The Dark Side Of The Moon, 44 anni dopo

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È difficile parlare di The Dark Side of The Moon.

È ancora possibile avere un’opinione nuova, o perlomeno diversa, di un’opera che è stata letteralmente vivisezionata dalla sua prima apparizione sugli scaffali fino ad oggi? C’è qualcosa che si può aggiungere al dibattito, che non sia una semplice ripetizione di ciò che già è stato espresso?

Forse no. Ma vale comunque la pena spendere due parole per celebrare il suo compleanno.

Partiamo dalla fine, dunque. Dalla chiusura.

Un cuore che batte e la voce del portinaio irlandese degli studi di Abbey Road che ci dice:
There is no dark side of the moon, really. Matter of fact it’s all dark“.

Parole forse casuali di un anziano custode, che in un contesto quotidiano scivolerebbero via nel flusso fra un discorso e l’altro.

Ma non qui. Rimangono ben stampate nella mente, come un’improvvisa epifania, come se in fondo lo avremmo dovuto intuire da soli e lo avessimo sempre saputo. Ma non lo abbiamo realizzato finché qualcuno non si è dato la briga di farcelo notare, mentre la puntina continua a scorrere imperterrita sugli ultimi microscopici solchi prima del dischetto centrale di carta.

Deve essere una sensazione che hanno avuto in molti.

Certo è che quest’album in casa (o nell’hard disk) ce lo abbiano praticamente tutti. Conviene applicare il metodo di Lester Bangs, che andava cercando, in casa di chi aveva appena conosciuto, l’album White Light/White Heat (dei Velvet Underground) per giudicare il grado di usura, poter giudicare quante volte fosse stato ascoltato e dunque farsi un’idea lampo del possessore.

Cercate accuratamente fra la collezione di dischi del vostro interlocutore che si spaccia per grande ascoltatore di musica, alla lettera P. Fermate lo sguardo su quella stretta fessura nera appena interrotta da una piccola striscia bianca diagonale al centro ed estraetela dal mucchio. Rigirate la confezione, soppesate il cd fra le mani, saggiate lo stato di conservazione e diffidate di chi possiede una copia ancora troppo lucida: presto o tardi tirerà fuori una frase del tipo “si si, gran bell’album Dark Side. Un po’ sopravvalutato però, eh“.

Qualche cenno storico. L’album esce il 10 Marzo del 1973, esattamente 44 anni fa. A noi di Aural piace festeggiare le ricorrenze strane.

Dall’11 Marzo del 1973, i Pink Floyd smettono di essere un’ottimo prospetto dello space-prog-hard rock o comunque vogliate etichettarli, entrano di prepotenza ed a testa bassa nell’olimpo dei grandi.

Fra le tante fonti citiamo una delle più affidabili per i dati di vendita: 15 milioni di copie, oltre 600 settimane nelle classifiche Billboard. Che facendo un rapido calcolo significano più di 11 anni.

Il punto di non ritorno dei Pink Floyd e la crepa del muro (sic.) da cui scaturiranno tutti i demoni, e che darà il via ad un lento e drammatico sfaldamento.

The Dark Side of the Moon è innanzitutto un’opera guidata dalle emozioni  (per usare le parole stesse di chi quest’album lo ha visto crescere fin dai primi vagiti di una jam session).

E le emozioni, si sa, sono materia strana. Non esiste una scienza che descriva efficacemente cosa serva per toccare le corde giuste, si deve saper azzeccare la giusta gradazione di tutte le componenti. Troppa semplicità ed il risultato sarà stucchevole e banale; troppa complessità e si rischierebbe di tirare fuori un lavoro fin troppo ermetico, serrato.

E l’immenso valore del disco prismatico è proprio questo: arriva a tutti. Potresti ascoltarlo anche 20 volte di fila perché continuerai a trovare minuzie e particolarità che non avevi mai notato prima, ma al tempo stesso è anche un disco da cantare, orecchiabile e fruibile.

In una parola: Pop.

È musica pop nell’accezione più letterale del termine di musica popolare, per tutti, di consumo.

Non devi essere un musicologo per sentirti toccato ed avere la pelle d’oca. Puoi fermarti alla semplice parte strumentale, senza saper neppure leggere e scrivere. La chitarra di David Gilmour raggiunge il suono della sua maturità e che lo consacrerà per tutto il resto della sua carriera. Wright e la sue intuizioni pianistiche lasciano senza fiato per la delicatezza così profondamente evocativa  con cui si svolgono lungo tutto il corso dell’album.

E se sei abbastanza fortunato da capire l’inglese (o possedere una versione tradotta) vieni lacerato dai testi di Roger Waters, scosso dal profondo, in quella parte di te che è sempre lì, a cui forse non vuoi far mai vedere la luce per paura di quello che potrebbe accadere. Quella che esce fuori in una sera qualsiasi, quando non puoi fare a meno di tirare giù un altro bicchiere di vino per impedirti di pensare, anche solo per qualche ora.

Waters in più di un’intervista ha affermato come sia un mezzo miracolo il fatto di essere riuscita a cavarsela pur avendo scritto delle parole che suonano così “puberali”. Eppure ha ben colto nel segno, descrivendo in maniera precisa le inquietudini tipiche di qualsiasi generazione che si affaccia verso il proprio avvenire, e che non può fare a meno di confrontarsi, spesso uscendone sconfitti, con un certo tipo di domande esistenziali.

Lo straniamento, la desolazione generazionale, la sfiducia nel prossimo, i falsi miti del successo, la difficoltà di proteggere la propria identità da tutto il resto. Ad occhio e croce non deve essere semplice comporre una canzone efficace riguardo uno qualsiasi di questi temi, figurarsi un album intero.

Racchiuso e presentato da una delle copertine più iconiche di ogni epoca, creata ad hoc dall’amico storico e fondatore della Hipgnosis Storm Thorgerson.

Era un’espressione di carattere politico, filosofico ed umanitario che voleva disperatamente essere scritta

Non aggiungiamo altro per non toccare ciò che è già perfetto.
Solo un sentito grazie, lo gettiamo nel mucchio.
Ah sì, ed auguri ancora.

The Dark Side Of The Moon è su Amazon.

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7 comments

  1. Mi spiace ma c’è un errore madornale nell’articolo …. 15 milioni di copie???? 😱Ma che scherzare vero? Sono abbondantemente più del doppio senza contare che dark sfide ad oggi è un album da mezzo milione di copie all’anno …. impensabile per ogni altro artista su questo pianeta… il calcolo preciso delle vendite e’ impossibile ma senza ombra di dubbio ormai non ha eguali con nessuna altra opera musicale sul pianeta…
    Un saluto
    Andrea Raspadori

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  2. E sempre per l’esattezza le settimane consecutive nella classifica Billboard sono 741, che fa più di 14 anni. Ma è solo una statistica. Classifica o no, questo disco lo ascolteranno anche tra ‘anni. IMMORTALE

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