Cinque film per comprendere il genio di Luis Buñuel

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Anti-borghese, anti-clericale, anti-fascista, apolide: Luis Buñuel è stata una delle personalità cinematografiche più controcorrente dell’intero Novecento. La grandezza del cineasta spagnolo viene tuttavia spesso “limitata” al suo iconico periodo surrealista; in realtà Buñuel vanta più di 30 lungometraggi girati tra Messico, Spagna e Francia (apolidia dettata dal repressivo regime franchista nel suo paese natale). In questo articolo vogliamo cercare di comprendere e di far comprendere, nei limiti del possibile, il genio e la sregolatezza di questo cineasta ribelle attraverso delle piccole ma spero esaurienti analisi di suoi cinque film.

Attenzione: la lista non è una classifica (le pellicole sono ordinate per data di uscita) e quelli elencati non sono necessariamente i migliori film del regista, un articolo di questo genere non sarebbe nello stile di Auralcrave: le seguenti pellicole sono semplicemente le cinque opere che riteniamo più emblematiche dello stile buñueliano.


Un chien andalou (1929)

Regia di Luis Buñuel e e sceneggiatura dello stesso Buñuel e di Salvador Dalì: già questo dovrebbe far capire l’importanza artistica di Un chien andalou, che possiamo senza dubbio definire, senza sbilanciarci troppo, il manifesto del surrealismo. Il surrealismo è stato un movimento di Avanguardia fondato da Andrè Breton e da altri ex membri del movimento dadaista, i cui cardini principali possiamo sintetizzare in: abbattimento delle barriere razionali tramite il flusso indeterminato dell’inconscio, atmosfera onirica, uso del grottesco come chiave per capire la realtà, liberazione dell’individuo dalle catene sociali; tutto ciò per indurre lo spettatore o il lettore a guardare la realtà con occhi diversi.

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L’invito di Luis Buñuel ad “aprire gli occhi”

Simbolo del nuovo punto di vista è sicuramente la crudissima scena d’apertura di Un chien andalou in cui lo stesso Buñuel, dopo aver guardato la luna, taglia con un rasoio l’occhio di una ragazza. Da lì in poi la diga che tratteneva l’inconscio viene totalmente disintegrata nella “narrazione” della storia d’amore tra due giovani (l’eros è tema fondante del movimento): un montaggio che non correla narrativamente niente, immagini che si susseguono senza nessun apparente senso logico, collegamenti fatti solo in base alla ratio dei sogni (ad esempio si passa dai peli dell’ascella della ragazza ai ricci di mare).

Il film è insomma carico di simbolismo (ad esempio il ragazzo che traina i preti, il pianoforte e gli asini per raggiungere l’amata può essere inteso come un’allegoria del peso delle convenzioni sociali), tuttavia sarebbe limitante e avvilente tentare di decifrare in qualche modo il messaggio di Buñuel e di Dalì: cercheremmo di dare una spiegazione logica a un’opera che si manifesta programmaticamente come illogica. Dunque consiglio il lettore di guardarsi per intero il film, che trovate di seguito, in fondo la durata è di soli 20 minuti: Netflix per questa volta può attendere.


Viridiana (1961)

Dopo anni e anni di esilio Buñuel finalmente torna nella sua Spagna: si sottometterà nella produzione del suo film alle leggi della censura franchista? Ovviamente, neanche per sogno: Viridiana è forse in assoluto il film più blasfemo di Buñuel.

Già solo in questa scena possiamo capire il perché il film non sia stato molto gradito dalla censura: Don Jaime di fatto stupra sua nipote Viridiana, in procinto di prendere i voti per andare in convento, perché gli ricorda sua moglie defunta. Il “povero” Don Jaime in seguito si suiciderà per la vergogna e per l’ovvio rifiuto della nipote alla proposta di matrimonio; la giovane ora ricca grazie all’eredità dello zio cambierà la sua vita: novella immagine di Gesù cristo (sì, è proprio una donna) aprirà la sua nuova immensa casa ai poveri e ai disadattati. La santità però nel cinico mondo moderno è impossibile: dopo rosari recitati nella sterpaglia tra rumori di rocce spaccate e legna tagliata, i barboni entrano nella parte di casa dei signori e durante una specie di orgia distruggono praticamente tutto.

Iconica la riproduzione de L’Ultima cena di Leonardo da Vinci con i poveri e i disadattati al posto degli apostoli: da notare che la parte di Gesù è presa dal cieco, simbolo di chi è sbattuto qui e lì, in totale balia degli eventi, da una storia più grande di lui.

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L’ultima cena dei poveracci

Dopo l’accaduto, come se il livello di blasfemia fino a questo momento non fosse bastato, la corona di spine di Viridiana verrà simbolicamente bruciata e la giovane non entrerà più in convento, ma nel salone borghese del figlio di suo zio, Jorge, pronta a lasciarsi andare all’edonismo (emblematicamente sostituito il sesso vero e proprio con una partita a carte); d’altronde lo stesso Jorge “sapeva fin da quando l’ha vista la prima volta che Viridiana avrebbe giocato a carte con lui“.

Il film venne premiato a furor di popolo al Festival di Cannes del 1961, cosa che ovviamente Franco e il Vaticano non presero molto bene.


L’angelo sterminatore (1962)

Nonostante il riconoscimento internazionale, Buñuel è costretto a lasciare nuovamente l’Europa per allontanarsi da un ormai troppo inimicato regime franchista; torna così nel suo amato Messico. Qui la libertà registica è certo maggiore, infatti dalla nuova esperienza ne esce L’angelo sterminatore, ovvero il film antiborghese per antonomasia.

In una grande villa si riuniscono i rappresentanti della società bene di Città del Messico; tutto sembra scorrere normalmente fino a che i primi commensali decidono che è arrivata l’ora di andarsene: nessuno, per motivi inspiegabili, riesce però a uscire dalla casa (e credo che Darren Aronofsky abbia sicuramente tenuto presente questo capolavoro per la realizzazione del suo ultimo lavoro Madre!). Anche se sono sicuro che Owen Wilson sappia sintetizzare la trama decisamente meglio di me:

La messa in scena di Buñuel è realistica, ma gli ambienti hanno un non so che di assoluto, non sembrano uno squarcio di mondo, ma il modello del mondo stesso: parliamo di realismo magico. La stessa recitazione degli attori gioca su questo livello: le mini trame da feulleiton popolare intenzionalmente di basso livello che si sviluppano sono infatti recitate in modo esplicitamente estraniato, i personaggi ci sembrano come dei manichini con dei volti eccessivamente espressivi.

La caduta della borghesia costretta nel salotto assurge a emblema della caduta della borghesia tutta: c’è chi si lascia andare agli istinti sessuali, chi si dà al consumo di droghe, chi cerca un risposta nella preghiera, chi invoca il sacrificio del proprietario della casa, chi si malmena per l’ultimo goccio d’acqua. Il tutto è ovviamente altamente simbolico, così come è altamente simbolico il fatto che i commensali riescano ad uscire dalla casa solo tornando alle precise posizioni iniziali della cena: l’eterno ritorno di un tempo ciclico e assoluto su se stesso, l’uscita che in realtà è una impossibilità di via di fuga a livello metaforico (tema che in fondo c’era già nella irreale scansione temporale di Un chien andalou).

Scommetto però che vi state facendo una domanda: va bene la critica alla borghesia, ma la critica alla Chiesa dov’è? Non preoccupatevi, ovviamente alla fine della pellicola i reduci dalla brutta avventura si riuniscono in Chiesa per celebrare un altro rito borghese dopo quello della cena, ovvero quello della messa: nessuno riuscirà a uscire dalla grande porta della Chiesa, mentre all’esterno impazza la rivoluzione.


Bella di giorno (1967)

Buñuel decide di tornare in Francia, la sua patria artistica ai tempi del surrealismo; qui gira il film che ha fatto entrare nel mito Catherine Deneuve: Bella di giorno. La Deneuve è la moglie di un ricco borghese; la donna però vive una specie di blocco a livello sessuale che decide di “curare” nella maniera più inconsueta possibile, ovvero andandosi a prostituire. Ovviamente la prostituzione non è portata avanti per le strade, ma in casa di una magnaccia: due piccioni con una fava, distrutti in un sol colpo la rispettabilità borghese e il mito della casa come luogo della famiglia e della stabilità. 

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Sogno, incubo o realtà? La prostituzione di Bella di Giorno.

Buñuel è incredibilmente dissacrante: la donna ha un simbolico bisogno di essere dominata dal maschio, di sentirsi maltrattata e sopraffatta; questa è ovviamente l’esagerazione grottesca della reale condizione mascherata della donna nella società borghese, non vi è una vera differenza dunque per Buñuel tra la sottomissione implicita psicologica data dalle convenzioni sociali e quella fisica e violenta della prostituzione, che ne è solo un effetto (e forse la Deneuve interpretando la protagonista non ha appieno inteso il senso del film, dato il suo recente movimento per la “difesa dell’erotismo che non è violenza sessuale).

Il cineasta apolide ha anche il merito di lanciare nella parte di un gangster nevrotico che si invaghisce seriamente della prostituta il bello e dannato Pierre Clementi. L’uomo sarà l’elemento impazzito delle trame nascoste della Deneuve, e dunque della borghesia, che verrà prepotentemente a galla per misconoscere tutti gli inganni: accecato dalla gelosia infatti manderà in un coma profondo il marito della Deneuve. 

Emblematica la scena finale in cui la protagonista si trova perfettamente a proprio agio col marito in stato semi-comatoso (l’apoteosi del tema del manichino): se prima ci si convinceva di stare bene immobilizzati dalle convenzioni sociali e dai blocchi sessuali, allora perché non si può stare bene ora, che si è veramente e fisicamente paralizzati?


Il fascino discreto della borghesia (1973)

Uno degli ultimi film del maestro spagnolo, forse Il fascino discreto della borghesia è davvero la pellicola in cui è racchiuso tutto Buñuel. Partiamo da un presupposto: il regista è ormai anziano, non ha più quella carica rivoluzionaria di Viridiana; ora il suo sguardo è più prettamente grottesco, è lo sguardo di una persona che è cosciente del fatto che il mondo non si può cambiare, o che almeno lui non ne è stato in grado. Dunque il tono è decisamente più disincantato e alla critica fa spazio la goliardia grottesca nei confronti di una società che ha ormai imboccato da troppo tempo un inesorabile declino di cui ancora non si intravede la fine. 

La trama è semplicissima e ricalca per certe suggestioni L’angelo sterminatore: sei borghesi (due coppie e un fratello e una sorella) cercano di organizzare una cena ma per un motivo o per l’altro non ci riescono mai. Se caratteristica principale del surrealista Buñuel è sempre stato l’irruzione del sogno nel quotidiano, qui al contrario di Bella di Giorno (dove in alcuni momenti del film esplodevano i sogni erotici e rivelatori della protagonista) abbiamo una vera e propria mancata separazione dei piani: è di fatto volutamente molto difficile riuscire a distinguere i sogni dei protagonisti da quello che accade in realtà. Cosa sarà successo veramente? Il diplomatico che spara a un suo amico borghese durante una cena o lo stesso diplomatico che violenta una rivoluzionaria? Il prete che spara a un moribondo che gli confessa di aver ucciso suo padre oppure lo stesso prete che si offre di curare il prato di una delle due coppie borghesi protagoniste?

In fondo, non conta davvero cosa sia sogno e cosa sia realtà dato che il fine del regista è mostrare cosa ci sia dietro la logica del desiderio: come la borghesia sia mossa da desideri istintivi che vengono meccanicamente repressi ma che prima o poi scoppiano o sotto forma di sogno o sotto forma di tradimenti, di attività illecite e tanto altro ancora.

La borghesia dunque alla fine della pellicola cammina, come ha camminato per tutto il film, ma cammina di fatto senza una meta, continuando ad assecondare la propria caduta, essendo troppo cieca per accorgersene. Come il ritorno alle posizioni iniziali ne L’angelo sterminatore, come il rumore del calesse identico all’inizio e alla fine di Bella di giorno, la camminata senza meta della borghesia è l’espressione di una società asfissiante senza vie d’uscita.

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Dove va la borghesia?

Buñuel è stato un provocatore, certo, ma soprattutto un grande artista e un immenso regista: un uomo che ha ha avuto il coraggio di mostrarci quello che nessuno dice, quello che nessuno ha il coraggio di ammettere. L’ha fatto con una sottigliezza e con un’ironia che per poco non erano riuscite addirittura a ingannare il regime franchista. E chissà se, dopo l’Oscar per il miglior film straniero ottenuto per Il fascino discreto della borghesia, al vecchio Buñuel non sia sfuggita una fragorosa risata: premiato da quella borghesia che aveva sbeffeggiato per tutta la carriera e che evidentemente, come la cara Deneuve in Bella di Giorno, non si era accorta assolutamente di niente.

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