Cos’è la trap e come è diventata lo specchio della società

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Le origini e le prime ambizioni, le evoluzioni, il successo commerciale, i fenomeni più grossi e quelli (anche) meno originali, i giovani venuti dal basso e divenuti virali, i Young Signorino, gli Sfera Ebbasta e addirittura i morti: la trap è ormai molto più che un semplice genere musicale, e in quanto fenomeno sociale lo si può ormai analizzare sotto punti di vista nuovi. A cominciare dalla sua natura.


Cos’è la trap

Musicalmente la trap nasce in America. È legata alle narrazioni di storie di droga e disagio che prendono vita nelle cosiddette Trap House, luoghi di spaccio casalinghi nei sobborghi della città di Atlanta. Storie dure di violenza e criminalità che gli artisti, esponenti di questo nuovo genere, raccontano senza peli sulla lingua.

Tecnicamente la trap fa un uso massiccio dell’elettronica e i suoni che la caratterizzano sono quelli della Roland TR-808, la drum machine recuperata dalla soffitta degli anni ’80, e l’autotune, l’effetto che robotizza la voce. I bpm (la misura del tempo, le battute al minuto) sono rallentati, c’è più melodia rispetto al resto dell’universo rap, le atmosfere sono ipnotiche e dark. Nella versione che per prima ha ricevuto attenzioni dalla critica musicale doveva essere un’evoluzione intelligente dell’universo dei ritmi astratti, quantomeno per quanto riguarda i suoni. Poi l’arrivo della popolarità l’ha spostata verso il rap e sono arrivati i testi.

La droga è uno dei temi più frequenti, anche nelle Instagram Stories che accompagnano i video musicali, spesso avvolte nelle nuvole di una canna o affogate nella purple drank, sballo dei Millennials a base di sciroppo alla codeina e Sprite. Immagine o no, i trapper si presentano come personaggi di strada, come lo erano anche i rapper negli anni ’90, e parte del loro successo è dovuto a quello.


Rock e trap

La droga nella musica c’è sempre stata, specialmente nel rock, dove ha caratterizzato i testi e le vite dei suoi principali esponenti (molti dei quali ci sono quasi rimasti secchi). Heroin dei Velvet Underground non parlava di Giovanna D’Arco, così come la “Coca cola” di Vasco sottintende ben altro che la nota bevanda gasata. C’è chi come J.J. Cale ed Eric Clapton non si è fatto alcuno scrupolo citando espressamente la polvere bianca, come nel caso di Cocaine.

Chi paragona la trap al rock commette però un grosso errore. Musicalmente prima di tutto. Il rock, il grande rock era ricercato nei testi, nelle melodie e nelle armonie e le sue icone sono state per lo più autodistruttive. Si pensi a Lou Reed, Jim Morrison, Jimi Hendrix o Kurt Cobain: personalità troppo fragili e impreparate per assumersi il ruolo di leader generazionali così come la gioventù dell’epoca avrebbe voluto.

Gli artisti trap sono completamente diversi. Più sicuri di sé, più consapevoli e maturi nel gestire il proprio percorso personale e artistico. I cantautori emergenti di questo genere non hanno alcun timore di salire su un palco, non sono per niente terrorizzati dal successo né tantomeno soffrono della perenne tachicardia creativa che invece animava le figure classiche del rock. Sono a loro agio, in ogni contesto, sicuri e pronti a tenere botta se intervistati. Sono atleti della musica sempre sul pezzo e questa loro atleticità si riflette pienamente anche nella lingua e nelle rime cantate, dove il significato si perde a favore della pura performance, una danza virtuale della parola sopra il beat. Insomma questi artisti danno l’impressione che mai e poi mai finirebbero per suicidarsi né tantomeno si farebbero trovare morti in una vasca di albergo, soffocati dal loro vomito dopo una sbronza.


La Trap è il nuovo Punk?

La Trap è la musica facile che si può fare da soli, in camera, con un Pc. La rivoluzione (che non è nemmeno una novità, ma tant’è) è tutta qui, in mezza giornata di lavoro posso uscire su youtube con un pezzo pronto. Trovare 4 musicisti e formare un gruppo rock è immensamente più complicato, anche perché serve un minimo di preparazione artistica. La trap in questo è sicuramente più vicina al punk, alla facilità che, a suo tempo, fu propria di questo genere, dove bastava saper suonare tre accordi distorti.

La trap è la colonna sonora perfetta per Instagram, è adatta a fare da sfondo musicale alle stories, quelle che durano massimo 24 ore e poi spariranno tutte, come non fossero mai esistite. È un genere che non richiede troppe capacità tecnico-artistiche. Però, come il punk, è una fotografia del disagio contemporaneo. Usa parole vuote che servono a sottolineare il vuoto, la mancanza di tempo, l’estrema brevità e superficialità del mondo in cui queste stesse canzoni vengono ascoltate a tutto volume, perché così si evita il rischio di parlarsi. YouTube, Spotify… tutto gratis, tutto veloce… non possiamo pretendere chissà quali narrazioni, proprio come avveniva per il punk.


Minaccia o prodotto sociale?

Di testi allusivi, poveri, provocanti e non certo educativi ne è piena anche la musica italiana, compresa quella definita d’autore. Gridiamo allo scandalo per le squallide rime stampate sulla bocca nelle nuove generazioni dimenticandoci di aver cantato a squarciagola “coca (cola) sì, coca (cola) ti fa stare bene”, oppure “dammi una lametta che mi taglio le vene” e “violentami, violentami nel metrò”.

Gli artisti trap non fanno altro che comunicare con il loro pubblico utilizzando il linguaggio che entrambi conoscono meglio, mix perfetto tra serie tv, grammatica social e slang giovanile. Non hanno creato nulla, lo hanno solo interpretato e reso visibile. La realtà che ci sputano in faccia senza filtri non la capiamo, o facciamo finta, perché ci fa paura e ci sembra un incubo distopico.

La codeina e l’eroina girano, circolano fra i ragazzi a costi bassi nemmeno fossero brani scaricabili da Spotify. Le ha diffuse la trap? No, ovviamente. Circolano da tempo, come sedativi contro l’ansia dell’isolamento sociale, del non avere futuro, dell’essere inchiodati nel circolo eterno di lavori precari e sottopagati; in una globalizzazione selvaggia che ha ridotto tutto a merce, uomo e musica inclusi.

Le ragazzine minorenni che vendono immagini/video porno per una ricarica del cellulare, che scopano con il ragazzo con più follower della scuola per poi postare una foto e guadagnare il maggior numero di like possibili, che si fanno chiamare troie e se ne vantano in opposizione al bigottismo del politicamente corretto, non esistono perché ci hanno scritto delle barre Sfera Ebbasta o la Dark Polo Gang. Sono semplicemente il frutto dei tempi che corrono, in cui il successo delle apparenze domina gli interessi dei più giovani. C’è stato un tempo in cui il mito di “giovane che ce l’ha fatta da solo” era Steve Jobs, mentre oggi è più probabile che sia Chiara Ferragni. Prima le giovani imprese imprenditoriali che venivano elevate a mito erano quelle di Bill Gates o Mark Zuckerberg, mentre oggi si cerca di emulare gli influencers.

Il motto “No way out” che è la bandiera della trap, non l’hanno coniato Lil Peep o Ghali, ma è ripreso da un famoso discorso di Margaret Thatcher, in cui la premier di ferro inglese, davanti alla macelleria sociale conseguenti alle riforme neoliberali, sosteneva che non ci fosse altra strada, altro mondo possibile, se non quello del “tutti contro tutti” per le ultime briciole del benessere. Un discorso che abbiamo sentito ripetere fino alla nausea nelle scuole, nei media, nelle convention di marketing ed economia, che i più giovani hanno interiorizzato, fatto diventare un’estetica e uno stile di vita.

Ci fa schifo vederli agghindati con Rolex? Chi ha inventato il feticismo del logo, il marketing che associa dei “valori” a un brand aziendale, la delocalizzazione per aumentare i dividendi degli azionisti? Non certo loro. Loro non erano nemmeno stati concepiti quando abbiamo iniziato a idolatrare MTV, per poi passare a celebrare i prodotti Apple come fossero rivelazioni divine. Adesso vediamo gli effetti incarnati di quello che abbiamo predicato e di ciò in cui abbiamo creduto. Ci fa paura? Beh, il problema non è della trap, né di quelli che la fanno o che la ascoltano, ma nostro. Ci fanno ribrezzo perché sono noi senza la nostra retorica, senza la nostra ipocrisia. Nessuno ama guardarsi allo specchio, ma proprio per questo è necessario, e la musica è il più grande e fedele fra gli specchi. Da sempre.

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