Baarìa: i sapori antichi della Sicilia secondo Giuseppe Tornatore

È singolare come molti episodi della storia d’Italia del Novecento acquisiscano ancora più valore nella sorta di Medioevo che stiamo vivendo oggi, in questa epoca piena di poche certezze. La fortuna ed a volte anche l’odiata contrarietà di questa Nazione l’hanno fatta senza dubbio le saghe familiari da Nord a Sud, e se nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa si narrava della nobiltà ai suoi ultimi rantoli di privilegio e superiorità, altre storie come La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana raccontano la storia di una piccola famiglia borghese che emerge e combatte per le sorti di questo Paese.

Il tema che più a volte colpisce e risulta essere interessante è come siano stati vissuti alcuni eventi determinanti in Italia nella parte meridionale di essa. Con i suoi antichi rituali, le frasi non dette e le occhiate aleatorie che valgono certamente più di mille parole, una Regione in particolare è stata raccontata più di tutte: la Sicilia. Sarà che insieme alla Campania è quella che è riuscita a donare più artisti alla Nazione, anche grazie ad una apertura verso la conoscenza di nuove culture dovuta alle diverse dominazioni ed è dunque naturale che siano arrivate determinate storie anche al grande pubblico.

Uno dei maggiori esponenti di questa nobile stirpe di artisti è certamente Giuseppe Tornatore: nato a Bagheria e artefice di diversi film memorabili premiati dappertutto, (citare Nuovo Cinema Paradiso sarebbe troppo semplice), a un certo punto fu proprio lui a voler raccontare ancora una volta la sua splendida terra ed il suo luogo di nascita. Tramite i suoi ricordi di ragazzino, accarezziamo una terra bellissima grazie ad un bambino, Peppino Torrenuova, che dagli anni Trenta arriverà sino agli sfavillanti anni Ottanta.

Il mezzo secolo della vicenda attraverserà in modo discreto eventi cardine come il regime fascista, per proseguire con il referendum per la Repubblica ed inoltrarsi anche in pagine vergognose per l’Italia, come la strage di Portella della Ginestra, la riforma agraria, ma anche pagine più spensierate come l’arrivo della televisione (già trattata in maniera differente sempre da Tornatore con L’uomo delle stelle). Il lungometraggio possiede tutti i connotati del kolossal, sia per il budget, che si aggira sui ventotto milioni di Euro, sia per le location, che oltre a Bagheria hanno compreso i sobborghi di Tunisi, dove il set era tre volte più grande dello scorsesiano Gangs of New York.

Il cast comprende una marea di attori siciliani, tutti hanno voluto partecipare all’evento, anche accettando ruoli di piccole comparse. Tra tutti questi nomi spicca Francesco Scianna, che nonostante avesse già all’attivo collaborazioni con Cristina Comencini e Mario Martone, è stato lanciato definitivamente da quest’opera, dandogli una visibilità che ha aperto le strade ad altri ruoli importanti, tanto da essere reclutato da Michele Placido per il film sulla vita del noto criminale italiano Renato Vallanzasca, dove interpretava un altro bel tipo raccomandabile come Francis Turatello.

Le vicende della famiglia Torrenuova probabilmente aiutano il regista a rivedere le pagine della sua vita e quella del suo amato Paese, impregnandosi anche di una certa dose di “sogno felliniano”, ma in questo caso l’onirismo non la fa da padrone, perché la popolazione di Bagheria, (Baarìa in dialetto siciliano), riempie quello spazio con la sua dose di vitalità ed esasperazioni tipiche del Meridione. Il film è strutturato come una serie di reminiscenze che ci possono capitare in un momento di riflessione, più rapide di una pellicola, una descrizione ritmata, supportata anche da una colonna sonora che incalza e non ci concede un attimo di tregua, affidata al maestro supremo della musica italiana, Ennio Morricone. Tutto ciò racchiude diverse storie che si concludono con dissolvenze e che apparentemente non si collegano tra loro.

Un’opera a cui manca poco per definirsi “suprema”. Tornatore, illustrandoci i suoi ricordi, è stato talmente autentico da non tralasciare nulla, con una impudenza giovanile che sorprende per un uomo che ha passato la cinquantina. Un mondo costruito certosinamente dal regista siculo e che vive ancora nella sua mente cristallizzandosi, ed allo stesso tempo illustrandoci personaggi di spicco della cultura siciliana ed italiana come il pittore “Renato”, che deve abbellire la cupola della chiesa e dipinge i volti migliori del Paese: quel pittore è chiaramente Guttuso. Il romanzo popolare di una intera Regione colpisce con una vena di malinconia e ci fa allo stesso tempo riscoprire quelle che furono le origini dell’Italia Repubblicana.

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