Il Neorealismo secondo Pier Paolo Pasolini

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Il Neorealismo ha rappresentato quella corrente ideale per una rappresentazione di una realtà lesa dal dolore e dalla disperazione. Non a caso tale corrente trova il suo più alto periodo di sviluppo culturale nel dopo guerra, momento storico e sociale in cui chiunque, dai bambini agli anziani, avevano perso qualcosa di fisico e spirituale.

La totale disperazione dell’uomo, di fronte a un mondo segnato dalla seconda guerra mondiale, era diventata il connotato psico-somatico della realtà. Il Neorealismo rispecchia il dovere di rappresentare nella sua totalità e crudezza il mondo che vede, la realtà di cui si serve. In questa sede non parleremo dell’aspetto cinematografico nella maniera canonica, in cui film come Roma città aperta (1945), Sciuscià (1946) o Ladri di biciclette (1948) portano i nomi di Vittorio De Sica o di Roberto Rossellini, ma parleremo di un Neorealismo come tipologia d’approccio e d’analisi per la realtà che l’occhio scorge al fine di far luce su una specifica personalità del cinema (e non solo …) italiano. Porremo i riflettori su uno degli autori più controversi, discussi e scomodi che l’Italia – in quanto Paese intriso di un cattolicesimo borghesizzante e male avvezzo allo scandalo – non ha mai voluto preservare: Pier Paolo Pasolini.

Quando il realismo approda nella creazione artistica di Pier Paolo Pasolini, alle porte di una Roma che lo stava per avvicinare al rimbombo della fama, sta per essere dato alla luce uno dei suoi romanzi che più faranno discutere gli italiani: Ragazzi di vita (1955). Tra capi d’accusa, giudici, tribunali e sentenze, quel romanzo sarà la causa della sfilza di denunce che l’autore subirà da un Paese profondamente misero nell’acclamare un’arte che, seppur scomoda, riporta un messaggio razionale e ben chiaro di identificazione della totalità della realtà.

Il romanzo del ’55 sposterà i riflettori su una realtà che a lungo – per etichetta imposta da un’egemonia culturale borghese e cattolica – è stata relegata nello sgabuzzino della società. Una realtà in cui i protagonisti saranno i ragazzi di strada, che transitano in quelle zone periferiche delle borgate di Roma, luoghi in cui – tra l’altro – Pasolini sarà presente assiduamente e fisicamente, tanto da diventare un’icona conosciuta allo stesso modo – ma con una percezione culturale diversa – sia dalla borghesia e sia dal sottoproletariato urbano. Con Ragazzi di vita Pasolini aveva attirato l’interesse di molti intellettuali che, grazie a lui, riuscirono a percepire quei criminali descritti come dei personaggi epici da proteggere dalla contaminazione culturale ed esistenziale della società dei consumi, ma ancora più incisivo sarà nel momento in cui vi sarà il passaggio a una nuova forma di linguaggio: il cinema. Nell’arte cinematografica Pasolini trova una dimensione di espressività ancora più immediata e completa, più congeniale al caso del messaggio che egli aveva intenzione di far penetrare nel suo pubblico. Nel cinema il poeta e regista friulano riuscì a dar senso e vitalità al suo marxismo eterodosso, fuori dagli schemi, basato sul suo approccio agli umili. Un marxismo più umano – come fu quello che Ernesto De Martino utilizzò per avvicinarsi alle classi subalterne del magismo del Sud Italia – lontano dall’unicità della dimensione economica.

Il suo esordio nel cinema è nel 1961, anno in cui esce il suo primo film, Accattone, attraverso il quale diventerà uno tra i più importanti registi italiani e attraverso il quale vi sarà una ripresa di quel concetto neorealista precedentemente sviluppato e al quale verrà applicata la sua ideologia marxista. È nel cinema che Pasolini riesce a trovare il massimo apice dell’espressività in cui il neorealismo diventa il mezzo di espressione immediata del suo approccio con il sottoproletariato urbano. Nelle borgate, in mezzo agli individui come Vittorio – il protagonista di Accattone interpretato dall’iconico Franco Citti – o la Mamma Roma – nome dell’omonimo film del 1962, interpretato da Anna Magnani – Pasolini vede una parte della società isolata in una dimensione che sembra non conoscere il divenire della storia: borseggiatori, magnaccia, prostitute, ladri, tutte figure che vivono quella dimensione sociale di emarginazione, ma che allo stesso tempo, agli occhi di Pasolini rappresentano il termine di paragone per misurare la gravità del genocidio culturale attuato da una borghesia – egemonica e cattolica – che non si curava di far riemergere dalla subalternità quella classe inferiore. Il tema affrontato in maniera quasi ossessiva da Pasolini è esattamente quello di cercar un modo per riscattare nella sua importanza quel mondo dei ragazzi di vita, intriso di uno spirito conflittuale prodotto dalla percezione di essere considerati come gli ultimi e per sempre vinti. Accattone ebbe un impatto violento sul pubblico, tanto da creare anche persecuzioni nei confronti sia di Pasolini e sia di Franco Citti. L’8 Ottobre del 1975, anni dopo l’uscita del film, Pasolini scrive per il corriere della sera queste parole:

“Nel 1961 Accattone ha scatenato fenomeni di “razzismo” per la prima volta espliciti in Italia. Donde una feroce “persecuzione” a me, e anche al povero – sottoproletario – Franco Citti. Ma oggi 1975, le cose non vanno molto diversamente. Il “razzismo” in un confronto o uno scontro diretto col sottoproletariato – viene fuori sempre esplicitamente, esce da quel sopore e da quella potenzialità che determinano del resto, tanto più rigidamente quanto più inconsapevolmente, l’dea dell’esistenza e l’esistenza borghese. “

Parole amare, dure, reali, che incalzano l’idea di fondo che ha sempre mosso l’ideologia pasoliniana basata su un approccio con il sottoproletariato in funzione anti-borghese. La borghesia rappresentava il nucleo propulsore di una dimensione di subalternità, inconsapevole e senza coscienza, vissuta dal sottoproletariato. Il Neorealismo di Pasolini diventa la forma più alta di comunicazione con quel mondo fatto di una propria psicologia e cultura. I suoi attori non erano reali attori professionisti ma erano prelevati dalla strada nella loro più nuda costituzione ontologica. I corpi, i volti, le posture di chi interpretava i personaggi dei film di Pasolini non erano prodotti di un artificio illusionistico che fa capo al sistema-cinema, poiché gli “attori” riportavano sulla pellicola ciò che erano nella vita reale, senza dover fingere in nulla.

L’arte che porta avanti Pasolini, dunque, sposa in maniera precisa la sua intenzione di dare uno ampio scorcio di una dimensione sociale forzatamente messa da parte. Se precedentemente il Neorealismo di De Sica e Rossellini aveva il compito di porre in evidenza la disperazione mortale e totalizzante dell’uomo del dopo-guerra, quello di Pasolini aveva il compito sacro di dare a quei ragazzi di vita la voce che gli era stata tolta e mettere in risalto lo spirito del tempo, veicolato dall’egemonia culturale di una borghesia cattolica e selettiva. Il sottoproletariato era visto dalla borghesia come vengono visti i “negri” in America, come lo stesso Pasolini afferma nel suo Lettere luterane (1976). I sottoproletari erano quei “diversi” che vestivano una diversità che per il borghese tout court rappresentava un motivo per identificarli pubblicamente e platealmente come segno di una inferiorità, mentre per Pasolini in essi si identificava la dimensione archetipica, sacrale e pura dell’esistenza. Dimensione che ben presto si spoglierà di questo privilegio esistenziale, perché un’ondata di pulsione materiale, basata sul consumo capitalistico, pervaderà le coscienze e le volontà degli individui senza badare alle classi d’appartenenza.

Quel genocidio culturale – a cui si è sempre appellato l’autore – che ha generato quella mutazione antropologica del popolo italiano – prematuramente compreso dall’autore – vide una variazione dello spirito del tempo che invase anche il sottoproletariato. Dal ’61 , anno di uscita del film, al ’75, anno in cui Pasolini, per il Corriere della Sera, si occupò del film in rapporto ai tempi cambiati, il suolo su cui era stato girato il film d’esordio non era più lo stesso. I corpi, i volti, le domande, i bisogni, le necessità, erano tutti diventati aspetti attraverso i quali si auto-promuoveva l’avvento di una civiltà basata unicamente sul denaro e il consumo. Il cambiamento generato da una società che stava basando le proprie fondamenta sulla circolazione e sull’accumulo di denaro, giunse a causare una variazione di ogni relazione sociale, causando un cambiamento radicale di punto di vista del profitto in sé, visto – unicamente – come motivazione di ogni attività produttiva. L’orda capitalistica che invase la società italiana era stata scorta nella sua più cruda totalità. Era scomparso quel sottoproletariato incontaminato, che trovava come alternativa alla cultura borghese la propria cultura, vera e autentica, basata su una scala di valori “altra”, come sosteneva lo stesso autore. Ma in quel ’75 era già scomparso tutto, vi erano i “sostituti” di quegli individui ideali per girare film come Accattone o Mamma Roma, ottimali per il senso del messaggio che Pasolini aveva il dovere di far trasudare.

Come scriveva in un articolo, sempre per il corriere della sera, raccolto in Lettere Luterane (1975):

“ […] Tra il 1961 e il 1975 qualcosa di essenziale è cambiato: si è avuto un genocidio. Si è distrutta culturalmente una popolazione. E si tratta precisamente di uno di quei genocidi culturali che avevano preceduto i genocidi fisici di Hitler.
[…] Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo “corpo” neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato sé stessi in Accattone. Non troverei più un solo giovane che sapesse dire con quella voce, quelle battute. Non soltanto egli non avrebbe lo spirito e la mentalità per dirle: ma addirittura non le capirebbe nemmeno […]”.

Parole che trasmettevano al lettore/spettatore il senso del neorealismo utilizzato, che quasi a livello “epidermico”, sulla pelle della realtà produceva rappresentazioni che al dettaglio descrivevano quel modo di vita che identificava le borgate romane. Ma allo stesso tempo già in quegli anni Pasolini aveva assistito al cambiamento culturale che la società subiva, un cambiamento che avrebbe distrutto gli equilibri e che avrebbe toccato – in un’ottica di omologazione pervasiva – tutto e tutti.

Già nel ’75 Pier Paolo Pasolini aveva capito la direzione verso cui stava andando il mondo, verso una dimensione nella quale oggi viviamo tutti e di cui tutti siamo complici e conniventi. Oggi, nel 2018, ci sarebbe posto per uno degli intellettuali più puri e lucidi che il Novecento abbia potuto conoscere ?

Le realtà delle borgate romane, dipanate chiaramente da Matteo Garrone nel suo Dogman (2018), non sono più quelle in cui Pasolini riusciva a intravedere un carattere unico, incontaminato, lontano dalle logiche di un centralismo consumistico che cambiasse il carattere degli individui. Oggi quelle borgate marginali, sono dei luoghi in cui la realtà è scissa tra violenza e desiderio causato da una lacaniana “mancanza d’essere”. Se nei suoi anni Pasolini vedeva nel procurarsi da mangiare – da parte del sottoproletario che rubava – un modo di vita autentico e sfortunato per cause sociali e politiche, oggi, l’eccesso verso cui ha puntato quel consumo che criticava nel ’75, ha portato a una mutazione antropologica molto più devastante, che vede gli eredi di quel sottoproletariato non abbracciare più la causa del bisogno e della necessità per combattere la fame e “tirare avanti”, ma abbracciare un finto e inutile bisogno di essere migliore degli altri. Oggi vi è la volontà di tessere rapporti con la malavita, perché è con la malavita che in quelle realtà hai quel denaro facilmente reperibile che permetta di possedere bei vestiti, l’ultimo cellulare alla moda, armi, donne, droghe e potere. Dal docu-film di Santoro intitolato Robinù (2016), al Gomorra (2014) di Sollima, passando per lo stesso Dogman Di Garrone, lo scorcio di questa realtà mette in risalto quanto si sia profondamente differenziata la dimensione esistenziale del sottoproletariato (ormai inesistente per un’inesistenza della differenza di classe d’appartenenza) di cui parlava Pasolini.

Cosa avrebbe detto di questo mondo in tempesta? Avrebbe scritto un altro testo del calibro di Scritti Corsari? Avrebbe fatto nuovamente menzione della consapevolezza dei nomi che hanno causato lo scempio culturale? O avrebbe vissuto – in maniera continua – una vita abitata e invasa dalle peripezie giudiziarie ?

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