A Song to Say Goodbye: i Placebo e l’incomunicabilità della depressione

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I Placebo, gruppo britannico capitanato da Brian Molko, hanno rappresentato una rivoluzione nel campo musicale brit-pop, portando con sé un suono nato dall’incontro di una molteplicità di influenze differenti, conquistando il pubblico con un ricercato mix di post-grunge e punk rock e di sperimentazioni elettroniche tipiche della corrente dark e new wave. Trovando ispirazione in artisti come i Cure, gli Smashing Pumpkins, i Sonic Youth, i Pixies, David Bowie e ancora i New Order o i Siouxsie and the Banshees, la band ha composto brani dalle tonalità cupe, melanconiche ma talvolta dolci e nostalgiche, che si sono impresse nei cuori dei loro fan segnando un’epoca di passaggio, tra il XX e XI secolo.

Sono molte le canzoni dei Placebo che hanno provato a raccontare una storia. Ce n’è una in particolare, accompagnata da un bel video del 2006, che affrontava una tematica molto sentita già allora, cioè l’incomuncabilità che si crea tra chi soffre di depressione e chi, con tutto il suo amore, cerca di aiutarlo.

Si tratta di Song to Say Goodbye, estratta dal quinto album della band, Meds (2005-2008): la canzone, dal suono elettronico molto presente, diventa la colonna sonora per un singolare video musicale diretto da Philippe André.

André, in accompagnamento alla canzone dei Placebo, racconta attraverso le immagini la storia tragica di un padre depresso e alienato, immerso in un universo di cemento e palazzi, di un uomo che appare incapace di trovare comprensione negli altri come di assumersi la sua responsabilità di genitore, e finisce per ripiegarsi su se stesso, lasciando che sia il giovanissimo figlio a occuparsi di lui. Fin dalla scena inziale, in cui si sentono in sottofondo le delicate note dell’intro del brano, è percepibile la situazione di tesa incomunicabilità che affligge la piccola famiglia padre-figlio. In ogni inquadratura il disagio tra i due sempra farsi più intenso: attraverso frequenti passaggi da spazi chiusi a spazi aperti, il regista contribuisce a trasmettere al pubblico la sensazione di oppressione tanto fisica quanto psicologica del protagonista. Infatti, anche quando ci si trova a guardare una scena girata in un ambiente aperto questo presenta elementi che simboleggiano la “chiusura in sé”, come reti, sbarre, gabbie o filo spinato.

Gran parte del video è incentrato sulle sequenze girate in auto. Come accennato sopra, è il piccolo figlio del protagonista che si occupa di lui e che lo porta in giro per la città: la melodia dei Placebo fa da colonna sonora a un vagare che ci appare, almeno in un primo momento, privo di meta. Ritorna il senso di occlusione dato, questa volta, dalle portiere dell’auto da cui, in una scena cruciale, l’uomo cercherà di fuggire e sarà recuperato dal figlio. Il fulcro di questo breve video è rappresentato dalla scena che vede padre e figlio seduti in un locale e in cui il figlio cercherà di avvicinarsi al genitore: i gesti diventano emblematici, a cominciare dallo scostamento della tazza di caffè da parte del padre, che sembra portare a un’apertura, fino al congiungersi delle loro mani sul tavolo. Ma l’illusione di una ritrovata comunicazione tra i due svanisce presto e porta all’epilogo del video, in cui il padre, troppo depresso e ormai incpace di adattarsi al mondo, viene rinchiuso in una casa di cura e accompagnato da un’infermiera.

È qui che capiamo il vero significato del titolo della canzone. Song to Say Goodbye è un brano di addio, di distacco, che descrive uno stato di rassegnazione e nostalgia insieme.

You are one of god’s mistakes
You crying, tragic waste of skin
I’m well aware of how it aches
And you still won’t let me in

Sei un errore di Dio
Tu, urlante, tragico spreco di carne
Sono cosciente di quanto faccia male
E ancora non mi lasci entrare

Le parole scelte da Molko per questa canzone non lasciano spazio ad altre interpretazioni: la mancanza di comunicazione porta a una totale chiusura in se stessi da parte di chi avrebbe bisogno di aiuto. In un mondo che sembra diventato più freddo e incapace di ascoltare c’è, talvolta, anche chi è incapace di comunicare.

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