Wish You Were Here dei Pink Floyd, tra malinconia e attacco all’industria

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Dopo aver conquistato il mondo con il loro capolavoro The Dark Side Of The Moon nel 1973 (che abbiamo celebrato da poco), i Pink Floyd potevano praticamente permettersi tutto. Eppure, proprio questa presunta libertà li pose di fronte a molte domande sulle contraddizioni del Sistema e su quanto avesse inciso sulla loro storia.

Venuti alla ribalta dalla scena psichedelica e underground di Londra sul finire degli anni 60, i componenti originali (Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason) erano diventati in poco tempo un fenomeno musicale di successo, ma anche soggetto a forti pressioni.

Syd Barrett, il leader del gruppo, che ammaliava chiunque con il suo genio distorto e anarchico, non seppe resistere allo stress e all’abuso di droghe e in poco tempo venne estromesso e sostituito da David Gilmour. A differenza di altre formazioni dove il ricambio dei componenti è praticamente indolore e non suscita che una cinica scrollata di spalle tra chi resta, l’allontanamento di Barrett non fu vissuto a cuor leggero.

Soprattutto Waters (che era il più legato emotivamente all’ex leader) e Gilmour (che visse sempre il senso di colpa per averlo rimpiazzato) furono traumatizzati dalla prematura e incredibile discesa nel delirio allucinogeno del fondatore del gruppo, che in pochi mesi (c’é chi dice da un giorno all’altro) perse completamente ogni appiglio con la realtà.

syd-barrett
Syd

I nuovi Pink Floyd faticarono a mantenere quanto mostrato con The Piper At The Gates Of Dawn, spostando pian piano il loro baricentro dalla pura psichedelia al progressive, fino ad approdare alla piena maturità compositiva con The Dark Side Of The Moon, l’album in cui Waters prendeva definitivamente le redini dei testi (lasciando ancora a tutti gli altri la possibilità di esprimersi musicalmente, cosa che in futuro non sarà così scontata) e iniziava il suo percorso di scrittura e indagine sulla condizione umana.

Lo strepitoso e inaspettato successo del disco, nonostante appagasse gli ego dei quattro musicisti, li poneva però di fronte a un dilemma di non facile soluzione: e ora? Il successivo lavoro doveva per forza di cose tentare di limitare i danni, perché non era francamente immaginabile ripetere i dati di vendita di The Dark Side Of The Moon.

Per smarcarsi da questa situazione il gruppo dapprima decise di dedicarsi alla realizzazione di qualcosa che li potesse riavvicinare alle loro origini e iniziò a lavorare su Hosehold Objects, un’opera che sfruttava il suono di oggetti di natura domestica (bicchieri, elastici), che per fortuna (nostra e loro) si arenò quasi subito, lasciandoli però privi di idee e schiacciati dalle continue sollecitazioni dei discografici.

Come in seguito ammetterà lo stesso Waters, “quando iniziarono le sessioni di Wish You Were Here nessuno di noi voleva essere lì, ma altrove”. La pressione esercitata dall’industria discografica (a cui era stato mostrato quanti potessero essere i soldi che il gruppo era in grado di procurare) portò il leader dei Pink Floyd a riflettere sui meccanismi spietati che c’erano dietro il loro lavoro e che li stava allontanando e isolando dalla loro umanità, rendendoli più simili a un prodotto.

Wish You Were Here prende il via proprio da queste considerazioni, legandole alla tristezza causata dall’assenza di Barrett, scomparso da ogni radar (musicale e umano) dopo due album in cui Waters e Gilmour avevano provato a sostenerne la carriera solista, che aveva mostrato dei flebili lampi di genio, ormai incapaci di filtrare dalle macerie della sua mente.

Wish You Were Here
La copertina con la stretta di mano a combustione

L’album che nasce si stacca dalla Luna e torna più concretamente sulla Terra. La differenza sostanziale tra le due opere indica una maggiore solidità e coerenza strutturale dei brani, così come un ulteriore salto in avanti delle capacità liriche di Roger Waters, che mostra per la prima volta al mondo quanto possa essere tagliente la sua vis polemica.

Shine On You Crazy Diamond trasporta l’ascoltatore nel capolavoro musicale dei Pink Floyd, che seduce e ammalia con l’appassionata e intricata chitarra di Gilmour e stordisce con le infinite soluzioni dei sintetizzatori di Wright. Ad arricchire il tutto (nelle due parti che lo compongono e che aprono e chiudono l’album) ci sono anche il sax di Dick Parry (che aveva già collaborato con il gruppo in The Dark Side Of The Moon) e l’emozionata performance vocale di Waters.

Il tributo a Syd Barrett, così sentito ed emozionante, sfocia nella cupa e inquietante Welcome To The Machine. La critica all’industria musicale prende il via da questa canzone, che svela la pessima opinione di Waters sulle case discografiche, capaci solo di sfruttare i musicisti e di trarne profitti fino a schiacciarli nei loro ingranaggi. Il brano si basa ancora sulla maestria di Richard Wright, che cuce attorno alla chitarra acustica di Gilmour un vestito di rumori ed effetti stranianti.

L’invettiva verso chi gestisce il mondo della musica prosegue con Have A Cigar, la canzone più rock dell’album, in cui Waters racconta la firma del primo contratto discografico della band. I sintetizzatori vengono posti in secondo piano rispetto alla chitarra blues, mentre, per rimarcare ancora di più il disprezzo dei Pink Floyd verso i discografici, la performance vocale viene lasciata a Roy Harper, apprezzata e stimata voce fuori dal coro dell’industria (a lui i Led Zeppelin dedicarono Hats Off To (Roy) Harper).

Chiusa la polemica con chi gestisce i destini e i portafogli del mondo musicale, il gruppo torna a occuparsi del Diamante Pazzo e di quanto manchi loro. Wish You Were Here è il capolavoro acustico di Gilmour, in cui le liriche mai così sentite e sofferte di Waters si fondono alla perfezione con la chitarra e rendono il brano il loro picco creativo, che solo Comfortably Numb riuscirà ad avvicinare.

E l’assenza diventa il tema fondante del disco: per Waters nell’industria musicale la mancanza di umanità è la maggiore assente e questo ha comportato anche la fine della carriera di Barrett, che non si è saputo difendere dai meccanismi senz’anima che dirigono le case discografiche e i loro manager.

Alla sua uscita la critica riservò al disco una fredda e poco lusinghiera accoglienza, così come fecero molti dei fans, che stentarono a ritrovare in quelle poche tracce la grandezza che aveva decretato il successo di The Dark Side Of The Moon o l’audacia sperimentale degli album precedenti. Le vendite furono comunque ingenti e con Wish You Were Here, i Pink Floyd entrarono nella loro fase più solida (sia musicalmente, che liricamente) e divennero un’altra cosa, che abbracciava tutta la loro storia e la portava nella leggenda.

Un piccolo aneddoto: durante la registrazione del disco la band venne sorpresa dalla visita di un uomo trasandato, gonfio, calvo e dalla ciglia rasate, che stringeva nervosamente una busta della spesa. Immaginando fosse un tecnico o un uomo delle pulizie della EMI, i Pink Floyd non stettero più di tanto a farci caso, fino a che Wright iniziò a parlarci e, con sommo stupore generale, Gilmour si accorse che si trattava… proprio di lui, Syd Barrett. La band rimase traumatizzata dalla scoperta (Waters si mise a piangere) e sconvolta dell’aspetto irrimediabilmente compromesso dell’ex leader, che, dopo aver ascoltato Shine On You Crazy Diamond, bofonchiò qualcosa su quanto fosse datata la canzone e se ne andò. Lo rividero al matrimonio di Gilmour di qualche giorno dopo, per poi svanire di nuovo nel nulla.

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Wish You Were Here è l’album che attacca l’industria musicale e che celebra contemporaneamente l’ingombrante e talentuosa figura di Syd Barrett, troppo fragile e delicato per resistere a un sistema che può bruciarti solo toccandoti. Però poi, se non gli riesce altro, rivende le tue ceneri.

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(Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Rock’n’Blog e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione)

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