Breve storia della musica italiana anni ’90

Posted by

I tanto amati anni ’90. Quelli che vi abbiamo celebrato di recente, qui. Un decennio in cui la musica del mondo è cambiata. Si è mescolata. Il rock con il rap, il pop con l’elettronica, portando avanti lo sguardo dell’intera musica internazionale.

In Italia, questo non è capitato. Ma le basi degli anni Ottanta hanno fatto da ponte per la nascita di alcuni generi che nella nostra amata Penisola non erano capiti. Questa è la nave di un viaggio che vi porterà nei nostri amati (ma anche odiati) anni ’90.

Se nel passato il mondo del Pop e della musica leggera italiana era stato dominato da cantanti e interpreti con belle voci ma che oggi ricordiamo più per i brani simil-trash che per altro, negli anni Novanta si formò e crebbe una generazione di artisti pop nell’anima che univa le canzoni d’amore a una spruzzatina di denuncia sociale e a una vocalità oltre che bella anche spesso particolare. Se da una parte quindi c’erano gli artisti più melodici e romantici come Marco Masini, Michele Zarrillo, Massimo Di Cataldo e Paolo Vallesi, dall’altra un nuovo mondo che avrebbe portato la musica popolare italiana nel mondo stava nascendo nelle fila del reparto giovani di Sanremo. Una canzone scritta per Marco che se n’era andato via ci ha fatto conoscere Laura Pausini (che ora forse è l’artista italiana più celebre nel globo, soprattutto nell’America), e sul palco dell’Ariston sono state battezzate anche le voci di Giorgia – che non ha mai fatto smettere di sognare il soul in chiave italiana -, Andrea Bocelli, Elisa, Nek.

Tra coloro che venivano dagli anni Ottanta, oltre a Luca Carboni e a un Raf sempre più vicino alle ballate e a una proposta nuova che derivava da un ragazzo che inizialmente voleva imitare il Vasco più rock diventando poi un vero idolo delle donne come Biagio Antonacci, il vero pilastro della musica anni ’90 era diventato un ragazzo “nato ai bordi di periferia”, preso in giro per la sua voce nasale che è riuscito però a fare delle sue canzoni veri e propri slogan della musica più vicina al popolo delle radio. Eros Ramazzotti.

Se dal Pop ci si spostava un po’ si poteva notare la nascita di tre filoni: il pop elettronico, i nuovi cantautori e il rock radiofonico.

Per il pop elettronico, due sono i nomi giganti. Ed entrambi sono “creature” di un certo Claudio Cecchetto, manager e soprattutto uno che il fiuto per il successo ce l’ha eccome. Da una parte, prima provinandolo per dei programmi radiofonici e poi come protagonista di uno sceneggiato simile ai vecchi musicarelli, uscì fuori il personaggio di Joe Vannotti (poi per un errore di stampa diventato, per sua fortuna, Jovanotti) che accompagnerà gli italiani con la sua versatilità negli anni, passando dal parlato degli inizi alle canzoni di protesta suonate con le percussioni ai successi pop di oggi.

Dall’altra, in un programma di Jovanotti appunto, trovò la rampa di lancio un gruppo di Pavia chiamato “I Pop” che poi diventeranno gli 883, che scaleranno classifiche su classifiche con brani pop, a volte anche al limite del trash, ma con un occhio molto importante alla provincia e al mondo della notte, dei tamarri e delle discoteche, unendo il successo derivato dalla radio a quello nei club, che all’epoca era dominata dall’electrodance e dall’italodance (Gigi D’Agostino era appena all’inizio).

Nel campo cantautori emergenti, con i grandi maestri che pubblicavano quelle che sarebbero state le ultime Grandi Perle della loro discografia, si distinsero pochi (ma validissimi) nuovi cantautori. Dalla Sicilia una ragazza di nome Carmen Consoli cominciava a farsi strada nel panorama italiano con canzoni difficili, emozionanti, complesse. E sempre su questo stile complesso, ma con un tocco di originalità e pazzia, un ragazzo di Bologna scoperto da Lucio Dalla, Samuele Bersani, entrava nel mercato parlando di coccodrilli a New York, le piadine in India e mille altre follie e visioni che poi saranno entrate anche nel mondo della scrittura italiana di quegli anni ispirata al pulp americano (Ammaniti, Lucarelli).

Ma l’importanza fondamentale venne trovata nella scuola romana. Oltre ai Tiromancino e a qualche altro gruppo, la triade composta dal bassista Max Gazzè, dal chitarrista Niccolò Fabi e dal tastierista Daniele Silvestri – ognuno con il proprio progetto solista – ottenne l’attenzione del pubblico, tra il serio e il faceto, ma grazie soprattutto a brani sì complicati e a volte con melodie ricercate, ma anche con testi perfetti, cesellati e lucidi.

Sempre dal mondo cantautorale, uscì una serie di cantanti e gruppi che davano il loro sguardo al rock radiofonico. Se un gruppo come i Litfiba, dall’alternative era diventato una punta di diamante del rock italiano, anche grazie a canzoni più semplici, più robuste e più radiofoniche, dall’altra i Negrita avevano trovato la loro strada in un genere più blues che raccontava la gioventù in maniera esplicita e mai banale.

Sul lato dei cantanti solisti, uno come Gianluca Grignani portò la sua strada vicina al rock soprattutto in un disco di rottura costruito su suoni noise e feedback laceranti come La fabbrica di plastica, mentre dai campi dell’Emilia, terra di musica e di vini, aiutato dal compianto Pierangelo Bertoli e dal suo produttore Angelo Carrara, un trentenne riuscì a cominciare a girare l’Italia con brani che guardavano alla provincia e – che piaccia o meno – restando uno dei pochissimi cantautori a firmare da solo i propri brani: Luciano Ligabue.

Infine, un discorso a parte merita tutta il mondo dell’underground.

Da una parte, nelle feste di paese e nei locali cominciava un revival del folk che aveva dalla sua i nomi della Banda Bassotti, Casa del Vento, BandaBardò e soprattutto i Modena City Ramblers.

Dall’altra, il rap cominciava a infilarsi nelle radio con brani come Quelli che benpensano di Frankie Hi-Nrg, il rap di strada degli Articolo 31, i Sottotono, i Gemelli DiVersi. E a Sanremo passava un ragazzino con le sopracciglie folte alla Elio che cantava canzoni banali e semplici chiamato Mikimix (che poi si auto-rinnegherà facendosi crescere i capelli e diventando uno dei migliori autori sulla scena attuale, Caparezza).

Nel campo dell’alternative, il gruppo con più potere fu quello degli Afterhours, che dall’inglese passarono all’italiano e spararono tre album iniziali potenti e diversi da tutto quello che c’era in giro. Liriche taglienti che si ritrovavano negli album dei CCCP e dei CSI. E dei Marlene Kuntz, con una poetica più leggera. E l’elettronica visionaria dei Bluvertigo.

Ma se l’Italia era provincia, Torino, in quel momento, era capitale della cultura alternativa con la nascita di gruppi come i Linea 77, gli Statuto e soprattutto i Subsonica, i quali faranno strada tra l’elettronica e il rock alternativo, creando un’identità nuova che cercheranno (fallendo) di emulare in molti.

E poi, lontano da tutti e da tutto, c’erano loro…

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.