Francesco De Gregori: guarda che non sono io, Il Principe della canzone italiana

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Spesso descritto come schivo, altezzoso, imponente, Francesco De Gregori su queste definizioni ci ha sempre giocato un po’ su. E d’altra parte, i giornalisti lo hanno sempre chiamato “Il Principe”, per la sua altezza (artistica e fisica). Un uomo con il cappello che ama girare per le strade di Roma, dove è nato e cresciuto, magari dipingendo su un block notes di carta quattro parole leggiadre d’inchiostro.

Distante dal mondo del gossip, De Gregori ha sempre parlato attraverso la musica, fin da quel primo disco pubblicato con Venditti nel 1972, intitolato Theorius Campus, e nato un po’ sotto l’egida del signor Cesaroni, proprietario del Folk Studio romano, centro di aggregazione giovanile, dove qualche anno prima si era esibito anche il buon Bob Dylan.

Un bel ragazzo, con i riccioli, e un amore per la musica cantautorale americana, che lo ha accompagnato un po’ in tutta la sua carriera. Finché nel 2015 non ha deciso di pubblicare un album di cover del suo ispiratore, Dylan appunto. Amore e furto, così lo ha chiamato. E così, in due parole, ha messo un po’ il senso di tutta la sua poetica beffarda e sentimentale allo stesso tempo.

Una poetica tanto semplice quanto difficile da comprendere, come la canzone Alice e quel groviglio di personaggi, anche se come dice lui: “Non c’è niente da capire”.

Sono storie, frammenti, attimi, flash che lui raccoglie in versi rendendoli poesia.

Ma la sua non è una carriera costruita minuziosamente. La sua è una storia vera, carnale, d’amore con la musica. La storia di un ragazzo che impara a scrivere canzoni, emulando il fratello Luigi (anche lui cantautore), e che traducendo i testi dei grandi songwriter americani trova la sua strada. Una strada che lo porta a parlare dell’amore, dei racconti sporchi della strada, di manifesti politici, di amici che si perdono e si ritrovano. Storie di tutti, narrate con uno semplice sguardo e un semplice verso per volta. Con una voce nasale che sembra debba volare nell’aria, senza per forza gridare per farti sentire.

Un uomo che, seppur solitario, non disdegna le collaborazioni. Autore per la Mannoia, per Locasciulli, Zucchero e molti altri, la collaborazione più celebre è quella con Lucio Dalla per il tour congiunto intitolato Banana Republic del 1979, che verrà ripreso nel 2009/2010, e quell’amicizia fatta di odio ed amore che dura per trent’anni che viene suggellata nel duetto su una canzone che purtroppo è meno conosciuta di quanto dovrebbe.

Tra contestazioni e processi nei palazzetti, Francesco non si tira mai indietro quando deve dire qualche cosa e porta avanti le sue idee con convinzione. Un uomo di sinistra, un songwriter impegnato che però non fa della politica il suo genere prediletto.

Un cantautore come pochi, in Italia. Un ragazzo che ha cambiato il modo di scrivere canzoni e da cui, quasi tutte le nuove leve del cantautorato, continuano ad imparare.

Rinchiuso nella torre d’avorio del talento, ma aperto all’incontro con gli altri artisti e non più di quanto la stampa spesso voglia far credere.

Molto di più di quanto lui stesso voglia farci credere.

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