I film più attesi dal Festival di Venezia 2019

Posted by

A cavallo tra agosto e settembre 2019, come ogni anno, fra testate e blog di cinema si sono versati fiumi metaforici di inchiostro per la 76ma edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Quello che vi proponiamo oggi, più che una recensione o un reportage, è un gioco in stile what if: quali film vincerebbero gli Oscar, se il festival della laguna più amata dai cinefili fosse la cerimonia degli Academy awards? I veri Leoni della rassegna sono già stati resi pubblici. Prendete la seguente classifica, pertanto, come un pretesto originale e ironico per parlarvi di alcuni film che ci hanno particolarmente colpiti fra quelli in concorso e fuori.

Migliori costumi: J’accuse di Roman Polanski

Il processo più irregolare della Storia moderna, l’uomo più discriminato d’Europa, i difensori più strenui. Se Roman Polanski abbia o meno rivisto se stesso nella vera storia di Alfred Dreyfus, capitano dell’esercito francese condannato ingiustamente per alto tradimento durante la Guerra franco-prussiana, è irrilevante. Il film offre una ricostruzione storica scientifica e accurata, grazie ad una ricerca d’archivio precisa e alle belle divise fin de siècle di Pascaline Chavanne. Il ritmo narrativo è quello dei migliori film giudiziari, con Jean Dujardin e Louis Garrel interpreti solidi e compatti. Nessuna sorpresa e una regia invisibile per un’opera che, se non cambia la vita allo spettatore, perlomeno lo intrattiene con intelligenza. Qualche eccesso retorico patriottico di troppo («I francesi hanno la grandeur!», diceva Gioele Dix), ma in linea con la ricostruzione ambientale.

Migliore montaggio: Ema di Pablo Larraìn

Presentata come commedia drammatica a ritmo di reggaeton, Ema è in realtà un lisergico studio di una crisi di coppia nei confronti dell’adozione. Mariana di Girolamo, protagonista femminile pirotecnica (e piromane…) e Gael García Bernal, artista egocentrico e ingenuo, danno vita a un testa-a-testa tanto cinico quanto toccante. Fra gatti nel refrigeratore, rapimenti, pansessualismo e segmenti che sembrano video-clip, Ema è ciò che si vorrebbe da un film sudamericano: la vita come sangre y locura, sangue e follia. Il montaggio di Sebastián Sepúlveda si adatta alla sceneggiatura segmentata, riportando i frammenti di due vite a pezzi che si ricompongono sino al finale positivo ma tutt’altro che dentro gli schemi. Il monologo di Bernal contro la musica reggaeton, en passant, ha strappato più di un applauso durante le proiezioni.

Migliore film documentario: Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari di Simone Isola e Fausto Trombetta

È raro che un documentario biografico sappia commuovere senza retorica, emozionare senza perdere in sincerità, essere tanto puntuale quanto umano. Alessandro Borghi, Luca Marinelli e Valerio Mastrandrea, assieme a tanti altri, ci accompagnano alla scoperta del compianto amico, mentore, maestro Claudio Caligari. Regista di appena tre film, burbero pasoliniano, cinico e benevolo, genio del cinema escluso da un sistema produttivo che non gradiva si parlasse di violenza, tossicodipendenza, devianza. Simone Isola, già produttore di Non essere cattivo, e Fausto Trombetta dirigono un affresco sincero e personale di una figura da riscoprire.

Migliore sceneggiatura non originale: Il sindaco del rione Sanità di Mario Martone

Mario Martone è un autore da prendere con le pinze: tanto ammirato quanto criticato, gli attuali ventenni lo odiano al ricordo delle ore passate, al liceo, a guardare Noi credevamo pregando che il prof. di storia non lo facesse argomento di una verifica sul Risorgimento. Quando però si ha a che fare con un testo di Eduardo De Filippo, il risultato è ben lontano dal temuto “mattone in dialetto napoletano, copie vendute: due”. La figura del boss Totò Baraccano, a metà fra il dramma di Shakespeare e il Barbiere di Siviglia, viene resa in chiave moderna con brio e umorismo tali da non far pesare le quasi due ore di dialoghi serrati. Complici l’interpretazione del bravissimo Francesco di Leva e l’uso intelligente delle colorite espressioni partenopee. Film che avrà scarsa distribuzione in sala, ma riprova della modernità dell’amato Eduardo e che cinema e teatro non sempre sono inconciliabili.

Migliore sceneggiatura originale: Marriage story di Noah Baumbach

Una commedia romantica targata Netflix a Venezia? Le premesse lascerebbero presagire il peggio. Quando però la squadra è composta da Adam Driver e Scarlett Johansson quali interpreti e Noah Baumbach, ormai rodato esponente della nuova commedia sofisticata americana, alla regia, i risultati possono solo essere egregi. Infatti quello che, come Ema, è uno studio di crisi di coppia, ha le caratteristiche di un Woody Allen d’annata e una scrittura che, oltre a non avere una sola battuta fuori posto, nobilita il mestiere degli altri settori. Numerosi e lunghi infatti i piani sequenza, che sottolineano la fluidità del testo e consentono ai protagonisti delle prove attoriali da applauso. Radical-chic newyorkesi, fricchettoni della West Coast, avvocati rampanti e umorismo yiddish condiscono un ottimo piatto filmico per palati esigenti in cerca di sapori agrodolci. Complimenti a Netflix e al Festival che sembra aver seppellito l’ascia di guerra verso la produzione per streaming.

Migliore film straniero: Boze Cialo (Corpus Christi) di Jan Komasa

In qualsiasi barzelletta sui cinefili, c’è sempre un film polacco sottotitolato di ambientazione rurale. Eppure, lungi da ben note situazioni fantozziane, Corpus Christi è fra i migliori film del Festival: una commedia tragica su un giovane criminale che, uscito dal carcere, si ritrova a fingersi prete per caso in un paesino sperduto fra le lande polacche. Quello che sembra un disperato scarto della società diventerà così l’incarnazione più pura, e più blasfema, del messaggio cristiano di amore e pietà: d’altra parte non è forse Cristo il primo anticlericale e ribelle della Storia? Un film tanto cupo quanto divertente, che segue delle parabole personali ben definite fino a un finale aperto e straziante. Coraggioso se si pensa al paese di produzione, fortemente religioso e conservatore; impensabile per la giovanissima età del cast tecnico e artistico. Infine, perfetto nella costruzione delle tensioni personali nel contesto di relazioni di una piccola comunità, coi suoi pregi e difetti.

Migliore attrice protagonista : Billie Piper in Rare beasts di Billie Piper

Esordio alla regia per l’interprete britannica, Rare beasts è una commedia surreale che percorre la maturazione di una giovane madre single dalla relazione con un religioso misantropo al raggiungimento di un equilibrio interiore fra traumi passati e vita a venire. Altra storia di coppie in crisi e figli problematici per un film che stupisce dal primo all’ultimo minuto. Musical, meta-cinematografia e terapia a base di droghe pesanti guidano lo spettatore nell’universo caotico della protagonista. Se vi siete sempre chiesti cosa accadrebbe a unire Woody Allen e i Monty Python, questo è il film che fa per voi. Billie Piper ha il controllo assoluto dell’operazione ed è capace, come attrice e come autrice, di voli pindarici fra generi e registri in questo romanzo di formazione di stampo politico-femminista e fortemente personale al tempo stesso.

Migliore attore protagonista: Joaquin Phoenix in Joker, di Todd Philips

Che Joaquin Phoenix sia fra gli interpreti più amati di oggi, era già risaputo. Tanto da confrontarsi con un personaggio della cultura pop che sembrava inscindibile dalle maschere dei predecessori Jack Nicholson e Heath Ledger. Quello di Phoenix è un Joker che ha poco a che fare con il villain di Batman e si rifà ai personaggi border line dei thriller metropolitani della New Hollywood. Soprattutto, è un Joker che indossa la maschera solo alla fine delle due ore di film: la forza, dirompente e straziante, dell’antieroe sta tutta nella voce rotta dal pianto, nelle pieghe di un viso emaciato e sconvolto, nella risata lancinante di un malato mentale che ricorda al mondo circostante le proprie, e le sue, colpe. Troppo buono per un universo malvagio, troppo insano per una società che guarda agli imprenditori come supereroi, Joker non è più l’incarnazione del male: è il portabandiera di una devianza rimasta nel silenzio. E no, non è per i 25 chili persi che Phoenix merita il plauso: è perché con il solo strumento che un vero attore dovrebbe possedere, il proprio corpo, riesce a comunicare ciò che nessun commentario potrebbe replicare.

Razzie award, ovvero il re dei flop: The king di David Michôd

Abbiamo lodato, poco sopra, la bravura di Netflix come produttore e l’apertura del Festival ai nuovi formati. The king ci dà, ironicamente, un elemento aggiuntivo: evidentemente qualche avversario dello streaming ha accettato di accogliere questo film a Venezia unicamente per invogliare a disdire l’abbonamento al servizio. The king ha tutti i difetti del trash americano in salsa cavalleresca, senza averne l’unico pregio: l’umorismo involontario. Ciò che si presentava come adattamento da spunti shakespeariani è un mal riuscito cross-over fra Il trono di spade e il Medioevo per come lo rappresenterebbe un ragazzino statunitense: gli inglesi sono tutti rozzi e i francesi tutti viscidi, le battute di spirito sono al livello di American pie, i personaggi secondari appaiono e scompaiono senza un senso narrativo logico, gli assedi ai castelli durano mezza giornata e le donne (nel Medioevo!) partecipano alle tavole rotonde perché principesse bionde dagli occhi azzurri. Nemmeno l’unica scena di battaglia, che in genere è il momento in cui un pessimo film d’avventura riacquista un po’ di credibilità, risulta godibile. Dispiace soprattutto per il giovane talento Timothée Chalamet, che si impegna visibilmente nel dare spessore a un protagonista cui manca una storia credibile sul copione. Presentato fuori concorso, si consiglia vivamente di restare fuori sala: The king di Shakespeare non ha la filosofia, la profondità universale e gli intrecci ma solo la lunghezza esasperante.

Migliore regia: Martin Eden di Pietro Marcello

Il cinema italiano impegnato aveva bisogno di qualcuno che indicasse una nuova via fra gli sbalzi linguistico-temporali di Pasolini, le parabole individuali di Bertolucci e feroce satira politica di Petri: Pietro Marcello ci riesce partendo da un soggetto tutt’altro che italiano, un romanzo di Jack London. Luca Marinelli impersona un marinaio del volgo, tutto bassifondi ed espressioni dialettali, che per amore di un’eterea aristocratica diventa scrittore, fino a fronteggiarsi con le tensioni fra socialisti, liberali e anarco-individualisti. Il tempo e la lingua subiscono continue distorsioni, così come lo stile filmico che passa dal dramma da camera alla commedia picaresca. La fotografia sa ora di antico, ora di contemporaneo, fino a ricreare una storia che non è collocabile in uno spazio-tempo definibile, proprio perché universale: il messaggio politico è allusivo e allo stesso tempo pregnante, la parabola rise-fall-rebirth del protagonista emoziona e fa riflettere e il carosello di personaggi secondari rende Martin Eden un film che trascende qualsiasi confine fra intellettuale e popolare, individuale e collettivo, attuale e inattuale. Coraggiosa e intelligente, l’opera di Pietro Marcello è forse la sorpresa più autentica e gradita di questa edizione.

Migliore film: Joker di Todd Philips

Come si è detto in precedenza, il nuovo Joker è una creatura che esce dall’universo narrativo che l’ha prodotto. Todd Philips dimostra di essere molto più che il regista di Una notte da leoni, rappresentando una Gotham City pervasa da squallore e violenza che nulla deve invidiare a quella che Christopher Nolan ci aveva regalato con Batman begins. La macchina da presa sa essere tanto umana nell’indugiare sulle lacrime di Phoenix quanto animalesca nelle scene di vista lenza urbana. Sul lavoro attoriale si è già discusso, meriterebbero una menzione in realtà tutti i comparti: nulla dei costumi, della colonna sonora o della fotografia sembra essere fuori posto.

Il merito più grande di Joker, tuttavia, non è solo incatenare lo spettatore per due ore e farlo assistere a una discesa negli inferi più reconditi dell’animo umano e della società: è saper provare al mondo che un soggetto ricavato dalla cultura più accusata dai cinefili d’élite, quella dei cinecomics, possa dare vita a un autentico capolavoro. Il vero grande cinema non è dei cosiddetti artisti, fuori dal mondo: è del pubblico e del mondo del pubblico, da lì parte per sconvolgerlo e interpretarlo e al pubblico ritorna per indurlo a crescere, riflettere, emozionarsi: questo ci può insegnare Joker. Questo ci ha insegnato: se ne discuterà, ne torneremo a discutere anche su queste pagine all’uscita in sala del film. Per ora possiamo solo consigliarne la visione.

Rating: 5.0/5. From 9 votes.
Please wait...

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.