The Wall: storia dell’album più duro dei Pink Floyd

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The Wall viene pubblicato sul finire del 1979, dopo un decennio che aveva visto i Pink Floyd sempre più sulla cresta delle vendite e della notorietà: l’album rimane il loro lavoro più complesso e impegnativo e segnerà anche il percorso finale del gruppo, portandolo a implodere in pochi anni.

I Pink Floyd sono comunemente riconosciuti come una band senza un front-man che attira su di sé le attenzioni della folla: è anche per supplire a questa assenza strutturale del gruppo che si sono dovuti adeguare a malincuore, man mano che il loro successo cresceva, a spostare i loro concerti dalle piccole sale in cui il silenzio era quasi religioso ai rumorosi stadi affollati.

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I Pink Floyd sul finire degli anni 70

L’esasperazione di Roger Waters

Il culmine di questa incapacità di adeguamento alla vita di rock-star, avviene durante un concerto del tour di Animals, quando un esasperato e frustrato Roger Waters, non tollerando più le urla e gli schiamazzi del pubblico, centra con uno sputo un ragazzo nelle prime file.

La genesi di The Wall scaturisce da questo gesto che lo stesso autore stigmatizzerà come “fascista”, rimanendone sconvolto per primo lui stesso. Il leader dei Pink Floyd inizia così a scrivere le basi del disco, sviscerando i suoi traumi e mescolandoli con quelli della rockstar isolata dal suo pubblico e con cui non riesce più a comunicare.

Il Pink di The Wall

La storia su cui si basa il concept di The Wall si sviluppa attorno alla figura di Pink, rockstar che a causa di vari traumi arriva a rinchiudersi dentro un muro mentale che lo isola e protegge dall’esterno. La sua sofferenza nasce dal non aver mai conosciuto suo padre morto durante la seconda guerra mondiale, da una madre iperprotettiva, dall’estrema rigidità e severità del sistema scolastico inglese e dall’abbandono della moglie.

La maggior parte di questi traumi sono da ricondurre allo stesso Waters, che ha perso il padre nel 1944 in battaglia, che aveva appena divorziato all’epoca e non ha mai sopportato i metodi coercitivi della scuola britannica; mentre la figura della madre richiama la storia di Syd Barrett, che era sempre stato legato morbosamente alla sua.

Intanto, spinti dalla Emi che vuole un nuovo album e dalla loro disastrosa situazione finanziaria causata dall’alta tassazione britannica, i Pink Floyd sono costretti a tornare in studio.

L’incisione di The Wall

Non avendo altro materiale da contrapporre a quello presentato da Waters (che inizialmente non li aveva entusiasmati), David Gilmour e Nick Mason accettano di lavorare su quello che diventerà The Wall. L’altro membro del gruppo, Rick Wright, viene estromesso da Waters per i suoi continui ritardi e l’indolenza che il leader non tollera più, finendo addirittura licenziato dalla band, con cui parteciperà al successivo tour solo come turnista.

Il temperamento dittatoriale di Waters, che fino a quel momento il bassista era riuscito a contenere, emerge durante le sessioni di registrazione, divenendo uno dei motivi dell’implosione della band. Gilmour e Mason assistono increduli e turbati a questi atteggiamenti che fino a quel momento Waters era riuscito a mascherare, limitandosi ad accettare le sue decisioni senza contrastarlo, e riconoscendogli, di fatto, il completo controllo dei Pink Floyd.

A collaborare all’album viene chiamato come co-produttore Bob Ezrin, che aiuta Waters nella stesura dei testi (senza che gliene venga riconosciuta la paternità) e a mettere un po’ di ordine nei logori rapporti tra i membri del gruppo.

Un album diverso

The Wall nasce da tutte queste tensioni, implicite ed esplicite, diventando il disco dei Pink Floyd più duro non solo nei testi, ma anche nei suoni, dove certe atmosfere rarefatte e sognanti presenti nei precedenti lavori (pur non sparendo del tutto) sono notevolmente ridimensionate. Di certo l’assenza di Wright e dei suoi tappeti sonori, così determinanti in Animals, è l’assenza più rumorosa, venendo sostituita da un approccio molto più heavy (In The Flesh, The Thin Ice) e da canzoni quasi cantautorali (Goodbye Blue Sky, Mother).

In The Wall appare dolorosamente chiaro a tutti (e anche al diretto interessato) che Gilmour non è più considerato un pari da Waters: il chitarrista viene confinato in un angolo, costretto a stare quasi in disparte e a svolgere senza battere ciglio i compiti richiesti dal bassista, ma la sua preziosa collaborazione non passa inosservata. A lui di devono due delle gemme del doppio album, come Hey You e soprattutto Comfortably Numb, in cui la sua chitarra tocca vette d’intensità e lirismo commoventi e forse mai più raggiunte in seguito.

La vera canzone manifesto di The Wall resta Another Brick In The Wall pt. 2, che ha lanciato il disco e lo ha reso immortale, con il coro dei ragazzi e la solita chitarra di David Gilmour.

The Wall, pur essendo un grandissimo disco, non è la migliore opera dei Pink Floyd (Wish You Were Here e The Dark Side Of The Moon sono probabilmente un gradino sopra), lasciando maggiormente l’amaro in bocca per la prematura fine della formazione storica formazione. The Final Cut, che seguirà, sarà quasi un disco solista di Waters, che poi, convinto di poter fare da solo, dirà basta e ordinerà di abbassare la saracinesca alla storia dei Pink Floyd.

Gilmour, che forse avrebbe accettato qualsiasi angheria dal suo compare pur di non smontare il redditizio giocattolo, proverà comunque a rimontarne i pezzi e a ripartire con chi resta, ma non sarà più la stessa cosa: mancheranno le tematiche e la profondità garantita dalla penna del bassista, mentre le inconfondibili atmosfere della sua magica chitarra daranno la parvenza di un’estensione dell’avventura. Ma senza Waters…

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook, Twitter e Telegram.

 

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