Provaci Ancora Sam: i primi vagiti di Woody Allen

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Siamo nel 1972. Woody Allen deve compiere trentasette anni. Ne sono trascorsi ormai tre da quando ha portato in scena per la prima volta la commedia Provaci ancora, Sam. L’opera, interamente scritta dallo stesso Allen e diretta da Joseph Hardy, ha infatti debuttato al Broadhurst Theatre di Broadway il 12 ottobre del 1969, per venire in seguito replicata ben 453 volte nell’arco di un anno e mezzo. Il meritato, fortunoso successo dello spettacolo, fa sì che Allen e soci decidano di trasporlo su pellicola, mantenendo invariato il cast e offrendo al pubblico un’omonima e altrettanto sagace riduzione cinematografica dello stesso. La “maschera” creata dal giovane Allen viene così intramontabilmente lanciata nell’Olimpo della Comicità, dando il la a quella Allen-mania che esploderà iconografica e violenta di lì a pochi anni. Bazinga!, dunque, sta nascendo una celebrità.

Il titolo originale del film, Play it again, Sam, è una citazione -storpiata- presa a prestito dalla celeberrima pellicola Casablanca. Play it once, Sam è infatti la frase che Ilsa (Ingrid Bergman) rivolge al pianista del Rick’s Cafè, esortandolo a suonare la canzone As time goes by, mentre attende Rick (l’immortale Humphrey Bogart). Pochi minuti dopo sarà poi lo stesso Rick che, a seguito di uno scambio di battute col pianista, gli ordinerà bruscamente Play it!

Allen non si limita quindi a citare ma decide di personalizzare il prestito, trasformando la frase pronunciata dalla Bergman (e in un certo senso anche da Bogart) in Play it again, Sam, che diventerà dunque il titolo definitivo della commedia e, conseguentemente, del film. Licenza poetica, diciamo così. Una cosa da notare, inoltre, è che il titolo italiano del film, Provaci ancora, Sam, è una traduzione stravolta dell’originale (che avrebbe dovuto essere tradotto come Suonala ancora, Sam). Questo fatto, però, non stupirà più di tanto chi abbia un minimo di dimestichezza col mondo del cinema: è noto che i distributori italiani non siano nuovi a operazioni di questo genere. La cosa che invece potrebbe sorprendere un poco di più anche i cinefili maggiormente arditi e smaliziati è che il nome del protagonista, nell’originale Allan Felix, viene modificato in Sam Felix. Faciloneria? Malcelata e pregiudiziale sottostima delle capacità cognitive del popolo italiano? Arroganza? Difficile a dirsi, ma di sicuro un ottimo modo per far passare sottotraccia la golosa citazione foriera di eventuali nuove conoscenze cinematografiche, offrendo il titolo dell’opera come un riferimento diretto ai colpi di sfiga seriali del protagonista. Se non altro sul fronte del doppiaggio il film funziona, anche se non mancano quegli accenti caricaturali che rendono la pellicola decisamente più cartoonesca e stereotipata dell’originale. Ma questo è un annoso problema del doppiaggio italiano: teatralità a go-go. Per carità, può piacere, e non si può negare che il doppiaggio nostrano sia considerato uno dei migliori al mondo; ma ciò non toglie che  volte si perdano spesso per strada le reali intenzioni delle sceneggiature originali.

Ad ogni modo, tornando al film, i suoi trascorsi teatrali sono evidenti, a partire dall’accentuata stereotipizzazione dei protagonisti (Wes Anderson non era ancora nato e una sorta di verismo cinematografico dominava le scene). Essa viene comunque parzialmente smorzata nel film, restituendoci dei personaggi caricaturali ma allo stesso tempo molto umani, alle prese con problemi e derive esistenziali che in fondo ci riguardano un po’ tutti. Basti pensare al protagonista Allan Felix, critico cinematografico imbranato e goffo, lasciato dalla moglie nelle primissime scene del film. Egli riassume in sé molti stilemi dello sfigato contemporaneo, a disagio nel mondo e costantemente bersagliato dalla iella, tenero al limite della demenza nella propria quotidiana battaglia contro una perenne inadeguatezza. Lo spettatore ride, poi riflette, quindi si commuove e pacifica con se stesso, trovando in Allan Felix una catarsi, una tacitazione delle proprie sfighe quotidiane, delle proprie problematiche d’animale urbano contemporaneo, fagocitato dall’idea di dover aderire ai comuni rituali che reggono la società. Primo tra questi traguardi sociali è per Allan il trovare una donna e non stare solo per il resto della vita.

Ecco come lo stesso Allen descrive il protagonista della fortunata commedia:

Allan Felix è un giovanotto gracile ed occhialuto di ventotto o ventinove anni. Dall’aspetto sembra essere uscito da una vignetta di Jules Feiffer, vive abbastanza decentemente scrivendo articoli e recensioni, di letteratura ma soprattutto di cinema (di cui è grande appassionato), per una piccola rivista cinematografica di nicchia. Sogna che, un giorno, farà qualcosa di importante nella letteratura o nel cinema. In effetti, Allan, è un gran sognatore. La sua mente è un febbrile e nevrotico groviglio di contraddizioni che gli rendono la vita impossibile. È agitato, timido, insicuro e, ormai da anni, non fa che stendersi e rialzarsi dal lettino dello psicanalista.

Chi conosce Allen ritroverà in questa descrizione moltissimi dei tratti che contraddistinguono la maggior parte dei suoi personaggi di maggior successo, dall’Alvy Singer di Io e Annie fino all’Isaac Davis di Manhattan. E anche quando smetterà di recitare per dedicarsi esclusivamente alla regia dei suoi lavori, Allen creerà personaggi come l’iconico Boris Yellnikof (interpretato da un adeguatissimo Larry David) di Whatever works, che avrà indiscutibilmente un debito enorme nei confronti di queste prime emanazioni alleniane.

La mole di ironia che si irraggia da personaggi di questo genere è ovviamente enorme, e Provaci ancora, Sam, coi suoi “soli” 85 minuti, è un concentrato di comicità senza respiro, in cui ogni battuta sembra tirare la successiva senza il minimo sforzo, la più piccola forzatura, mantenendo sempre una cifra comica intelligente e raffinata, benché malinconica e in qualche modo amara. Tutto in questo film fa sorridere e riflettere: l’eloquio incerto del protagonista, la sua fisicità in un certo senso buffa, l’ombra di Bogart che aleggia come allucinazione del protagonista per tutta la durata del film, una quanto mai stupenda Diane Keaton che accompagna con ironia, sensualità e dolcezza Allan nel suo piccolo “romanzo di formazione”.

Anche la scena finale della pellicola -ennesimo richiamo a Casablanca– assolverà alla duplice funzione di divertire e dar da pensare. Allan Felix diventerà tutto a un tratto “uomo”, rinnegando il proprio amore per Linda (Diane Keaton) in nome dell’amicizia che lo lega al di lei marito Dick. Nell’aeroporto fumoso, denso di nebbia, un aereo sarà in attesa col motore acceso. Allan resterà infine solo, osservando la coppia di amici avviarsi verso il proprio destino. Altrove.

“Il segreto sta nel non essere te ma me. Tu sei bassino e piuttosto bruttino, ma anch’io sono abbastanza basso e brutto per avere successo per conto mio.” Con queste parole, rivolte da Allen al suo Bogart immaginario, sorto come un ologramma dalle nebbie dell’aeroporto americano, si conclude il film e, in un certo senso, l’educazione sentimentale di Allan Felix.

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