Re Per Una Notte: trama e significato del film di Martin Scorsese

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Meglio re per una notte che buffone per tutta la vita

Quando uscì nelle sale nel lontano 1982 fu il primo grande flop commerciale della carriera di Martin Scorsese, ma fortunatamente il tempo è stato clemente con Re per una notte, che oggi è una pellicola di culto giustamente inserita tra le massime opere del maestro newyorkese.


I retroscena

La genesi del film è travagliata: il soggetto comincia a prendere forma intorno al 1970, quando il critico cinematografico Paul D. Zimmerman elabora un trattamento ispirato al fenomeno dei cacciatori di autografi e ad un articolo di Esquire, che riporta il dialogo immaginario tra uno spettatore televisivo ed i suoi protagonisti di talk show preferiti. La storia viene proposta prima a Milos Forman, che ci lavora per qualche anno, per poi passare in mano a Scorsese nel 1974, quando il regista è ancora al lavoro su Alice non abita più qui. Scorsese non ama particolarmente la sceneggiatura e non vuole occuparsene in prima persona, ma Robert De Niro si innamora del protagonista della storia e decide di interpretarlo, pensando di affidare la regia del film a Michael Cimino. Il clamoroso fallimento de I Cancelli del Cielo allontana Cimino dal progetto e Scorsese (che nel frattempo ha completato Taxi Driver, New York New York e Toro Scatenato) decide di riprendere in mano la sceneggiatura, scoprendo di esserne ora molto più attratto rispetto a prima. Inoltre, i continui ritardi nella produzione di L’ultima tentazione di Cristo spingono Scorsese a puntare su Re per una notte come sua nuova fatica cinematografica, la cui lavorazione sarà particolarmente lunga a causa dei diversi problemi di salute che affliggono il regista in quel periodo.


La trama

Parafrasando l’aforisma di Karl Marx sulla storia che si ripete sempre due volte non è difficile capire il cambio di idea dello Scorsese dei primi anni ottanta nei confronti della sceneggiatura di Zimmerman: dove Taxi Driver vedeva la tragedia umana nell’inesorabile sprofondare della ragione dentro gli abissi della follia, Re per una notte non fa che cogliere l’aspetto farsesco dello stesso identico tema. I due film sono sostanzialmente uguali se guardiamo la progressione degli eventi e l’arco narrativo dei loro protagonisti (similitudine che accresce considerando che entrambi sono interpretati dallo stesso attore). Rupert Pupkin è la caricatura di Travis Bickle, la sua versione più patetica: è il più classico dei losers scorsesiani ma, a differenza di Travis, non c’è un evento devastante come la guerra in Vietnam all’origine del suo disturbo, ma solo una vita frustrante nella sua estrema banalità.

Rupert è un uomo ridicolo, talmente insignificante che nessuno ricorda mai correttamente il suo nome: ha trentaquattro anni e vive in un appartamento meno che modesto, che condivide ancora con sua madre (Catherine Cappa Scorsese, madre di Martin), alla quale si rivolge urlando come un bambino; per mantenersi svolge lavori insoddisfacenti, passa le sue notti a caccia degli autografi dei suoi miti e conduce la sua intera esistenza nell’illusione di essere un grandissimo comico, il re dei comici, pronto a sbocciare da un momento all’altro alla prima occasione. L’uomo è talmente sicuro del proprio talento che si rifiuta persino di fare gavetta nei locali della città: come Travis era convinto di essere uno strumento della giustizia divina contro la corruzione umana, Rupert è convinto di essere il più grande talento del mondo dello spettacolo ed incolpa la società (incarnata da vecchi professori, amici d’infanzia e altri), che nei suoi deliri lo ha sempre calpestato, di ogni suo fallimento. A noi fa ridere, ma dentro Rupert c’è lo stesso inferno di Travis: la sua percezione della realtà è completamente distorta e lo notiamo dalle continue allucinazioni che ha, in cui non solo immagina di dialogare col suo più grande mito, il comico e presentatore Jerry Langford (Jerry Lewis), ma anche di prendere il suo posto e addirittura superarlo nel lavoro.

Jerry è un mito da idolatrare e il simbolo di un traguardo da superare, una sorta di padre nobile che deve essere “ucciso” (in senso metaforico, perché Rupert non è e non diventa mai un violento) per raggiungere il successo: Rupert lo segue costantemente, lo aspetta tutte le sere al termine del suo show e tenta in ogni modo di avvicinarsi a lui. Quando finalmente ci riesce, assillandolo fino ad ottenere la possibilità di inviargli un nastro con un suo monologo, Rupert si autoconvince di essere già stato invitato come super ospite nel programma televisivo di Jerry e, sempre più sicuro di sé in un continuo delirio di onnipotenza, si trasforma in un vero e proprio stalker presentandosi ogni giorno nel palazzo dello studio televisivo di Jerry, chiedendo di vederlo e affermando di essere un suo grande amico nonchè ospite del suo show.

Nonostante i continui fallimenti (viene addirittura buttato fuori dal palazzo dagli uomini della sicurezza), Rupert è ormai immerso in una realtà tutta sua, in cui vede solo quello che vuole vedere e rifiuta categoricamente ciò che si scontra con la sua visione. Determinato a fare colpo su Rita (Diahnne Abbott, perfetta controparte della Betsy/Cybill Sheperd di Taxi Driver), un’ex compagna di college di cui è segretamente innamorato da anni e alla quale non ha mai avuto il coraggio di dichiararsi, Rupert invita la ragazza a passare un week-end con lui nella villa di Jerry, fuori città.

Questo è l’evento traumatico che farà precipitare le cose per Rupert e gli costerà il rifiuto di Rita (come quando Travis porta Betsy in un cinema a luci rosse): presentatisi senza invito a casa di Jerry, i due vengono fermamente scacciati dallo showman che, esasperato dall’ennesimo gesto folle di Rupert, dice all’uomo tutto quello che pensa di lui, mettendolo in ridicolo.

Messo di fronte al proprio fallimento e incapace di elaborare la cosa, Rupert decide di oltrepassare la linea della legalità e, aiutato da Masha (Sandra Bernhard), un’altra stalker di Jerry ancora più pazza di lui, mette in atto il piano più folle della sua vita: dopo aver pedinato a lungo l’uomo, i due lo rapiscono e lo portano nell’appartamento in centro di Masha, tenendolo costantemente sotto tiro con una pistola.

Il piano è semplice: minacciando di morte il popolare comico, Rupert chiede ed ottiene un’ospitata notturna nel suo show, dove intende recitare il monologo che sta preparando da anni, mentre nel frattempo Masha può finalmente realizzare l’eterno desiderio di passare una serata romantica con Jerry, l’uomo dei suoi sogni. Per quanto folle, il piano riesce quasi alla perfezione: Rupert riesce a registrare il suo intervento e ad andare in onda e, prima di essere arrestato, si fa condurre nel bar in cui lavora Rita per farle vedere la sua tanto attesa partecipazione in tv. Nel mentre, Jerry riesce a liberarsi e a fuggire dall’appartamento di Masha.

Condannato a sei anni di carcere per il rapimento di Jerry Langford (ne sconta meno di tre grazie a una condotta ineccepibile), Rupert è ora una celebrità nazionale grazie al suo gesto plateale: quando esce di prigione firma un accordo per la pubblicazione della sua autobiografia (intitolata Re per una notte), viene rappresentato da un agente, ottiene un proprio show televisivo e, chissà, forse anche nuove attenzioni da parte di Rita. Il trionfo tanto atteso è finalmente arrivato.


L’interpretazione e il significato del film

Non c’è nulla che ci possa indicare se la parte finale del film, quella del grande successo di Rupert, sia reale o se tutto sia invece la sua ennesima fantasia distorta, ma in ogni caso la forza narrativa del film rimane inalterata ed entrambe le interpretazioni con le quali si può leggere il finale sono decisamente affascinanti.

Sono tanti i motivi per ricordare Re per una notte, a partire dalla prova eccezionale di De Niro, che si cala nel personaggio in maniera semplicemente perfetta, regalando una performance che dovrebbe essere studiata nei suoi minimi particolari da ogni aspirante attore. Stupisce anche il ruolo insolitamente serio di Jerry Lewis, che interpreta un personaggio molto simile a quello che era lui in quel momento, donandogli un’inattesa vena di malinconia: Langford è un personaggio quasi vuoto, che ha realizzato tutto quello che doveva realizzare e che ora vive solo, isolato da un mondo che sembra volerlo divorare e scambiato spesso per un mitomane quando telefona, persino dalla segretaria del suo produttore. Ricco di scene indimenticabili, il film colpisce e resta impresso anche per un aspetto molto particolare, il costante equilibrio tra la voglia di far ridere e quella di creare disagio nello spettatore: una sensazione contrastante che si prova spesso durante la visione del film e che ha il suo apice nel momento in cui Jerry e Rita si presentano non invitati a casa di Jerry, quando l’aspetto comico si fonde con una tensione sempre più concreta e palpabile.

A prima vista la regia di Re per una notte può sembrare meno estrosa rispetto a quella dei precedenti film di Scorsese, per non dire quasi televisiva in certi tratti (come ad esempio i tioli di testa con fermo immagine), ma si tratta naturalmente di una precisa scelta artistica del regista, che intende dare a questo film un taglio particolare e un tono più introspettivo del solito: non mancano i momenti di grande impatto visivo, come le scene dei sogni ad occhi aperti di Rupert (tutte splendidamente realizzate, in particolare quella in cui l’aspirante comico prova il suo numero di fronte alla gigantesca fotografia in bianco e nero di un pubblico in delirio) o quella in cui Jerry, completamente legato e rassegnato, è costretto ad assistere ai deliri di Masha.

Dopo aver raggiunto una certa stabilità nella propria carriera (e nella propria vita), Scorsese è in grado di riguardare lo script che aveva rifiutato sei anni prima e dargli un’interpretazione che all’epoca non aveva colto; il regista si rivede contemporaneamente sia in Rupert che in Jerry, vedendo l’uno con gli occhi dell’altro, e capisce che l’ossessione di Rupert per lo show business non è troppo distante dalla sua per il cinema e per il successo. E’ così che entrambi i personaggi hanno qualcosa del loro regista: quando Rupert mostra a Rita la sua collezione di autografi e commenta le carriere dei comici che dice di aver conosciuto sembra di sentire il giovane Scorsese che parla di cinema, così come la figura del più maturo e disilluso Jerry ricorda lo Scorsese maturo e disilluso di quel periodo, qualche anno dopo i primi grandi trionfi. Forte di questa nuova lettura, il regista consegna uno dei suoi film più personali (e per certi versi disturbanti, benchè totalmente privo di violenza): un grande classico che all’inizio può sembrare meno appariscente rispetto ad altri titoli dell’autore, ma che col tempo si rivela in tutta la sua forza.

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