Joker: analisi e significato del personaggio di Joaquin Phoenix

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione di Joker di Todd Phillips, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

“Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una commedia”

Joker di Todd Phillips può essere definito, in tutta tranquillità, il film più atteso del 2019. Nell’opinione di chi scrive, persino il migliore finora. Presentato alla 76ma Mostra del cinema di Venezia, ha vinto non senza polemiche il Leone d’oro. Nelle sale italiane dal 3 ottobre, in America ha già destato crisi collettive di paranoia, critiche, nel mondo soprattutto entusiasmo e ammirazione.

Quali sono le ragioni, fuori e dentro il film, per cui quello che a prima vista sembrerebbe uno spin-off della saga di Batman ha riscosso così profonde reazioni? Proviamo ad analizzarle, tenendo presente che Joker è un film che trae spunto dal mondo cinecomic ma ne supera le delimitazioni, sconvolgendone i tratti: parleremo quindi, più che di Joker nella sua storia culturale, di questo Joker in particolare e di questo mondo specifico che Phillips mette in atto. Partendo dal protagonista.

Joaquin Phoenix è sempre stato restio a interpretare personaggi tratti dal mondo dei fumetti. A prima vista, in realtà, Phoenix non sembrerebbe nemmeno l’attore adatto a un ruolo del genere. Per quanto abbia spesso impersonato ruoli borderline, il suo sguardo è penetrante, non mefistofelico; il suo corpo ha, comunemente, una fisicità realistica, non clownistica. Già questo ci dice qualcosa sul perché Joker sarebbe un anello di rottura rispetto alle precedenti rappresentazioni del cattivo per eccellenza: il nuovo Joker non è un villain. Nemmeno un antieroe in senso stretto. Arthur Fleck è innanzitutto un subalterno, un escluso: in un mondo dominato dall’ideologia LMS (look, money, status) è deforme e sgraziato, aspirante comico senza un soldo e per giunta mentalmente compromesso.

In secondo luogo, fallisce rispetto agli standard personali che lo stare in quel mondo, in quella società, gli hanno indotto: disoccupato, senza un nucleo di affetti definiti comuni e necessari (una madre, un partner), incapace di far fronte a una malattia, non riconosciuta dagli altri, che lo porta sempre più all’isolamento e alla distruzione.

Per tutta la durata del film, pure quando Arthur diventa Joker, lo spettatore non può non identificarlo con la figura di un angelo compromesso. Il suo sogno iniziale, “donare gioia e risate a tutti quanti”, è un puro ideale angelico per il quale non vi è spazio nell’Inferno dei vivi. Anche perché a donare, a modo loro, gioia e risate vi sono già due rappresentanti dell’accettabilità sociale capitalistica: il magnate Thomas Wayne (Brett Cullen) e il conduttore televisivo Murray Franklin (Robert De Niro). Il paladino del progresso contraddittorio e discriminante da un lato e il volto della “società dello spettacolo”, della risata forzata e arrogante dall’altro.

Wayne è un miliardario, unica posizione dalla quale è realisticamente possibile esigere il decoro e la pulizia in una città perduta come Gotham City. Non fosse altro che è proprio la presenza nel sistema di capitalisti come Wayne ad aver causato il degrado esistenziale della città. La contraddizione è svelata: i benestanti esistono perché esistono gli emarginati, ma gli emarginati possono sperare di riscattarsi solo per elargizione generosa dei benestanti. Franklin, agendo sul lato mediatico, indica un’un’altra faccia del polo di questa contraddizione: la disperazione dilaga per le vie e nessuno ha la possibilità di sorridere, ma da un patinato studio televisivo il conduttore (parodia di Re per una notte del 1982, con lo stesso De Niro) invita, anzi costringe, all’ironia. Che, diceva Pier Paolo Pasolini, è fra le peggiori armi della borghesia perché solleva dalla responsabilità. Tant’è che ci si può prendere gioco pure di un malato mentale.

Non vi è, tornando momentaneamente all’attore protagonista, molto da sottolineare rispetto alla qualità recitativa di Phoenix, che è strabiliante: non solo per i circa 20 chili persi (a Hollywood va di moda valutare un attore in base alla bilancia), o per l’utilizzo del proprio corpo martoriato che si esibisce in danze dal sapore inquietante e liberatorio, ma soprattutto per la risata. Se il Joker classico ha un finto sorriso stampato in volto, quello del Joker attuale è il risultato di una devianza del cerebro: un’esplosione incontrollata di riso, quasi indistinguibile dal guaito della creatura ferita, che lo perseguita irrimediabilmente. Jack Nicholson incarnava la follia omicida figlia degli eccessi degli anni ’80, Heath Ledger la furia anarchica del terrorismo che, dopo l’11 settembre, attraversa l’Occidente come una vera paranoia; invece in Phoenix prende corpo il fallimento di un uomo di fronte ad almeno tre ordini di ideologia: quella economica, quella sociale e quella della perfezione interiore.

È inevitabile e pure legittimo che, soprattutto attraverso il web, Joker diventi un nuovo emblema delle varie forme di lotta al capitalismo. Va però lodato e sottolineato che, assieme alle cause politiche, della follia di Arthur vengano date pure spiegazioni mediche. Esattamente come il grande modello Travis Bickle di Taxi driver (1976) soffriva in primis di disturbo post-traumatico da Vietnam, così in Arthur Fleck si sommano le conseguenze di un trauma cranico e di una manchevole assistenza medica: le violenze subite, il contesto di ingiustizia, sono concause di ragioni psichiatriche che, nel mondo reale, sono quasi ignorate. Questo particolare ci aiuterà, a breve, a sciogliere i nodi di alcune polemiche attorno a Joker.

Prima, però, è opportuno trarre una conclusione di carattere cinematografico: Joker non è un semplice cinecomic. Lo hanno sottolineato a più riprese lo stesso regista e vari commentatori, eppure qualcuno ancora si ostina a considerarlo tale. Si tratta di un ottimo thriller urbano, colto e ispirato ai capolavori degli anni 70; di un film dalla fotografia eccellente, dalle musiche più che adeguate e da un montaggio ineccepibile. Soprattutto, Joker è un film che non appartiene all’universo di Batman: non perché non vi siano colpi di scena per gli appassionati del fumetto, ma perché la direzione è un’altra. Non inserirsi fra un Bat-movie e l’altro, ma trarne simboli e icone ormai universali per costruire un racconto diverso e indipendente: in un’espressione, riconoscere che la cultura pop non è solo intrattenimento per adolescenti ma è generatrice di significati che dialoghino con l’umanità intera.

Non hanno senso le critiche dei fan del fumetto, che temono di vedere dissacrato il proprio mito: per dissacrare qualcosa, bisogna riconoscerne la sacralità. Joker ci dice che il pop è sacro quanto la cultura alta. Così, lasciano il tempo che trovano anche le lamentele di chi sperava fosse premiato a Venezia il classico film estetico di un qualche autore riconosciuto come tale: Joker ci insegna che il grande Cinema deve saper farsi vedere per mettersi in dialogo con il pubblico, perché una storia venga raccontata e salvata dall’oblio. Non è vero che il Cinema muore quando i fumetti arrivano sul grande schermo; è vero piuttosto che anche i fumetti possono essere terreno per il Cinema, perché l’«aura artistica» deve scomparire con esso.

Vi è infine un’ultima questione da trattare: la violenza. L’America negli scorsi giorni è letteralmente piombata in un clima da stato poliziesco distopico: mobilitazione di esercito ed FBI, divieto di entrare mascherati nei cinema, metal detector fuori sala, impossibilità di portare con sé armi da fuoco anche se regolarmente registrate. Non è questa la sede per chiedersi se sia normale che una sparatoria in un film preoccupi più della sentita necessità di specificare che “durante la proiezione è vietato utilizzare telefono cellulare, registratori e 44 magnum”. Di strage in passato, per giunta connessa a un film su Batman, ce ne è già stata una. Non è nemmeno il luogo più adatto per interrogarsi sulla connessione fra violenza effettiva e violenza rappresentata (Stanley Kubrick ne sa qualcosa). Analizzando il film, semplicemente, si nota che non c’è nessun invito alla violenza o alla ribellione: c’è semmai la denuncia di una violenza da cui nascono tutte le altre. Vale a dire, quella del mondo di Wayne e Franklin, dei medici che rinchiudono Arthur senza l’intenzione reale di guarirlo, dei ricchi borghesi giovani, sani e WASP che lo malmenano in metropolitana causandogli il primo, vero, crollo personale. Il fatto che la ribellione ispirata a Joker, alla fine del film, detoni trasformando lo stesso Arthur in un eroe della guerriglia, ha preoccupato molti per il suo apparente significato. La rivolta dei pezzenti, tuttavia, non è stata causata da Joker, ma dalla stessa società che il Joker lo ha creato, e che non può non collassare su se stessa. Senza nemmeno, in fondo, che Arthur da tale collasso ricavi una salvezza personale.

Italo Calvino, nel finale de Le città invisibili, così scriveva:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se c’è n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

L’inferno di Gotham è ormai irrecuperabile, così come quello di Arthur Fleck, diventato Joker per sempre.

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One comment

  1. Appena visto… Allora l’attore ha interpretato il film in modo impeccabile. Chapeau! Il film lascia parecchio a desiderare. Lento e scontato. Sa di gia visto .
    Ottimo film per i pomeriggi domenicali d’Italia 1

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