Taxi Driver: la trama e i significati del capolavoro di Martin Scorsese

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“Vengono fuori gli animali più strani la notte; puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l’altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre”

New York di notte è l’inferno in terra agli occhi di Travis Bickle: uno schermo nero illuminato dalle sgargianti luci al neon delle insegne dei locali, su cui scorre uno spaventoso freak show fatto di droga, prostituzione, omicidi, furti e ogni sorta di peccato mortale. Travis è un ex marine, un reduce del Vietnam traumatizzato dalla guerra, imbottito di tranquillanti e psicofarmaci che dovrebbero aiutarlo a controllare i suoi deliri mistici ma che hanno il solo effetto di alienarlo ulteriormente dal mondo che lo circonda. È un uomo potenzialmente molto pericoloso, che per tramutare la sua insonnia cronica in qualcosa di redditizio decide di diventare tassista e sceglie il turno di notte. Taxi Driver è il capolavoro definitivo di Martin Scorsese, il suo film più acclamato all’interno di una filmografia d’eccezione: già dalle scene iniziali, accompagnato dalle note di Bernard Hermann (che morì il giorno successivo al completamento della colonna sonora), il regista rende la sua amata New York inquietante come non la si era mai vista: una capitale del vizio in attesa di una punizione divina, che arriverà per mano di uno psicopatico.


Come nasce

Per comprendere a fondo il vero significato di questo film occorre però fermarsi brevemente e attribuire il giusto riconoscimento all’autore che ne ha concepito la storia e scritto la sceneggiatura: Paul Schrader, uno dei più fini intellettuali della New Hollywood, nei fatti un vero e proprio secondo padre di Taxi Driver. Secondo Schrader, la sceneggiatura del film era uno scritto essenzialmente protestante, mentre Scorsese avrebbe diretto un film essenzialmente cattolico. Ignorare il retroterra religioso dei due autori nell’analisi di questo film è impossibile: sia Scorsese che Schrader provengono da famiglie molto devote, seppur appartenenti a diversi rami del cristianesimo (Scorsese cattolico, Schrader protestante) ed entrambi hanno trascorso in gioventù un breve periodo come seminaristi prima di avventurarsi tra le strade del cinema. L’infanzia e l’adolescenza di Schrader sono inoltre segnate da studi rigorosissimi presso istituti religiosi in cui il cinema e determinate letture erano proibiti, cosa che ha reso molto particolare il suo rapporto con la settima arte (ha visto il suo primo film a diciassette anni), vista inizialmente come un’importante mezzo di trasgressione e di rapporto col Peccato.

Quando Schrader concepisce l’idea di Taxi Driver è sull’orlo di una crisi di nervi: il suo matrimonio è fallito e lo scrittore è caduto in uno stato di depressione che lo ha reso insonne e lo porta a vagabondare di notte in auto per le strade di Los Angeles, di bar in bar, prima di concludere le serate nei cinema porno. A salvarlo è un ulcera, che lo costringe in ospedale e lo porta a decidere di lasciare Los Angeles e di rimettersi a scrivere. È in quel momento che Schrader ha l’idea di scrivere un film su questa sua esperienza, che abbia per protagonista il tipico eroe esistenziale della letteratura europea (prima di mettersi a scrivere rilegge La Nausea di Sartre) ma trasportato in un contesto americano e, di conseguenza, più ignorante e totalmente privo di una base culturale in grado di fargli elaborare lo spleen, l’ennui, il mal di vivere. Il suo Travis Bickle è un giovane afflitto da un impulso autodistruttivo che non riesce a capire e che indirizza verso gli altri anziché verso sé stesso: il Vietnam è un elemento che serve ad ancorare il film al contesto storico in cui viene realizzato ma non è la chiave di lettura dell’opera, come viene detto erroneamente troppe volte, perché il mal di vivere di Travis potrebbe avere origine da un’infinità di altri eventi e la storia di Taxi Driver potrebbe svolgersi in qualsiasi epoca. Travis è la metafora che Schrader ha tanto cercato, “l’uomo che porta chiunque ovunque per denaro, che si muove nella città come un topo nella fogna, costantemente circondato da gente e che tuttavia non ha amici”.

A questo punto entra in scena Scorsese che si innamora profondamente della sceneggiatura e affida il ruolo di protagonista a uno strepitoso Robert De Niro, affiancato da un cast altrettanto eccezionale, che regala una delle interpretazioni più intense di tutta la sua carriera, probabilmente la più famosa. Il suo Travis sembra costantemente sul punto di esplodere, fin dall’inizio: diventa tassista perché non riesce più a dormire, passa più tempo a parlare con se stesso in un continuo monologo interiore che con gli altri, trascorre le notti sul suo anonimo taxi (una bara metallica, simbolo della solitudine dell’uomo) che a fine corsa deve ripulire dal sudiciume lasciato dai clienti, prima di recarsi nella più vicina sala a luci rosse. Travis ha un bisogno disperato di ordine e di disciplina dentro di sé (figlio dell’esperienza nell’esercito ma, più a fondo, dell’educazione calvinista di Schrader) mentre il mondo attorno a lui agisce in modi completamente diversi (secondo Schrader è lo stesso contrasto che prova il protestante che entra in una chiesa cattolica): questa differenza che avverte lo porta progressivamente a desiderare di applicare le proprie regole morali al mondo che lo circonda, ma non sa ancora come fare.


La trama

Durante la storia, che si svolge nell’arco di pochi mesi, Travis incontra tre personaggi fondamentali che lo conducono verso la trascendenza. Il primo incontro fondamentale è quello con Betsy (Cybill Shepherd), una donna che nota per la strada e che lo colpisce per la sua bellezza. Dopo averla seguita, Travis scopre che Betsy lavora per la campagna elettorale del senatore Charles Palantine (Leonard Harris), candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti: convinto che tra loro ci sia un legame profondo, Travis si finge un sostenitore di Palantine per iniziare a parlare con lei e dopo qualche resistenza riesce ad invitare la donna per un paio di appuntamenti. La situazione precipita quando Travis porta Betsy a vedere un film un porno: scandalizzata, Betsy se ne va e lo lascia solo, dando uno scossone all’equilibrio mentale già precario del taxi driver.

Il secondo incontro è quello con un passeggero che ha istinti omicidi nei confronti della moglie che lo tradisce (interpretato dallo stesso Scorsese, nel cameo più folle della sua carriera). Dopo quell’incontro Travis subisce il fascino delle armi da fuoco ed inizia a ridare “ordine” alla propria vita: smette di prendere i farmaci, comincia ad allenarsi duramente per recuperare la forma fisica perduta, brucia nel lavandino tutti i fiori che ha spedito a Betsy (che gli sono stati mandati indietro) e comincia a preparare il suo armamentario da futuro giustiziere urbano. Il terzo incontro, quello decisivo, è con Iris (la giovanissima e già eccellente Jodie Foster), una ragazzina di dodici anni e mezzo che è fuggita dalla sua famiglia e si è rifugiata a New York, dove viene costretta a prostituirsi con l’inganno dal viscido Sport (Harvey Keitel, già protagonista tre anni prima di Mean Strees, il primo capolavoro di Scorsese), che finge di essere innamorato di lei e che l’ha fatta cadere nel vortice della tossicodipendenza.

L’incontro con Iris è il colpo di grazia alla salute mentale di Travis che inizia a pianificare un omicidio/suicidio ai danni del senatore Palantine: ancora provato dal rifiuto di Betsy, Travis vede in Palantine e nei suoi discorsi (un concentrato di pura e inutile demagogia) il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella sua vita e il suo desiderio è quello di ucciderlo, farsi uccidere dal servizio di scorta e lasciare tutti i suoi soldi in eredità ad Iris, per permettere alla ragazza di fuggire e rifarsi una vita. L’attentato però viene sventato troppo presto perché Travis (che nel frattempo si è fatto l’iconico taglio alla moicana, che viene rivelato con un movimento di macchina che ha fatto la storia del cinema) viene avvistato troppo presto dalle guardie armate, anche se riesce comunque a fuggire.

Tornato a casa decide di cambiare piano, la sera stessa si reca nel palazzo dove Iris si prostituisce e compie una strage: Sport, il proprietario della stanza di Iris e un mafioso che stava per abusare della ragazza vengono brutalmente massacrati dai colpi di pistola e dalle coltellate di Travis che, ferito in modo grave ma non letale, attende con Iris l’arrivo della polizia dopo aver tentato inutilmente di suicidarsi. Qualche mese dopo Travis, fisicamente guarito, è un eroe nazionale agli occhi dei media: non solo non è stato arrestato (le persone che ha ucciso erano armate, quindi la sua spedizione punitiva si è trasformata in legittima difesa) ma ha ripreso regolarmente il suo lavoro di tassista e una sera gli capita di dare un passaggio a Betsy, che ora lo guarda con occhi molto diversi. La sua follia, però, è sempre pronta a riemergere.


Il significato del film

Si possono dare tante interpretazioni a Taxi Driver, tutte valide: possiamo limitarci a trovare una riflessione sulla solitudine dei reduci del Vietnam, abbandonati dalle istituzioni e incapaci di riallacciare i rapporti con la società, come avviene quando Travis cerca di comunicare il suo malessere al collega più anziano Mago (Peter Boyle, il celeberrimo mostro di Frankenstein Junior) che è incapace di dargli un consiglio; possiamo trovare nel film una critica alla rappresentazione della realtà offerta dai media, che trasformano in eroe un pazzo omicida solo perché ha sfogato i propri impulsi distruttivi contro le persone giuste; volendo possiamo anche trovarci una critica alla libera circolazione delle armi negli Stati Uniti, ma quello che non bisogna perdere mai d’occhio è che, passato attraverso le lenti del cinema di Martin Scorsese, il dramma esistenziale di Schrader si trasforma in una pietra miliare assoluta del noir, fusione perfetta tra cinema di genere e cinema d’autore come solo i più grandi registi sanno creare.

Taxi Driver è un film gigantesco perché riesce a fondere le tematiche profondissime della sceneggiatura con la messa in scena spettacolare di Scorsese, che non dimentica mai che il cinema deve essere innanzitutto intrattenimento, in un’epoca come quella della New Hollywood in cui lo spettacolo e i contenuti di spessore riuscivano a fondersi meglio che ai giorni nostri. Il segreto del successo di Taxi Driver è tutto qui: nella sua capacità di soddisfare sia il cinefilo che lo spettatore medio, nella parabola di (auto)distruzione del suo protagonista, nei monologhi eccezionali di De Niro (tutti degni di essere ricordati), nella sua lenta trasformazione in vendicatore, nei temi scabrosi che la pellicola affronta e nell’esplosione di violenza del finale, che ancora oggi lascia senza fiato.

Scorsese e Schrader torneranno a lavorare insieme altre tre volte e, tre anni dopo il successo enorme di Taxi Driver, Schrader scrive e dirige il grandioso (ma molto meno ricordato) Hardcore, un vero e proprio fratello minore della pellicola del 1976. Quella di Taxi Driver rimane però la collaborazione più celebre e più citata tra i due autori: una storia potentissima, tradotta in immagini con grande maestria da uno dei più grandi cineasti che il cinema americano abbia mai conosciuto.

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