The Man Who Killed Don Quixote: perché quello di Terry Gilliam è un ritorno importante

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Ricordo ancora il momento esatto in cui un amico, un assolato pomeriggio di Giugno, mi prestò il DVD di Brazil. Disse soltanto: “Guardalo, ti piacerà”. Aveva ragione: è diventato immediatamente il mio film preferito. Non sapevo bene cosa aspettarmi. Il titolo suggeriva paesaggi esotici, allegria, colori, musica. In un certo senso, dentro Brazil ci sono tutti questi elementi, ma vengono continuamente distorti, trasfigurati. Un’opera visionaria, lungimirante; il manifesto di una fantascienza decadente, dove il futuro è un luogo davvero poco rassicurante, in cui la tecnologia fa le bizze e la burocrazia si è trasformata in una macchina ancor più arrugginita e opprimente di quanto non lo fosse nel presente. Un vero colpo da maestro. Il regista è Terry Gilliam, noto per i suoi trascorsi nei leggendari Monty Python (i Beatles della comicità) e per film di culto come L’esercito delle 12 scimmie e, soprattutto, Paura e delirio a Las Vegas, esplorazione scellerata nei meandri della droga, che tanto affascinava me e i compagni di scuola (solo più avanti negli anni avremmo compreso il senso reale del film, l’amarezza del messaggio che si nasconde dietro le allucinazioni degli attori Johnny Depp e Benicio Del Toro).

Brazil ha rappresentato, per me, l’iniziazione alla filmografia del folle regista americano (naturalizzato inglese: ha vissuto in Gran Bretagna per gran parte della sua vita e ha richiesto e ottenuto la cittadinanza britannica dopo che George W. Bush venne eletto per un secondo mandato alla Casa Bianca). Fin dagli albori, con Jabberwocky (1977) e I banditi del tempo (1981), salta all’occhio uno stile imponente, immaginifico, che prenderà corpo e sostanza nel corso di una carriera ultraquarantennale: un autore difficile, spesso e volentieri non compreso, addirittura scomodo. Come non ricordare le sue crociate contro Hollywood, quell’industria che l’ha amato (a volte) e l’ha odiato (spesso); le battaglie per avere l’ultima parola sul montaggio finale dei suoi film; le proiezioni clandestine per contrastare le scelte degli studios e la censura; le invettive ai colleghi da “blockbuster”. Come dimenticare il roboante “no” quando gli fu chiesto di girare la saga di Harry Potter, un progetto al quale proprio non riusciva ad appassionarsi (con grande sollievo dei finanziatori).

Quello che affascina di Terry Gilliam è, oltre alla caparbietà e l’integrità artistica, la capacità di trasportare sul grande schermo esattamente quello che ha nella testa, probabilmente una diretta conseguenza del suo passato da illustratore e animatore. Il punto focale dell’arte Gilliamesca è il forte senso immaginativo, il saper realizzare l’irrealizzabile, spesso in maniera incontrollata (si pensi al flop colossale de Le Avventure del Barone di Munchausen, per il quale Gilliam assecondò fin troppo i voli pindarici dell’immaginazione, a tal punto da sforare col budget messo a disposizione dai produttori, tutto fuorché misero). Un cinema senza dubbio debitore della lezione di Federico Fellini, del gusto per il paradosso e della comicità intellettuale dei Python, ma anche della profondità del Maestro Orson Welles; lo stesso Welles che si era cimentato con una trasposizione cinematografica del Don Chisciotte di Cervantes, a cui lavorava dal 1957 nei ritagli di tempo (tra vari ingaggi che gli permettevano d’investire soldi nei progetti personali); un’opera purtroppo mai completata. Per tanti, troppi anni, anche Terry Gilliam ha inseguito il fantasma del triste hidalgo, il cavaliere dalla triste figura, con risultati disastrosi. Un parallelismo che la dice lunga: sia Gilliam che Welles hanno sempre avuto vita difficile con le proprie creazioni.

Ora, nel 2018, sembra che il buon vecchio Terry ce l’abbia fatta. Il suo Don Chisciotte è divenuto realtà, dopo quasi vent’anni di sciagure e continue cancellazioni e ripartenze. In tanti hanno sempre scherzato sul fatto che Gilliam si fosse infine trasformato in Don Chisciotte de La Mancia, la sua ossessione; un pazzo che si batte contro i mulini a vento. E in un certo senso è proprio così: la realizzazione di quest’opera è importante, in particolar modo per tutti quelli che, come Gilliam, hanno deciso di non arrendersi e perseguire i sogni di una vita. Perché scrivere “sembra che ce l’abbia fatta”? Perché con Gilliam non si può mai sapere. Possiamo finalmente ammirare il trailer di The Man Who Killed Don Quixote, ma guai a cantar vittoria troppo presto. Già saltano fuori i primi inghippi: la partecipazione al Festival di Cannes di quest’anno è in forse (ed era stata data più volte per scontata), a causa di un contenzioso ancora in corso con l’ex finanziatore del progetto, il portoghese Paulo Branco. Per vedere la più recente fatica di Gilliam, The Zero Theorem (2013), distribuita nei cinema italiani, ci sono voluti ben tre anni. In generale, quel film fu distribuito in pochissime sale nel mondo. Quale sarà la sorte del Don Chisciotte?

In confronto a quanto accaduto in passato, queste sono inezie. Gilliam ha cominciato a immaginare The Man Who Killed Don Quixote nel lontano 1991. Lo aveva già tutto chiaro in testa, scena dopo scena. A quei tempi, dopo la disavventura del Barone di Munchausen, stava risalendo la china con film non scritti da lui, come La Leggenda del Re Pescatore e L’esercito delle 12 scimmie. Aspettava solo il momento giusto per dedicarsi anima e corpo al progetto di una vita. Nel 2000 quasi ci riuscì: aveva ottenuto i finanziamenti da fondi europei, era riuscito a coinvolgere nomi di grido (il francese Jean Rochefort nel ruolo di Don Chisciotte e Johnny Depp nei panni di Toby Grisoni, il pubblicitario finito non si sa come nel XV secolo, e che il triste hidalgo avrebbe scambiato per il fido Sancho Panza); aveva definito un calendario per le riprese e poteva contare su una sceneggiatura forte. Avrebbero girato a Las Bardenas, una riserva naturale poco distante da Madrid.

Purtroppo, dopo un inizio incoraggiante, cominciarono a susseguirsi le catastrofi. Dapprima, i problemi di salute di Rochefort, che dovette rientrare in Francia per guai alla prostata. In quel frangente, Gilliam non si perse d’animo e cominciò a girare le scene che non richiedevano la presenza del protagonista principale, in attesa del suo ritorno. Lavorò con Johnny Depp, finché Rochefort non fu in grado di tornare in Spagna. L’attore francese, secondo Gilliam, era perfetto per la parte: aveva il physique du rôle e sapeva andare a cavallo. Anche l’età (attorno ai settant’anni) era quella giusta. Rochefort aveva addirittura studiato l’inglese, nei mesi precedenti alle riprese, per poter prendere parte al film.

Ma le difficoltà non erano finite. Il luogo in cui stavano girando era continuamente sorvolato da caccia F-16, rumorosissimi e alquanto anacronistici. Rovinarono molte delle riprese fatte fino a quel punto. E un giorno, all’improvviso, una tempesta violentissima devastò il set, costringendo la troupe a una ritirata in piena regola. Quel che nessuno aveva previsto era che la tempesta avrebbe modificato significativamente il paesaggio, rendendo il girato dei giorni precedenti completamente inutilizzabile. Come se non bastasse, i settant’anni di Jean Rochefort si fecero sentire e l’attore dovette arrendersi definitivamente alla salute malandata e tornarsene in Francia. Una disfatta vera e propria. Perlomeno, dal fallimento uscì fuori uno splendido documentario, Lost in La Mancha (2002, a cura di Keith Fulton e Louis Pepe), che racconta nel dettaglio quelle giornate funeste.

Una batosta non indifferente per Gilliam, che più volte, negli anni successivi, provò a far decollare nuovamente il progetto, ogni volta con finanziatori, attori e collaboratori diversi. Di tanto in tanto, spuntava fuori una news: “Terry Gilliam ha finalmente trovato il modo di girare il film su Don Chisciotte”! Diversi attori si sono contesi il ruolo del protagonista: per un certo periodo, Robert Duvall e poi John Hurt furono confermati al posto di Rochefort, ed Ewan McGregor avrebbe sostituito Johnny Depp (che nel frattempo aveva accettato di prendere parte alla saga de I pirati dei Caraibi ed era troppo impegnato per dedicarsi ad altro). Ma anche in quel caso, sorsero nuovi problemi e di nuovo non se ne fece nulla. Dopo alcuni anni di (relativo) silenzio, trapelò la notizia che Don Chisciotte sarebbe stato interpretato dal vecchio amico di Gilliam, e compagno d’avventure nei Monty Python, Michael Palin. Puntualmente, la pre-produzione non andò a buon fine, ci furono numerosi ritardi e Palin dovette rinunciare alla parte per via di altri impegni presi in precedenza. Una maledizione.

Ma infine, chi la dura la vince. Con un cast ancora una volta rivoluzionato (Jonathan Pryce, il mitico Sam Lowry di Brazil, è Don Chisciotte; Adam Driver è Toby Grisoni / Sancho Panza), Gilliam è riuscito a portare a termine la missione. Ovviamente, non sono mancate le controversie: durante le riprese, il regista e la troupe sono stati accusati di aver deturpato il Convento de Cristo a Tomar, in Portogallo. La notizia si è poi rivelata infondata, ma in tanti hanno dichiarato guerra al regista, e sono determinati a boicottare l’uscita del film. Cos’altro succederà? Staremo a vedere.

Come si legge alla fine dell’autobiografia di Gilliam (Gilliamesque, Big Sur, ironicamente definita una biografia pre-postuma): “La bugia di fondo delle autobiografie sta nel nome scritto bello grosso in copertina. La verità è che la vita di Terry Gilliam è il frutto del duro lavoro di tante persone incontrate lungo il cammino: quelli che l’hanno spinta, ci sono inciampati sopra, l’hanno raccolta e presa in braccio e, fin troppo spesso, l’hanno intralciata e basta.” È vero, le difficoltà sono sempre state tante, ma in molti hanno letteralmente “raccolto e preso in braccio” la vita di Gilliam. Come ad esempio il grande George Harrison dei Beatles, un amico ed estimatore dei Monty Python. Harrison, con la sua casa di produzione (Handmade Films) finanziò e produsse I banditi del tempo (e scrisse anche una canzone per la pellicola). Ma due anni prima aveva già finanziato Brian di Nazareth dei Python. Celebre la sua risposta alla domanda: “Perché ha finanziato la produzione di quel film?”: “Perché volevo vederlo”.

 

 

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