Love is All, il manifesto stilistico di The Tallest Man on Earth

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The Wild Hunt è la seconda creatura del cantautore svedese Kristian Matsson, in arte The Tallest Man on Earth. Uscito nel 2010, due anni dopo il fortunato Shallow Grave, rappresenta una tappa fondamentale nel percorso dell’artista, che si libera da influenze eccessivamente marcate e comincia ad acquisire una personalità più definita. Le canzoni sono fresche, notevole è l’uso del fingerpicking e l’incastro della voce con esso, l’impressione è che l’album sia stato scritto sull’onda di un’ispirazione più che felice. I minuti corrono, l’ascolto è gradevole, la malinconia bucolica che permea il lavoro riporta inevitabilmente all’America e alle distese infinite che ne compongono l’anima, il Mondo Nuovo di Faulkner e Kerouac, Steinbeck, Whitman e Waits. Disincanto, nostalgia, Sturm und drang fritto all’americana. Dylan fa capolino praticamente ovunque, ma non più come il faro che acceca e ingloba, ma alla stregua del “fantasma” di Bogart in Provaci ancora Sam: niente più che un ingrediente dell’impasto, pronto a materializzarsi alla bisogna, a tendere una mano laddove necessario. The Tallest Man on Earth è diventato grande.

Well I walk upon the river like it’s easier than land
Evil’s in my pocket and your strength is in my hand
Your strength is in my hand

Beh, cammino sul fiume come se fosse più facile che sul terreno
Il male è nella mia tasca e la tua forza è nella mia mano
La tua forza è nella mia mano

Tre sono le canzoni che fanno dell’album un piccolo gioiello: l’apripista The Wild Hunt, Troubles will be gone e Love is All. Il cantautore di Leksand ha almeno due punti di forza, il primo del tutto tecnico, acquisito, il secondo innato. Per quanto riguarda la forma il suo fingerpicking è micidiale, pulito e puntuale non lascia nulla al caso, costituendo l’antefatto “concreto” su cui andrà ad innestarsi il deflagrante pathos dello svedese. Ma è per quanto riguarda la sostanza che The Tallest Man on Earth stupisce davvero: i suoi testi, immaginifici e dolenti, possiedono una potenza evocativa raramente riscontrabile nel folk. Dylan è colpevole, certo, è il sospettato numero uno, quel Dylan da cui attinse a piene mani anche il primo, stralunato De Gregori, quel Dylan che permise alla forma-canzone di aprirsi a nuovi inusitati linguaggi. La semantica della canzone “leggera” nasce di fatto con Dylan. Ma The Tallest Man on Earth non è solo Dylan, la sua poetica vive di vita propria, come dimostrato anche dall’omogeneità stilistica dei testi dei suoi album. Chi “cita”, tendenzialmente, ha un po’ di vergogna nel farlo in modo tanto spudorato, e un po’ di difficoltà nel ripetersi.

Love is all è il pezzo più noto di The Wild Hunt. Delicato e straziante, la sua cifra è la nostalgia, ma anche la possibilità, in senso kierkegaardiano, ne è una componente essenziale. “Per quello che ho sentito l’amore è tutto, ma il mio cuore ha imparato a uccidere”, canta The Tallest. Ecco le due possibilità che, su tutte, l’uomo riconosce come proprie e cardinali. L’amore, la morte (l’imprevedibile possibilità di entrambe): i due grandi imprescindibili punti focali dell’esistenza umana, qui tratti insieme nella risacca d’un unico verso. La morte metaforica, la fine di un’amore, l’estrema conclusione di un tratto di vita. “Il futuro era la nostra pelle e ora non sogniamo più, no, non sogniamo più […] Ecco che arrivano le lacrime ma, come sempre, le lascerò andare, le lascerò andare”. L’ammonizione di David Foster Wallace “metti piede nella pelle e scompari” è qui ribaltata: “abbandona la pelle e rinasci”. L’abbandono dell’amore come futuro e la fonte dell’eterna giovinezza, forse due miraggi non troppo distanti l’uno dall’altro.

And I’ll throw it in the current that I stand upon so still
Love is all, from what I’ve heard, but my heart’s learned to kill
Oh, mine has learned to kill

E lancerò [la tua volontà] nella corrente che guardo immobile
L’amore è tutto, da quanto ho sentito, ma il mio cuore ha imparato a uccidere
Oh, il mio ha imparato a uccidere

Il cantautore cammina sul fiume, “come se fosse più facile che camminare sulla terra”, abbandona le lacrime allo scorrere delle acque, uccide il suo amore. Simbolicamente? Non è dato saperlo, ma certamente sì. Il fiume, metafora dello scorrere del tempo fin dall’antichità, il fiume, elemento purificatore in cui le lacrime scordano i motivi per cui sono scese. Il cantautore piange e “uccide” un sentimento inaggirabile, se ne sbarazza con voce straziata e i piedi immersi nell’acqua, s’abbandona al dolore, unico trampolino per la fuga, per la rinascita. The Tallest Man on Earth è qui l’araba fenice nella cenere, agonizzante al punto da non poter scegliere altro che la resurrezione. “E ora dei pungliglioni/lame/picchi continueranno a cadere dai cieli sul pavimento”, l’uomo ne è consapevole, ma d’altronde sembra non poter fare altrimenti. L’esigenza di abbandonare l’amore si fa qui quasi necessità esistenziale, ma perché il bisogno si realizzi appieno e in modo definitivo si ha da inscenare una sorta di rito catartico: il fiume, le lacrime, la morte simbolica. “Scommetto che questo fiume possente è sia il mio salvatore che il mio peccato, sia il mio salvatore che il mio peccato”. Il dolore connaturato all’esistenza va in qualche modo consumato, ma sublimato: il calice è troppo amaro.

Love is All è una canzone i cui livelli di lettura sono molteplici, le immagini insieme delicate e potenti, il dolore palpabile ma edulcorato dalla consapevolezza della sua necessità. La capacità di The Tallest Man on Earth di dipingere con poche e semplici parole tutta la profondità e la complessità dell’esistenza umana spiazza, ma ciò che spiazza maggiormente è la modalità con cui trasforma il suo pensiero in espressione, offrendo attraverso l’interpretazione cantata il riflesso esatto del senso dei propri versi. Anche senza i testi sotto mano e con l’orecchio poco allenato alla lingua inglese, sai esattamente dove sta andando a parare. E non è da tutti, ovviamente.

Oh, I said I could rise
From the harness of our goals
Here come the tears
But like always, I let them go
Just let them go

Ph, ho detto che posso elevarmi
Dalle briglie dei nostri obiettivi
Ecco che vengono le lacrime
Ma come sempre, le lascio scorrere
Le lascio scorrere

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