Il Don Chisciotte (non) spiegato da Terry Gilliam

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Camicia hawaiana larghissima, minuscolo codino che nasconde un mullet decisamente anacronistico e soprattutto un gran sorriso stampato in faccia: Terry Gilliam si presenta così al cinema Giulio Cesare di Roma, salutando i fan in occasione dell’uscita (e della proiezione) del suo nuovo film L’uomo che uccise Don Chisciotte. Un mini tour in cui il regista ha presentato in Italia il suo film a dimostrazione di quanto rappresenti per lui il lungometraggio su cui ha lavorato per gran parte della sua vita.

Così una semplice domenica pomeriggio di fine settembre al cinema si trasforma in un’esperienza assolutamente fuori dagli schemi. Terry alla sua entrata in sala è a dir poco istrionico (difficile d’altro canto aspettarsi il contrario): baci e abbracci a chiunque gli capiti davanti, un volto incredibilmente sereno e disteso e la sensazione di poter finalmente cogliere i frutti di un lavoro che ha occupato più di 20 anni della sua vita. Assolutamente no“, condita da una grande risata, questa la risposta di Terry quando gli viene chiesto se ora che finalmente il suo Don Chisciotte è uscito nella sale, il regista possa soffrire di una sorta di depressione post-parto, causata paradossalmente proprio dalla liberazione da un’ossessione che l’ha accompagnata per quasi tutta la carriera; un po’ come in quei film di supereroi in cui la sconfitta del cattivo è una vittoria per il protagonista, sì, ma lascia nello spettatore un senso di vuoto seguito da un “e ora che si fa?”. E proprio nei confronti dei film di supereroi Gilliam ci tiene a spendere qualche parola negativa: è stanco di vedere l’enorme macchina produttiva di Hollywood spendersi nel mettere in scena storie di persone straordinarie: “Non c’è niente di straordinario nei supereroi, assolutamente nulla. La vita di tutti i giorni è straordinaria, noi persone comuni siamo straordinarie, e sono proprio le persone senza quel prefisso super quelle che il cinema dovrebbe raccontare“. Il discorso di Gilliam è un elogio della normalità, ma anche e conseguentemente un elogio della follia, di quei momenti fuori dagli schemi della nostra vita che dovremmo assecondare e vivere al meglio: il discorso di Gilliam è un invito ad aprire gli occhi (alla Bunuel nel suo manifesto Un chien andalaou) e goderci quanto di bello e strano ci accade ogni giorno, un discorso che assume ancora più senso se lo si contestualizza con l’uscita del film.

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Già, il film: Gilliam non vuole parlare troppo, vuole far parlare le immagini, e dunque in fretta e furia si congeda per lasciar spazio alla sua opera d’arte, non prima però di abbracciare e baciare altri fan e da farsi portale trionfalmente in braccio da due ragazzi vestiti stile Santa Inquisizione per omaggiare l’uscita della pellicola.

Il film ovviamente è una gioia per gli occhi. A interpretare il novello Don Chisciotte c’è il fedelissimo Jonathan  Pryce (già protagonista di Brazil), mentre nella parte di un regista che vuole girare un film su Don Chisciotte c’è Adam Driver. Quindi sì, Gilliam gira un film su Don Chisciotte che ha come protagonista un regista che gira un film su Don Chisciotte; la carica meta-registica è forse il grande punto tematico del film. Sicuramente il tema era già presente sin dalla prima stesura della sceneggiatura dell’opera, ma l’impressione dopo averlo visionato è che qualcosa nel processo creativo di Gilliam sia cambiato in questa lunga Odissea durata 25 anni.

Il regista protagonista infatti durante le riprese del film si trova in una crisi creativa, dalla quale però viene salvato da un gitano che gli consegna (tramite la figura del produttore, interpretata da Stellan Skarsgard) una copia del suo film di laurea, ovvero la prima volta in cui il personaggio di Adam Driver si confronta con il romanzo di Miguel De Cervantes. Il film dunque gioca su questo doppio binario, appiattendo presente e passato in un’unica tavolozza post-moderna in cui cozzano gli uni contro gli altri i momenti (spesso rocamboleschi) sul set del regista e della sua troupe. Come se lo stesso Gilliam voglia filmare il suo medesimo processo creativo, il ritornare sempre col tempo che passa sullo stesso soggetto, senza riuscire a poterlo effettivamente filmare, come una maledizione.

Gilliam sul piano filmico si affida a lenti anamorfiche e ad inquadrature dal basso che deformano grottescamente i personaggi e smussano e arrotondano gli angoli delle inquadrature, dando allo spazio una conformazione onirica che altera la realtà. Il gusto del grottesco, appunto, è l’altra grande chiave di interpretazione stilistica del film di Gilliam, che gioca ripetutamente sul contrasto set cinematografico-resto della vita, e dunque finzione- realtà: sono numerose le sequenze in cui a un climax ascendente da melodrammone da feuilleton (volutamente forzato, anche qui il gusto del grottesco, dell’esagerazione) segue un momento volutamente basso, un brusco abbassamento di tono.

I temi presenti nel film sono davvero numerosi: dalla follia del neo-Don Chisciotte (il personaggio interpretato da Benjamin Price interpreta il cavaliere della Mancia nel primo film del regista protagonista, prima che lo spettatore lo ritrovi nel presente, ora che è convinto di essere il vero Don Chisciotte e che è pronto a trascinare Adam Driver nelle sue folli avventure) alla perdita di percezione della realtà; dalla critica al sistema hollywoodiano (abbiamo i personaggi standardizzati e stereotipati della più classica delle Hollywood novel: il regista geniale e brillante ma totalmente egocentrico, il produttore dispotico, l’attore maschile folle e l’attrice femminile idealizzata come un angelo) alla gestualità attoriale caricata; dal rapporto già analizzato tra realtà e finzione alla riflessione sul tempo che passa ma che in realtà ristagna ciclicamente su se stesso; dal contrasto tra donna angelica e idealizzata a donna tentatrice, al deciso utilizzo dello stile barocco (possiamo notarlo nella scenografia sfarzosa, nello stesso stile di scrittura frammentata che miscela stile alto a stile basso, nelle trame e nell’ambientazione da commedia aurea spagnola, e ovviamente nella medesima fonte, il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes).

L’impressione è che l’autore Terry Gilliam abbia vissuto il proprio soggetto (inteso come Io) tramite quello del Don Chisciotte, tramite un esasperato citazionismo (in fondo lo stesso adattamento di un romanzo così importante è esso stesso citazionismo al massimo livello); come se il cavaliere pronto a riportare la cavalleria in un mondo basso e grottesco che non può accettarla si sia traslato nel regista che vuole fare un film onirico nel momento in cui a dominare le classifiche dei maggiori incassi sono le gigantesche produzione dei film di supereroi (riprendendo le affermazioni forse non casuali dello stesso regista): Gilliam è Don Chisciotte, e non sembra avere nessuna intenzione di porre freno alla propria follia, e noi siamo felici così.

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