La Migliore Offerta: Giuseppe Tornatore e la ricerca della bellezza

La Migliore Offerta è un film atipico per Giuseppe Tornatore, ma sopraffino ed intrigante come una carezza inaspettata, un thriller che si barcamena tra l’eleganza assoluta del contesto e del personaggio principale, (un Geoffrey Rush in stato di grazia), e la solitudine che può comportare a chi come il protagonista ha vissuto una infanzia travagliata. Il regista siciliano riesce a dare delle pennellate inconfondibili sin dal primo fotogramma, con la sequenza che si ricongiungerà inequivocabilmente a quella di chiusura. E questo dimostra la sua ulteriore agilità ad intraprendere opere internazionali, ricordando il successo mondiale de La Leggenda del Pianista sull’Oceano, e l’apprezzatissimo La corrispondenza.

Rush, nei panni del battitore d’aste Virgil Oldman, nelle sue giornate organizzate con precisione minimale e con uno stile e delicatezza d’altri tempi, può certamente far venire alla mente il Reynolds Woodcock de Il Filo Nascosto di Paul Thomas Anderson, entrambi ai limiti della misantropia ed instancabili assi nei rispettivi campi, entrambi mossi dagli stessi articolati ingranaggi che Virgil inizierà a trovare e che come la favola di Charles Perrault lo condurranno oltre che a completare un automa di ispirazione Vaucansoniana, anche ad esiti inaspettati. Quello che Voltaire battezzò come rivale di Prometeo, e la sua invenzione automatizzata, farà da artificio nel viaggio attraverso la conoscenza dell’amata Claire, che dona al film diverse strade da percorrere contemporaneamente, tra ambiguità e segreti veniali quanto inimmaginabili.

Tutto ciò possiede un’intrinseca piega semiotica, dove niente è come sembra e tutto va interpretato, proprio come le opere vagliate dall’esperto battitore d’aste, perché dietro ogni personaggio si nasconde qualcosa, dalla passione per le opere d’arte a chi si cela dietro una semplice parete, tutto questo si unifica nel modo di nascondere agli altri ciò che si è realmente. Ecco perché ogni personaggio è un perfetto ingranaggio della storia, dalla protagonista femminile Sylvia Hoeks, a ruoli minori come quello dell’inglese Jim Sturgess (indimenticato Jude in Across the Universe) o un attore che non ha certo bisogno di presentazioni come Donald Sutherland.

E così negli occhi di Virgil, troppo puro per la vita comune fatta di piccole tartuferie, così appassionato nell’abbracciare la metafisica dell’anima, inserito in quell’area plumbea tipica delle città Mitteleuropee, vive uno stato di presenza fisica e affettiva a lui preclusa, sviluppando in lui una folgorazione ossessiva nei confronti della ragazza, sentimenti che sin a quel momento aveva riservato solo alla sua collezione di ritratti femminili custoditi gelosamente nel caveau della propria abitazione.

Distante dai racconti della sua amata isola, Tornatore intavola un giallo vecchia maniera per gli orfani di Hitchcock, un’opera intangibile, dove il tempo perde ogni sua essenzialità. E intanto Ennio Morricone con i suoi madrigali ci introduce alle dissolvenze incrociate ed ai sali e scendi delle riprese, esaminando attentamente le donne ritratte possedute da Virgil, che in veste di voyeur trova conforto, come se preservasse frammenti della propria vita. Questo particolare è per definizione la “comfort zone” del regista siciliano e ricorda, in modo neanche troppo velato, i frammenti di pellicola osservati con bramosia dal piccolo Salvatore in Nuovo Cinema Paradiso, e che aiuta una sceneggiatura salda e meticolosa.

Ci si dovrebbe sorprendere non poco per questo nuovo corso di un regista che avrebbe potuto tranquillamente adagiarsi sui fasti del passato e continuare la propria carriera su storie a lui teoricamente più congeniali: Tornatore invece riesce a ripartire dai rudimenti, proprio come i primi ingranaggi rinvenuti dell’automa, ed ecco l’unirsi della vita reale dell’artista all’arte stessa, riuscendo a raccogliere svariati premi in tutta Europa, a partire dai David di Donatello e dai Nastri d’argento, riuscendo anche a strappare un premio alla difficile kermesse berlinese. Un film che ha come vettore l’arte e che oltre alla storia ci concede di ammirare diverse opere “reali”, quadri di Renoir e Modigliani, ma anche più classiche come La Fornarina e La Muta di Raffaello o Tiziano con il Ritratto di Eleonora Gonzaga della Rovere, Violante e La Bella.

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“In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”: questa l’opinione suprema del critico e meticoloso Rush, adagio che si rispecchia anche nella sua esistenza e che da ingannatore lo farà diventare ingannato, come se la vita volesse pareggiare alcune scorrettezze commesse dall’uomo, punendolo nel modo più subdolo possibile, fornendogli però quel barlume di autenticità che lo porterà ancora una volta a sperare di ritrovare l’amore tanto desiderato e poi perduto.

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