Mudhoney: il grunge che (r)esiste

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Due date importanti da ricordare: la prima, il 5 aprile 1994, quando si è spento nella città di Seattle Kurt Cobain, leader storico della band Nirvana; la seconda, più recente, il 17 maggio 2017, giorno in cui Chris Cornell, cantante e musicista di Temple of Dog, Audioslave e il più celebre Soundgarden, si è tolto la vita nella sua stanza d’albergo a Detroit dopo una sua esibizione live. Ecco il buio.

È difficile pensare che, dopo questi due gravi avvenimenti, il grunge sia un genere musicale ancora in vita. I Nirvana non torneranno più e un album come Superunknown (1994) dei Soundgarden, che è balzato in cima alle classifiche americane superando nove milioni di copie vendute, è solo un flebile ricordo a cui aggrapparsi oggi.

È inesatto ricordare questi artisti solo con lo stereotipo ordinario di schizzati eroinomani che spaccavano chitarre. O meglio, c’è anche questo quadro in piedi, ma Kurt Cobain e Chris Cornell sono stati tra i leader più carismatici ed efficaci che hanno saputo rendere un genere musicale uno stile di vita, una verità di senso.

Tuttora si commenta la scomparsa di questi due musicisti, eppure è necessario guardare avanti e raccogliere ciò che c’è ancora di buono di quel sound “grunge” (la traduzione è sporco) che è vivo e resiste. Ad esempio gruppi come i Pearl Jam, Mudhoney e Alice in Chains, giusto per citarne alcuni, sono ancora attivi e il loro grido è rimasto intatto.

Il 2018 è l’anno che ha visto protagonisti i Mudhoney, una band grunge statunitense nata nel 1988 a Seattle, nello stato di Washington. Il loro debutto è avvenuto con il singolo, uscito per l’etichetta discografica la Sub Pop, dal titolo Touch Me I’m Sick, un brano che ha fatto la storia e basta a giustificare un’intera carriera. Ad oggi i Mudhoney sono operativi e continuano a portare avanti il proprio mood  musicale con caparbia e determinazione.

Il loro decimo disco, dal titolo Digital Garbage, è un lavoro dai toni forti, arrabbiati e lontano dalle mode musicali contemporanee. In questo album la band capitanata da Mark Arm ce l’ha soprattutto con la rete. I loro attacchi brillano per la varietà degli argomenti che trattano su ogni singola canzone.

C’è un pezzo che spicca sugli altri, ironico e demenziale: Kill Yourself Live. Cinque minuti di garage psichedelico per prendere in giro la vacuità del ragazzo di oggi, in perenne ricerca di ‘like’ sui social network.

Il testo recita così:

When I kill myself live I got so many likes
Everyone will be watching on their little screens
It will be fabulous
It will seem so unreal
Kill yourself live
Do it for the likes
You’re such a special child
You’ll be memorialized!
You’ll live on in digital garbage

Se mi ammazzo in diretta prendo così tanti like
Tutti guarderanno il loro piccolo schermo
Sarà favoloso
Sembrerà così irreale
Uccidi te stesso dal vivo
Fallo per i like
Sei proprio un bambino speciale
E sarai immortale!
Vivrai nella spazzatura digitale

Insomma geniali e spietati. Nel 2018 ancora una volta i Mudhoney dimostrano di essere in grado di affermare una verità e quindi meritano di essere ascoltati, perché coerenti e soprattutto grati di quello che possiedono, la propria musica.

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