Shutter Island: dietro i significati del dramma psicologico di Martin Scorsese

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Shutter Island, il film di Martin Scorsese, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

 

Shutter Island è una di quelle pellicole per le quali bastano i primi dodici minuti per rendersi conto di essere di fronte a qualcosa di importante per la settima arte. Già dalle primissime inquadrature del film si respira aria di grande cinema, con una nave che avanza lentamente tra i banchi di nebbia per avvicinarsi ad un’isola, a bordo un detective con un forte mal di mare che incontra il nuovo collega; sull’isola troviamo un gigantesco e spettrale manicomio nel quale i due detective dovranno svolgere un’indagine, e sullo sfondo un grave lutto nel passato del detective col mal di mare: l’atmosfera è perfetta, dalle luci ai colori, passando per una splendida colonna sonora non originale selezionata da Robbie Robertson.

Martin Scorsese ci fa capire fin da subito che il film è qualcosa di più che un semplice thriller/noir psicologico ambientato negli anni ’50, che quella non è semplicemente un’isola che ospita un manicomio e che quella cui stiamo per assistere non sarà una semplice indagine. In queste scene introduttive del film, anche se alla prima visione non riusciamo a rendercene conto, sta iniziando per noi spettatori un viaggio all’interno di una mente umana, devastata dalla follia, che nasconde un segreto terribile.

Della grandezza di questo film, e della sceneggiatura ad opera di Laeta Kalogridis (oggi showrunner di Altered Carbon, di cui vi abbiamo già parlato) tratta dall’omonimo romanzo del 2003 di Dennis Lehane, ci rendiamo pienamente conto soltanto alla seconda visione, quando cogliamo il senso di tutti gli strani gesti dei personaggi che circondano il nostro protagonista Edward Daniels (un ottimo Leonardo Di Caprio), e in cui realizziamo che sarebbe bastato davvero un minimo di attenzione in più da parte nostra per capire la realtà del film già dalla prima mezz’ora. Perché il trucco c’è e si vede: è una farsa, un gioco, una terapia, e ce lo dice chiaramente il dottor Cawley (Ben Kingsley) quando proprio al trentesimo minuto, parlando con Daniels/Di Caprio, illustra il suo rivoluzionario metodo di lavoro coi pazienti del manicomio, che si basa sul dare loro fiducia e sull’assecondarli totalmente nel loro percorso di presa di coscienza dei crimini commessi, nella speranza di farli guarire o comunque di evitare loro la pena disumana della lobotomia. È in quel momento che dovremmo unire i puntini e capire che la soluzione del mistero non sarà affatto il ritrovamento della paziente scomparsa Rachel Solando, ma che c’è qualcosa di molto più grande che conduce al personaggio di Daniels: il guaio è che non lo facciamo, troppo distratti dal meccanismo cinematografico, e per i restanti 105 minuti di film cadiamo nella rete di Scorsese, Kalogridis e Lehane, perdendoci in quest’isola senza via di scampo che è l’agghiacciante rappresentazione di una mente distorta.

Proviamo a riordinare i pezzi cronologicamente. Andrew Laeddis non è un uomo malvagio, ma un perdente al quale una scelta sbagliata ha tolto tutto: reduce dalla liberazione del campo di sterminio di Dachau, Leaddis non è riuscito a superare il trauma dato dalla visione degli orrori dei lager, e tornato alla vita civile, nella quale è agente federale, ha iniziato ad affogare i propri demoni nell’alcol. Sua moglie Dolores soffre di un disturbo mentale, ha già dato fuoco alla loro casa ma lui non vuole sentire ragioni: rifiuta di farla aiutare e si trasferisce in una casa sul lago con lei e i loro tre bambini. Rientrando, un giorno, trova la moglie in stato confusionale, bagnata dalla testa ai piedi, che alla domanda su dove siano i bambini risponde con un vago “a scuola”. Peccato che quel giorno sia sabato e che i piccoli siano nel lago, affogati poco prima dalla madre. In un lieve lampo di lucidità Dolores implora Andrew di liberarla, e lui la uccide con un colpo di pistola all’addome. Questa scena straziante è il prologo della vicenda, ma è posta nel pre-finale del film. Da quel momento la mente di Laeddis subisce un crollo devastante, che lo porta a crearsi una nuova identità fittizia col nome Edward Daniels (guarda caso un nome che è l’anagramma di Andrew Laeddis), agente federale vedovo e senza figli, la cui moglie è morta nell’incendio della propria casa, causato da un piromane che di nome fa proprio Andrew Laeddis. Il senso è chiaro, nella mente del protagonista avviene un fenomeno di dissociazione per occultare il senso di colpa che lo sta divorando: Andrew Laeddis è visto come il mostro responsabile della morte dell’adorata moglie (bellissima la scena dell’incontro con la proiezione mentale del “piromane” Laeddis, un Elias Koteas identico a Robert De Niro nel Frankenstein di Kenneth Branagh), la quale continua a perseguitarlo tanto nelle allucinazioni quanto nei sogni.

I sogni sono come traumi. È per bocca di un grandissimo Max Von Sydow (che potrebbe forse essere un ex scienziato nazista) che scopriamo la chiave di lettura del film: traum, “sogno” in tedesco, ha la stessa origine di trauma, “ferita”, e Shutter Island è un film di traumi, di ferite dell’anima e di sogni: chiuso nel padiglione C dell’ospedale psichiatrico di Ashecliffe a causa dei suoi comportamenti (è il paziente più violento dell’isola) Laddies/Daniels ha continue ricadute psichiche e la sua mente fugge di continuo dalla realtà: dopo un incontro con un altro paziente, George Noyce, la sua mente elabora una teoria assurda secondo la quale lui (che ricordiamo: è convinto di essere ancora agente federale e di essere soltanto in visita al manicomio per un indagine) sarebbe al centro di un complotto organizzato dai dirigenti dell’istituto, che prevede esperimenti brutali sulle menti dei pazienti (chi potrà mai credere loro se sono pazzi?) da riutilizzare eventualmente nella guerra fredda.

È chiaro che tutti gli eventi traumatici della vita di Laeddis (la guerra, la scoperta del campo di sterminio, la morte di moglie e figli…) concorrono in un qualche modo a creare il mondo parallelo all’interno della sua mente, ed è allora che il dottor Cawley (in quello che è l’antefatto del film) decide di ricorrere ad un ultimo disperato tentativo per farlo rinsavire, prima della soluzione definitiva della lobotomia: assecondare il delirio di Laeddis, paziente numero 67 del manicomio, e mettere in scena un gigantesco role play nel quale lui è davvero un agente in visita al manicomio (col suo psichiatra nei panni del collega investigatore) alla ricerca di una paziente svanita nel nulla, dell’assassino della moglie lì rinchiuso, e delle prove di un inesistente complotto.

La donna scomparsa, Rachel Solando (un altro anagramma, questa volta di Dolores Chanal, nome da nubile della moglie di Laeddis), vedova di guerra, sarebbe stata ricoverata dopo aver ucciso brutalmente i propri figli ed essersi completamente dissociata dal fatto, ed è chiaro che sia un’altra delle proiezioni mentali di Laeddis, quella necessaria a cancellare il ricordo delle azioni della moglie.

Un biglietto scovato nella stanza della Solando, che reca la scritta “La regola dei quattro. Chi è il 67?” è la chiave per risolvere il mistero: la regola dei quattro è il meccanismo delle doppie personalità creato dal protagonista (Laeddis/Daniels, Chanal/Solando), mentre il 67 è il paziente mancante, ovvero Laeddis stesso. Tutto il resto (compresa l’inesistente dottoressa Solando, vittima di non precisati esperimenti sulla mente) sono le allucinazioni di una mente spezzata. Per tutto il film assistiamo ad una non-indagine, in cui diventa sempre più chiaro che l’oggetto della ricerca sarà qualcosa di sconvolgente.

“Voi non state realmente guardando, voi volete essere ingannati!”, diceva un grande Michael Cane in The Prestige di Christopher Nolan, ed è esattamente ciò che capita agli spettatori di Shutter Island (esempio eccellente di gioco di prestigio in campo cinematografico) i quali per tutta la durata della non-indagine del paziente/agente Laeddis/Daniels vorrebbero credere alla sua teoria del complotto, incuranti di come tutto ciò che è attorno a lui stia gridando chiaramente che non sarà così. La forza del film è tutta qui: portare lo spettatore a credere una determinata cosa, mentre lo stesso film mostra chiaramente che la realtà è un’altra. Il finale poi è amarissimo: tornato lucido dopo la rivelazione nella scena del faro, Laeddis finge (lo si intuisce chiaramente dalla recitazione di Di Caprio) di essere ricaduto nel processo di dissociazione, e si consegna spontaneamente alle guardie del manicomio per la lobotomia, chiedendo al suo psichiatra se sia meglio vivere da mostro o morire da brava persona.

Una storia terribile, che il regista mette in scena con un’eleganza impeccabile e struggente (da manuale tutte le sequenze di sogni e allucinazioni): è sbagliato considerare questa grande pellicola come un capitolo marginale della filmografia di Scorsese, perché tutte le ossessioni del regista sono presenti anche in questo titolo, semplicemente declinate in maniera insolita per lui. Il protagonista, ad esempio, è uno dei suoi tanto amati perdenti, non troppo distante da Travis Bickle o da Rupert Pupkin (anzi, a pensarci bene molto vicino a loro); gli orrori della guerra hanno generato un mostro (Taxi Driver); l’aria che si respira è quella di una piccola grande tragedia il cui protagonista è destinato a pagare caro i propri errori (Quei Bravi Ragazzi, Casinò, il successivo The Wolf of Wall Street) ma il tutto avviene in un’atmosfera completamente onirica e surreale, quasi del tutto inedita per il regista (se escludiamo una perla come Fuori Orario, che aveva però un tono completamente diverso, e Cape Fear che comunque è inferiore) e debitrice dei suoi tanto amati noir degli anni ’40 (un titolo su tutti Il Bacio della Pantera del 1942).

Un film che chiunque dica di amare il Cinema dovrebbe vedere più volte: la prima per lasciarsi ingannare, la seconda per scoprire che tutto torna, e le altre per vivere un’esperienza di cinema che riesce veramente a farci star bene e male allo stesso tempo.

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