quello del giornalismo asservito al potere. Diversi studiosi ed intellettuali, tra cui spicca il teorico della comunicazione Noam Chomsky, hanno affermato che soprattutto nell’epoca della informazione assoluta di internet, si tende a cercare di indottrinare l’elettorato anche tramite i media. Non è di certo un argomento nuovo però, si pensi a come Kennedy vinse le elezioni contro Nixon nel Sessanta, dove chi seguiva la televisione riservò il voto al più attraente candidato originario del Massachusetts che all’ansimante e salivante futuro presidente Repubblicano. Perché oramai, i contenuti di un programma elettorale, sono un mero contorno per molti elettori, ed i politici sono diventati come un prodotto da vendere bene.

Questo fa si che vinca chi viene “incartato meglio”, magari belloccio (vedi Trudeau, eletto faro di una sinistra liberal che ha rinnegato la sua raison d’etre). Di conseguenza le difficoltà per chi svolge in modo appassionato il proprio lavoro si ingigantiscono, a differenza di quelli che il direttore del Mattino di Napoli, rivolgendosi verso un giovane Giancarlo Siani definiva “cani da riporto” e non giornalisti.

Questo genere di compromessi, molto spesso però trovano diverse strade per essere annullati. Se la satira è l’ultimo baluardo per una Democrazia occidentale malata e contaminata da lobbisti di ogni genere, bene Adrian Cronauer è certamente un capostipite di questa nobile arte. Sulle gesta di quest’ultimo è ispirato Good Morning Vietnam, film dell’87 di Barry Levinson, che rende omaggio all’aviere dell’Aviazione degli Stati Uniti d’America, che atterra in Vietnam dopo i suoi trascorsi a Creta come disc-jockey con l’ambizione di rinvigorire la radio dell’esercito a Saigon.

E chi se non il compianto Robin Williams poteva interpretare un personaggio tanto eccentrico ed esuberante da creare una sorta di unione tra i due: segmenti perfetti della stessa mela, che fanno assaporare allo spettatore le difficoltà dei soldati al fronte, e che cosa ha rappresentato l’ingiusta occupazione americana in un Paese che non desiderava affatto la famosa democrazia a stelle e strisce. Il disc-jockey è un amante della verità e profondamente dedito alla libertà d’informazione: spesso i burocrati dell’esercito stanziato in città censureranno i suoi comunicati e lui troverà veri e propri muri di gomma nella pubblicazione di notizie scottanti, come attacchi ed uccisioni di soldati americani, o persino soprusi da parte degli stessi nei confronti dei locali.

Cronauer ci dona forse una delle cose più concrete in assoluto, nell’epoca delle fake news dirompenti: una educazione politica. Questa, dovrebbe spingerci, attraverso la raccolta di più informazioni possibili su un argomento, a comprendere di più il mondo che ci circonda, non credendo a tutte le castronerie che persino diversi politici mettono in circolazione. È proprio su questo che molti improntano le proprie campagne diffamatorie attraverso mezzo stampa, pura e semplice fuffa da propinare alle masse. Il regista di Baltimora impronta la pellicola non sulla guerra, ma su quello che che si nasconde alle sue spalle, e su come il governo americano sia riuscito a convincere delle sue ragioni prettamente colonialiste migliaia di giovani.

La parlantina da persona che ha ingurgitato troppi caffè di Cronauer attraversa la metà degli anni Sessanta tra musica rock e l’irriverenza che lo contraddistingue, cercando di portare a tutti i soldati qualche ora di distrazione. Si spingerà addirittura ad ironizzare su Tricky Dick, alias Richard Nixon, attirandosi le ire del Tenente Steven Hauk, interpretato dall’ottimo Bruno Kirby. La goccia che farà traboccare il vaso e costringere il mattatore a lasciare la capitale vietnamita sarà un attacco terroristico in un bar del centro, dove moriranno e rimarranno gravemente feriti moltissimi giovani, con gli addetti al Pentagono che come sempre oscureranno la notizia. Ma Adrian, riuscirà comunque a portare il comunicato al di fuori delle mura di una caserma, attraversando quel pantano paludoso del Governo e delle sue menzogne.

La tenerezza di Louis Armstrong e la sua What a wonderful world ci rammenterà che, nonostante le indegne azioni compiute da entrambe le parti, la bellezza si potrà riscontrare anche in un posto così dannatamente martoriato, dove il protagonista, anche grazie alle sue lezioni d’inglese, cercherà di interagire con i locali, innamorandosi di una di loro. La delicatezza incredibile dell’attore di Chicago, ancora una volta ci dimostra quanto sia stato determinante per il cinema americano una personalità così innocente e poliedrica, a cui bastava semplicemente uno sguardo per placare le ansie di chi lo osservava.

Ancora oggi, anni dopo la sua prematura scomparsa, si stenta a designare un erede di Robin Williams. Forse perché figlio di un altro modo di approcciarsi al mondo, e di uno spirito oramai introvabile. L’arricchimento intellettuale che ci lascia la visione della pellicola ci ricorda le nostre debolezze, ma anche una sensibile voglia di vivere e ricomporre i pezzi delle nostre esistenze, che molto spesso perdiamo per strada.

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