La sfida al pianoforte ne La Leggenda del Pianista sull’Oceano

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La grande abilità di Giuseppe Tornatore, quella che lo colloca una spanna sopra gli altri grandi registi italiani (che da questo punto di vista sono già per natura più bravi che nel resto del mondo), è quella di saper raccontare storie fatte di sentimenti umani e dinamiche comprensibili a tutti, capaci di coinvolgere ogni fascia d’età e  intrigare fondamentalmente chiunque sia in grado di seguire un racconto affascinante. È un’abilità che richiede diversi talenti collaterali: saper scegliere la storia giusta, saper mettere in evidenza gli aspetti più incisivi, dare spazio ai personaggi come persone vicine a ognuno di noi e facili da riconoscere. E soprattutto, trattare le emozioni come personaggi a sé stanti, facendole crescere, evolvere in maniera sottile. Non si vedono camminare e parlare come le persone in carne ed ossa, ma anche le emozioni nei film di Tornatore hanno un loro passato, delle loro ragioni e delle motivazioni per cambiare, svilupparsi nell’animo dello spettatore, trasformandosi eventualmente nei propri opposti.

La Leggenda del Pianista sull’Oceano, il suo primo film in lingua inglese, è uno dei suoi film più amati, vincitore di numerosi premi e spesso citato come la sua migliore opera. Dalla sua ha tutti gli elementi che dicevamo prima circa la potenza della storia, dei personaggi e delle emozioni rappresentate, più un grosso elemento aggiuntivo: la musica come componente viva, ragione scatenante dei comportamenti dei personaggi, elemento capace di cambiare le vite di tutti. Alla colonna sonora ovviamente c’era uno dei più grandi, Ennio Morricone, che ha composto diversi brani originali al pianoforte per uno dei lavori più complessi e impegnati della sua carriera, in cui la musica non sarebbe stato semplice accompagnamento alla storia, ma soggetto della storia stessa, con tutte le differenze del caso in termini di attenzioni ricevute e efficacia richiesta.

La celebre scena della sfida al pianoforte tra Novecento e Jelly Roll Morton è giustamente uno degli apici del film e ne rappresenta perfettamente la bellezza. La scena ha luogo quando “l’uomo che ha inventato il jazz, a quanto dicono” viene a sapere dell’esistenza di questo misterioso pianista che non ha mai lasciato la nave da crociera e che pare essere l’unico che possa eguagliarlo in talento, per cui decide di salire sulla nave e sfidarlo, allo scopo di stabilire chi è il migliore. La scena è quella che vedete qui sopra. In quei 15 minuti ci sono tre protagonisti: uno è Novecento, insieme alla sua umiltà, il rispetto per l’arte in tutte le sue forme e la consapevolezza che l’arte non è competizione; un altro è Morton, pieno di arroganza e deciso ad usare il proprio talento con lo scopo di umiliare; il terzo è la musica, come emanazione diretta del carattere degli altri due, incarnazione della loro filosofia di vita.

La musica segna lo scorrere del tempo e il mutare dei sentimenti. Quella di Morton è grossomodo uguale a sé stessa in ognuno dei tre round della sfida: tecnicamente ineccepibile, umanamente perfettibile, ogni singola esecuzione lascia la sensazione di aver ascoltato un gran pezzo, eseguito però senza la passione completa che quel pezzo avrebbe richiesto. Novecento invece è estremamente mutevole e la sua musica lo dimostra: i primi due round sono solo l’espressione delle sensazioni in via di mutazione dentro il personaggio di Tim Roth. È la realtà di fronte ai suoi occhi che si sta trasformando: dal rispetto verso Morton che nasceva dalla sua stessa concezione di arte e artista, alla scoperta strada facendo che Morton quel rispetto non lo merita. Da qui la trasformazione, la rivalsa non come istinto ma come atto che merita di esser messo in pratica, se non altro per rispetto verso sé stessi e l’arte stessa.

L’apice ovviamente è l’ultima esecuzione di Novecento, una composizione di Morricone da eseguire a quattro mani, un crescendo che lascia senza fiato, capace di far lacrimare anche gli spettatori dall’orecchio meno raffinato. E lì viene fuori, ancora, il grande talento di Tornatore nell’evidenziare i dettagli della storia: i volti degli spettatori, la scena che si immobilizza, gli occhi che si vanno ingrandendo man mano che il pezzo si avvicina alla conclusione. Lo scambio delle sigarette, le bocche aperte, le corde del piano che fumano. Tornatore non ha bisogno di lasciare i dettagli sottintesi, per essere catturati dagli intelletti più sviluppati. Le storie di Tornatore devono essere apprezzate in egual modo da tutti, sia da coloro che si fermano a ciò che vedono (e qui c’era già tanto da godere con gli occhi), sia da coloro che vogliono coglierne i significati nascosti (anche quelli ci sono e stanno nei dettagli, solo non serve celarli tanto da renderli difficili da scovare).

Quella scena è insieme il simbolo della filosofia di Giuseppe Tornatore, una delle prove migliori di Ennio Morricone, un accostamento musica-immagine come pochi altri nella storia del cinema e una lezione di vita per ognuno di noi. L’umiltà contro l’arroganza, la propria vita come missione di giustizia, il riconoscimento dei propri limiti e l’importanza del rispetto. Oltre che la prova definitiva del valore supremo dell’arte, in grado di parlare a tutti ed essere compresa da tutti, offrendo ad ognuno il livello di complessità di cui ha bisogno.

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