First Man: essere uomini secondo Damien Chazelle

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Damien Chazelle, si sa, è forse fra i migliori “giovani” grandi registi della contemporaneità: più accessibile di Denis Villeneuve, meno borioso di Christopher Nolan, meno apprensivo di Yorgos Lanthimos. Giudizio che il suo First Man, distribuito di recente nelle sale italiane, può solo confermare. Si tratta infatti di un film che va oltre qualsiasi aspettativa: quella di chi voleva un’opera in pieno stile Chazelle e di chi non ne voleva una in pieno stile Clint Eastwood (inizialmente la regia doveva essere affidata a lui, e mai cambio di programma fu così vantaggioso).

La Storia, quella che si legge sui libri di scuola, è ben nota a tutti: Neil Armstrong, pilota dalle spiccate capacità ingegneristiche, dopo la morte della seconda figlia decide di tentare il tutto per tutto ed entrare, nel 1962, alla NASA come partecipante ai progetti Gemini e Apollo. Siamo nel pieno della Guerra Fredda, dislocata nell’ambito del progresso scientifico, e la corsa allo spazio da parte di astronauti e cosmonauti assume toni da questione politica globale. Il 20 luglio 1969 Armstrong, a bordo dell’Apollo 11, seguito dal collega Buzz Aldrin, diventa il primo uomo a calpestare il suolo lunare.

È l’apoteosi dell’ingegneristica spaziale statunitense, della scienza mondiale, sicuramente anche del sogno americano. Un’apoteosi realizzata da eroi pronti al sacrificio, che fanno sognare i civili con i propri resoconti e non si sono mai fermati davanti a nulla. Ebbene, a Chazelle non interessa niente di tutto ciò: per lui la grande Storia è solo la base per raccontare delle storie più piccole. Al di là di qualsiasi celebrazione, teleologia, mito delle progressive sorti. In primis, la storia di Neil, interpretato da un Ryan Gosling che calibra alla perfezione fermezza e sentimento: non un invincibile e americanissimo avventuriero, ma un semplice uomo medio-borghese che lavora alla scrivania, possiede tanti pregi di carattere quanti difetti, ha una famiglia di cui prendersi cura, è dichiaratamente infastidito dal successo e dalla visibilità, ha vissuto un lutto incolmabile e compie il gesto più incredibile della propria esistenza per sentirsi in qualche modo vivo. Soprattutto, un individuo che deve fare i conti con tutte le contraddizioni che la missione Apollo comporta.

“Il mio obiettivo con questo film era quello di condividere il non visto, gli aspetti più sconosciuti della missione. In particolare la storia personale di Neil Armstrong e di ciò che ha pensato o sentito durante quelle celebri ore.” (Daminen Chazelle)

È probabilmente la prima volta in un film sullo spazio che il vero protagonista non è l’astronauta in assenza di gravità, ma la moglie che resta a casa ad aspettarlo. A captare le informazioni sul marito dalla propria radio, a farsi carico dell’apprensione dei due figli rimasti, a combattere la lotta all’impossibile sul fronte interno. Di nuovo, non c’è glorificazione retorica: Janet Armstrong (Claire Foy) non è la “grande donna dietro al grande uomo”, la perfetta moglie di famiglia che saluta il compagno dalla finestra con un fazzoletto e fischiettando l’inno americano si rinchiude in cucina. È una persona sopravvissuta a un trauma, che si preoccupa dei marito e dei figli non per il ruolo sociale che rappresentano ma in quanto agenti nella sua esistenza; che non esita a mettere Neil davanti alla realtà, dicendogli di parlare ai figli del fatto che potrebbe non tornare vivo dalla Luna. Di assumersi le sue responsabilità, perché lei non ne è più disposta. Una donna caratterialmente complessa, che non nasconde la propria fragilità, fuma e si permette di fare irruzione al quartier generale della NASA per avere notizie sul marito contraddicendo i capi (militareschi, autoritari, ovviamente uomini) della sala di controllo terrestre.

La grandezza di Chazelle sta nel dare voce a quelle pieghe della Storia che nella narrazione pubblica restano tendenzialmente in silenzio. La conquista della Luna è sì descritta come la grande impresa che è stata, seguita da tutto il mondo incollato ai rudimentali schermi delle televisioni dell’epoca; c’è però dell’altro. Ci sono i piloti morti nei vari lanci di prova, le loro famiglie rimaste orfane, il lutto di Neil. C’è l’arrivismo e l’invidia nei confronti dei Sovietici, sempre un passo avanti. Ci sono le lacrime degli eroi, non più vincitori di molte battaglie ma semplicemente dei sopravvissuti che l’hanno scampata. C’è la voce dell’America delle minoranze, quella per cui l’allunaggio è solo un obiettivo dei bianchi benestanti al comando del Paese, gli stessi che hanno voluto la Guerra in Vietnam. C’è infine la bellissima sequenza conclusiva: Janet osserva Neil, appena tornato dalla missione, attraverso il vetro della sala di quarantena preventiva a cui l’astronauta è obbligato a sottoporsi per precauzione. Nessuno dei due parla o sorride, si limitano solo a osservarsi ad occhi bassi. Ma quale successo, appunto: i vittoriosi sono nulla più che reduci.

A riprova del fatto che, più che un film sull’impresa dell’americano Neil Armstrong, sia su un uomo fra tanti di nome Neil Armstrong, è indicativa l’assenza della bandiera a stelle e strisce, storicamente piantata sul suolo lunare e immortalata nei più iconici frame della diretta televisiva. Scelta più che ragionata in una ricostruzione per il resto assolutamente precisa e aderente ai fatti. C’è chi ha tacciato Chazelle di anti-americanismo: il che potrebbe anche essere, ma non è fondamentale. Non solo perché, come ha detto lo stesso Gosling a difesa del regista, “la conquista della Luna appartiene a tutta l’umanità”, ma perché ad appartenere a tutta l’umanità è proprio la contraddizione irrisolvibile e drammatica fra sogno e obblighi, assunzione di utopie e desiderio di stabilità.

Chazelle dunque non fa altro che continuare una riflessione iniziata coi film precedenti: in Whiplash (2014) l’obiettivo del protagonista, aspirante batterista, assumeva i toni dell’ossessione autodistruttiva in una società darwiniana e violentemente selettiva in cui non si arriva più a comprendere il confine fra volontà e disperata tensione alla sopravvivenza; La La Land (2016) ci insegnava che è impossibile vivere senza sogni di gloria, che sia professionale o sentimentale, ma anche a mancata realizzazione dei quali si può continuare a esistere dignitosamente. Resta il rimpianto, che però non è che una mancanza sotto la specie del ricordo, quando l’aspirazione è una mancanza sotto la specie del desiderio: per un musical, il genere in cui il lieto fine sarebbe d’obbligo e la felicità è sostanzialmente performativa e gratuita, è una rivoluzione. First Man, in continuità, dimostra che nemmeno ottenere letteralmente la Luna ci salva dal nostro essere uomini.

Nella nostra epoca frustrata, quella del capitalismo spietato la cui prima colpa è farci credere che il volere debba necessariamente essere il potere, ignorando tutti i processi intermedi per cui una persona vuole e può effettivamente, Chazelle ci impartisce una lezione di vita che ha i propri prodromi nel concetto antico di hybris. E riuscire a farlo con il vero grande cinema, che sa essere significativo lasciandosi guardare, è un valore aggiunto inestimabile.

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