BlacKkKlansman: la storia vera dietro al nuovo film di Spike Lee

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Questo articolo rivela elementi cruciali della trama e della spiegazione di BlacKkKlansman, il film di Spike Lee del 2018, svelandone i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Non esiste probabilmente nessuno al mondo meglio di Spike Lee nell’affrontare la questione nera e il razzismo in modo intelligente, spesso provocatorio, sempre orientato a far riflettere. Lo ha dimostrato costantemente lungo alcuni dei film più apprezzati della sua filmografia (da Fa’ La Cosa Giusta a Malcom X) e lo fa di nuovo nel 2018 con BlacKkKlansman, un film dai tratti ironici ma che sa dare un messaggio serio sul problema del razzismo in America ancora oggi (con tanto di immagini tratte da episodi di cronaca recenti e dichiarazioni di Donald Trump a chiudere il film).

BlacKkKlansman è un gioco di parole che unisce Black (nero) a Klansman (il modo in cui si facevano chiamare i membri del Ku Klux Klan) e riprende la storia vera di Ron Stallworth, che negli anni ’70 fu il primo poliziotto afro-americano ad entrare nelle forze dell’ordine di Colorado Spring e che, spinto dal suo personale spirito d’iniziativa, arrivò ad infiltrarsi in modo rocambolesco proprio nel Ku Klux Klan, l’organizzazione di persecuzione dei neri presenti da anni negli Stati Uniti. Il film sa mettere in scena il razzismo come problema presente in tutti gli strati della società (fin dentro alle forze dell’ordine), ma sa anche usare il sarcasmo per sbeffeggiare di fatto il razzismo e coloro che lo esercitano.

Il film è basato sul libro Black Klansman, scritto in maniera autobiografica dallo stesso Ron Stallworth, e presenta gli eventi in maniera quasi completamente fedele a quelli reali, con giusto una manciata di elementi inventati che servivano a movimentare l’azione. Vediamo quali.


Cosa è realmente accaduto

Nel 1972 Ron Stallworth entra come cadetto nel corpo di polizia di Colorado Spring, ed è la prima volta che un uomo di colore diventa poliziotto in quel corpo di polizia. La sua determinazione e la professionalità lo portano a mettersi a disposizione come infiltrato nero, e l’occasione arriva quando Stokely Carmichael (un noto attivista difensore dei diritti civili e del Black Power) arriva in città per una conferenza nella comunità nera: Ron viene inviato come infiltrato per fare rapporto sulla pericolosità potenziale del messaggio di Carmichael, e il rapporto fa luce sulla sostanziale impossibilità che le sue parole possano dar vita a breve ad una guerra civile.

Da lì, Ron Stallworth viene inserito nel dipartimento di intelligence della polizia. Un giorno legge sul giornale la pubblicità del Ku Klux Klan e, d’istinto, scrive una lettera all’indirizzo riportato, apponendo il suo numero di telefono e chiedendo materiale informativo. Nella lettera mette il suo reale indirizzo, non pensando che quella corrispondenza possa diventare l’inizio di un’operazione segreta che durerà nove mesi. Viene presto ricontattato dal Ku Klux Klan, che gli chiede cosa lo spinge a unirsi a loro. Lui s’inventa sul momento di avere una sorella (bianca, ovviamente) che ha un fidanzato nero e di non poter sopportare che la purezza della sua carne venga violata da quelle “sporche mani nere”. La cosa convince immediatamente il Ku Klux Klan che lui è l’uomo giusto e che devono incontrarsi quanto prima.

Al momento di incontrarli di persona, a presentarsi nei panni di Ron è un collega bianco dello stesso dipartimento, di cui non si sa il nome (sia il libro che il film usano un nome fittizio, nel film è il personaggio interpretato da Adam Driver). Anche il collega di Ron Stallworth svolge un buon lavoro e i due riescono a sincronizzarsi alla perfezione in modo da non tradirsi mai, presentando la propria storia sempre allo stesso modo. Nel frattempo, Ron chiede ufficialmente la tessera di appartenenza al Ku Klux Klan, che tarda ad arrivare per oltre due settimane. Nel tentativo di velocizzare la pratica, Ron chiama direttamente il capo del Ku Klux Klan, David Duke, a New Orleans. I due iniziano un frequente scambio di telefonate che durerà tutti i nove mesi dell’investigazione, durante i quali Ron non mancherà di provocare in maniera sottile David Duke: in una di quelle telefonate Ron chiede a Duke se non avesse paura che un poliziotto o un uomo di colore possa chiamarlo fingendosi un bianco, e David Duke risponde di essere in grado di riconoscere senza ombra di dubbio “la voce di un negro da quella di un bianco.”

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La vera tessera di Cavaliere del Ku Klux Klan inviata a Ron Stallworth

Il momento più rocambolesco del film è reale: nel 1979 David Duke farà visita a Colorado Spring e la polizia assegnerà Ron Stallworth come sua scorta, col rischio che Duke riconosca la sua voce. Non sarà riconosciuto, ma per il capo del Ku Klux Klan sarà una sorpresa sapere di essere scortato da un poliziotto nero. Durante il pranzo, Duke conosce l’infiltrato collega di Ron, che gli altri membri del clan presentano come uno degli elementi più validi tra i nuovi arrivati. In quel pranzo dunque ci sono David Duke, Ron Stallworth (che da mesi è l’infiltrato telefonico nel Ku Klux Klan) e il collega bianco (l’infiltrato sul campo). In quell’occasione Ron Stallworth fa una mossa spavalda: chiede a David Duke di scattare una foto con lui e il Gran Dragone del Ku Klux Klan del Colorado, e chiede proprio al collega infiltrato di scattarla. All’ultimo istante, Ron stringe con le braccia i due membri del Ku Klux Klan, che inorriditi cercano di distruggere la foto. Ron sarà più svelto di loro, prende la polaroid in mano e dirà freddo a David Duke che, se lo sfiora, rischia 5 anni di galera per aggressione a pubblico ufficiale. Duke indietreggia, furioso ma impotente. La foto purtroppo andò distrutta, ma quella visibile nel film è una riproduzione fedele dell’originale.

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L’operazione durò nove mesi, finché il Ku Klux Klan propose a Ron Stallworth di diventare organizzatore locale. La cosa fu ritenuta troppo pericolosa per il dipartimento di polizia, che preferì interrompere subito l’operazione. Operazione che, comunque, fu considerata un successo: il Ku Klux Klan del Colorado non si lanciò in nessun’attività di persecuzione, né si videro croci infuocate durante quei mesi.

Tutti gli eventi reali appena descritti compaiono in maniera fedele nel film. Quelli che seguono, invece, sono le aggiunte di Spike Lee per accelerare l’azione.


Cosa è finzione appartenente al film

Non ci sarà alcuna storia d’amore tra Ron Stallworth e un’attivista del Black power Movement conosciuta durante la conferenza di Carmichael: la parte sentimentale del film è farina del sacco di Spike Lee, e così il tentato attentato alla sua persona che si verifica nel film. Di fatto, la frangia terroristica del Ku Klux Klan mostrata da Spike Lee non è legata agli eventi reali di Colorado Springs in quegli anni (benché sia sicuramente ispirata a fatti reali legati alla storia del Ku Klux Klan).

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Il partner di Ron Stallworth non era realmente ebreo, anche questo è un elemento inventato da Spike Lee per dar pepe alla storia (gli ebrei erano ovviamente un’altra delle minoranze perseguitate dal Ku Klux Klan, il che metteva il partner in pericolo reale quando andava agli incontri col clan). E l’infiltrato non verrà comunque mai nominato leader del Ku Klux Klan, come invece accade nel film: nella vita reale la proposta di renderlo organizzatore era stato il massimo riconoscimento ottenuto all’interno del clan.

Una delle scene più esilaranti del film è quella finale, in cui ad operazione terminata Ron Stallworth chiamerà per un’ultima volta David Duke, svelandogli con una fragorosa presa in giro che la persona con cui aveva parlato negli ultimi nove mesi era in realtà un nero. Nella vita reale, tale aneddoto (sicuramente efficacissimo a livello filmico) non è mai avvenuto: l’operazione si concluse in maniera silente e David Duke non verrà mai a sapere di essere entrato in contatto con un infiltrato nero nel Ku Klux Klan (fino, presumibilmente, a visione del film stesso).

* * *

Col suo modo di presentare eventi reali in maniera oggettiva e allo stesso tempo ironica, Spike Lee riesce a produrre un film in grado di divertire e far riflettere allo stesso tempo. La sequenza finale alterna a stretto giro l’esilarante scena della rivelazione a David Duke e le immagini-shock degli episodi razzisti avvenuti durante il 2017 negli Stati Uniti, con tanto di presagio pessimistico a sentire le dichiarazioni di Donald Trump e David Duke, che si pongono in maniera morbida nei confronti delle aggressioni dei bianchi ai neri. Con BlanKkKlansman Spike Lee solleva ancora una volta la questione razziale negli USA, e svela al mondo che i problema è ancora tutt’altro che risolto.

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