Brazil: storia e significato del film-delirio di Terry Gilliam

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Brazil, il film di Terry Gilliam del 1985, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Pare che un giorno Terry Gilliam stesse facendo una passeggiata lungo la spiaggia di Port Talbot, località marittima del Galles nota per essere anche un grande polo industriale, quando ebbe l’ispirazione per Brazil osservando lo scenario intorno a lui: dall’altoforno della città si era sprigionata una polvere scura che aveva ricoperto ogni cosa, spiaggia compresa, creando un contrasto fortissimo col sole al tramonto che tingeva il cielo di un bellissimo rosso fuoco. In quell’istante nella mente di Gilliam si formò l’immagine di un vecchio, seduto su una sdraio a bordo della spiaggia, intento ad ascoltare Aquarela do Brasil alla radio, brano che gli permette di evadere dalla realtà ed immaginare un mondo meno lugubre attorno a sè: il film era nato.

Siamo nella prima metà degli anni ’80 e Gilliam vive un momento di notevole popolarità: per lui, che rappresentava l’anima più creativa e folle dei Monty Python (sono sue le animazioni deliranti dello splendido Monty Python and the Holy Grail) è arrivato il primo vero successo commerciale con l’ottimo fantasy I Banditi del Tempo (1981) e ora, dopo un altro grande successo da lui co-diretto come Monty Python e il Senso della Vita (1983) è il momento di dedicarsi ad un nuovo lungometraggio in solitaria.

Gilliam odia le istituzioni, la burocrazia che gli causa infiniti problemi con ogni nuovo film, i produttori, le grandi major e la borghesia in generale: in quello che sta per diventare il suo nuovo film decide quindi di prendere di mira tutto questo, per arrivare a mettere in scena la parodia definitiva di un mondo che lui, rivoluzionario nato, non riesce ad accettare.

Il romanzo capolavoro di George Orwell, 1984, sta per diventare sempre più una realtà sia dal punto di vista cronologico (gli anni sono quelli) che da quello effettivo, e si presta quindi ad essere la base di partenza perfetta per il nuovo lungometraggio del regista.

Il suo 1984 1/2 (uno dei titoli iniziali di Brazil, in omaggio a Federico Fellini) però sarà molto più che una semplice trasposizione del romanzo, perchè Gilliam mantiene intatta l’ossatura principale di 1984 (creando un mondo opprimente e liberticida, schiavo della burocrazia e manipolatore del pensiero) e per certi versi anche la morale finale, ma per tutto il resto dà libero sfogo a tutto il suo estro creativo, riempiendo questa base orwelliana di tutte le influenze gilliamesche possibili e immaginabili.

Ci troviamo di fronte quindi ad un film che è frutto del lavoro di due menti geniali: il discorso di Orwell viene parafrasato da un Gilliam all’apice della creatività, che taglia, aggiunge, modifica, semplifica e complica il materiale di partenza secondo la propria visione, arrivando a creare un’opera che è sì molto diversa dal romanzo originale, ma che paradossalmente ne è anche la migliore trasposizione possibile.

Ci troviamo “Da qualche parte nel ventesimo secolo”, in un Paese sconvolto da attentati terroristici, e il nostro protagonista Sam Lowry (Jonathan Pryce) non è proprio il Winston Smith di 1984: è sempre un modesto impiegato al Ministero ma, a differenza della controparte cartacea, Sam non odia affatto il sistema anzi, sembra quasi trovarsi a proprio agio con tutta quella burocrazia. Il nostro Sam non è proprio il classico eroe in cui tutti vorremmo identificarci: lavora in un posto orribile, l’archivio del Ministero dell’Informazione in cui ogni giorno vengono spostate tonnellate di carta tra moduli e documenti di ogni tipo e nel quale gli impiegati non aspettano altro che il capo, l’inetto Mr. Kurtzman (Ian Holm) si ritiri nel proprio ufficio per poter guardare la televisione indisturbati.

Non si può dire che la vita privata di Sam sia migliore: è scapolo e vive in un piccolo appartamento automatizzato in cui non funziona nulla, e come se non bastasse è oppresso da una madre costantemente sotto i ferri della chirurgia estetica (con risultati discutibili) che farebbe qualsiasi cosa per fargli ottenere una promozione che lui potrebbe avere con le sue sole capacità, ma che non vuole.

Potremmo dire che Sam è un perdente, un uomo che si è rassegnato a sopravvivere al di sotto delle proprie capacità e che per rimediare alla mediocrità del mondo che lo circonda si rifugia spesso nel mondo dei sogni, nei quali è un valoroso cavaliere dall’armatura alata che protegge una misteriosa principessa. È tutto tranne che un rivoluzionario il caro Sam, ma dovrà suo malgrado fare i conti con la rivoluzione a causa di una lunga serie di imprevisti che lo vedranno sempre al centro della scena.

Il primo di questi imprevisti non poteva essere altro che un errore burocratico: un insetto è caduto in una stampante, causando un errore in un ordine di cattura che porta all’arresto di un umile padre di famiglia di nome Archibald Buttle che viene scambiato per un terrorista e torturato durante la detenzione, morendo ingiustamente.

Il vero obiettivo del governo non era l’innocente signor Buttle ma Archibald “Harry” Tuttle (Robert De Niro), un tecnico del riscaldamento “pirata”, che si intrufola nottetempo nelle case dei cittadini (Sam compreso) e ripara loro i guasti all’impianto di areazione senza chiedere soldi in cambio, in barba al Central Service e ai suoi tecnici ufficiali (ne vedremo due, esilaranti, interpretati da Bob Hoskins e Derrick O’Connor).

Il terzo imprevisto avviene quando Sam è inviato dalla vedova Buttle per consegnarle un assegno di rimborso destinato al defunto marito, perchè è a casa della signora che incontra Jill Layton (Kim Greist), la ragazza dei suoi sogni ad occhi aperti: completamente innamorato di lei, Sam partirà in un folle inseguimento che lo porterà a fare cose che fino a quel momento erano impensabili per uno come lui: arriverà ad accettare una promozione all’Ufficio per il recupero informazioni solo per rintracciarla e, una volta scoperto che la sua amata è ricercata come complice dei terroristi che stanno mettendo a ferro e fuoco la città, arriverà addirittura a ribellarsi al sistema, modificando i documenti di Jill facendola passare per deceduta. L’idilio tra i due, purtroppo, è destinato a durare poco perchè la polizia riesce a rintracciarli e ad arrestarli.

Condotto in una gigantesca sala adibita alle torture per i dissidenti in cui incontra il vecchio amico Jack Lint (Michael Palin, collega di Gilliam dai tempi dei Python), che lo avvisa della morte di Jill, Sam si appresta ad essere brutalmente torturato dallo stesso Jack quando avviene l’impossibile: Archibald Tuttle fa irruzione nella sala delle torture accompagnato da un gruppo di rivoluzionari, uccide Jack Lint e libera Sam.

Ha inizio una delirante fuga durante la quale Tuttle sparisce nel nulla, sepolto da un mare di carta, e Sam si ritrova a rifugiarsi al funeral party di una cara amica della madre (morta a causa di folle intervento di chirurgia estetica a base di acido solforico) durante il quale cade nella bara della defunta trovandosi trasportato in una realtà parallela nella quale riesce a fuggire con Jill e a vivere felice.

Purtroppo per lui e per noi questo, ancora una volta, è solo un sogno: Sam si ritrova ancora legato all’interno della sala delle torture, in stato catatonico e completamente dissociato dalla realtà, mentre l’ex amico Jack Lint (che non è affatto morto) ne constata la totale follia.

Quello che colpisce di più guardando oggi Brazil è l’assoluta modernità di questo film, dal delirio per la chirurgia plastica di Ida Lowry e Alma Terrain (della quale vedremo il cadavere letteralmente liquefatto) agli attentati dinamitardi: tutto ciò che Gilliam ha aggiunto di suo alla base orwelliana dell’opera risulta attuale anche a più di trent’anni dall’uscita.

Un altro elemento che colpisce è l’anarchia totale che permea ogni singolo aspetto dell’opera, perchè Brazil è un film folle e delirante ad ogni livello: lo è sul piano visivo, in cui Gilliam dà il meglio di sè mescolando una metropoli dall’aspetto noir e cartoonesco (palesemente e volutamente finta) con un’infinità di elementi fantasy (tutti i sogni di Sam, alternati alla narrazione principale della quale sono specchio) per creare un mondo in cui anche le case e macchinari sembrano organismi viventi; lo è sul piano narrativo, in cui assistiamo al rincorrersi di scene e dialoghi sempre più folli, ed infine lo è sul piano della costruzione dei personaggi.

Si dice che Robert De Niro, una volta letto lo script (scritto da Gilliam col supporto di Tom Stoppard) avesse chiesto al regista la parte di Jack Lint, che però era già stata promessa a Michael Palin, che modellò il personaggio rendendolo l’esatto opposto del protagonista (sicuro di sè, padre di famiglia, esteriormente rassicurante ma in realtà privo di scrupoli), costringendo De Niro a ripiegare su un personaggio dallo screen time molto ridotto ma a cui bastano pochi istanti per bucare lo schermo.

Gli altri titoli presi in considerazione per Brazil (scelto per via del contrasto creato dalla colonna sonora spensierata col tono lugubre del film) non erano certo meno interessanti rispetto a 1984 1/2, e rispecchiavano pienamente lo spirito della pellicola: How I Learned to Live with the System – So Far (citazione kubrickiana del Dott. Stranamore, riferita alla dissociazione finale del protagonista), So That’s Why The Bourgeoise Sucks (l’evidente attacco di Gilliam alla borghesia, che permea tutto il film) e infine The Ministry of Torture, che non necessita spiegazioni.

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La distribuzione di Brazil fu una sorta di calvario, non dissimile da quanto accaduto di recente con The Man Who Killed Don Quixote (in cui, curiosamente, torna Pryce come protagonista), con la Universal Pictures che si era assicurata i diritti di distribuzione sul territorio nord americano che fece non poche pressioni per costringere Gilliam a modificare il finale tetro, un pò come accadde tre anni prima con Blade Runner.

Le cose andarono bene per l’autore, che intraprese una battaglia feroce per mantenere il final cut di 142 minuti, perchè quando il fim iniziò a circolare in Europa (a partire dalla Francia) le reazioni furono positive al punto da assicurargli la possibilità di mantenere integro il lavoro.

Oggi Brazil è riconosciuto in tutto il mondo come il capolavoro di Terry Gilliam, ed è stato più volte inserito tra i film preferiti di numerosi autori di fantascienza. Possiamo considerarlo un film fantascientifico? Forse no, ma non importa: che sia considerato il secondo capitolo della Trilogia dell’Immaginazione (tra I Banditi del Tempo e Le Avventure del Barone di Munchausen) o il primo della Trilogia Distopica di Gilliam (prima di L’Esercito delle 12 Scimmie e The Zero Theorem) rimane un film imprescindibile, vetta assoluta del regista.

Tra labirintici corridoi di uffici burocratici, sogni deliranti di cavalieri alati e mostri deformi, fughe impossibili in una città claustrofobica e irreale, Brazil rimane ancora oggi la miglior trasposizione possibile dell’incubo orwelliano.

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