Habemus Capa: le origini dell’inimitabile stile Caparezza

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Esterno. Giorno. Un orologio segna le tre del pomeriggio.
Una macchina passa in mezzo alla strada, a gran velocità.
Una suora nana che fuma.
Il cielo immerso nella nebbia.
Una chiesa di un piccolo paesino.
La folla davanti. L’auto che si ferma.

No, non è l’inizio della seconda stagione di The Young Pope.

Una bara che viene presa in braccio dai portantini. Il coperchio vola via.
Uno scratch old school che introduce il tutto e…

Ed ecco che il disco da cui è nato il “Capa-sound” comincia, con questa banda che annuncia non solo il nuovo disco di Caparezza, ma un genere che negli anni porterà al riccio cantautore molfettese un seguito di fan che arrivano da un po’ tutti i generi.

Perché i suoi testi non sono banali e sempliciotti, come pensa la maggior parte della gente che non lo ascolta, bensì attingono da un contesto sociale, emozionale e radicato nel territorio italico.

Soltanto qualche giorno fa, su una rivista musicale italiana, qualcuno ha scritto una critica a Caparezza riguardo ai testi, facendo intendere che il suo sguardo è “pop-hoolista” come potrebbe quello di un Fedez qualunque. Ora, che piaccia o meno, la capacità lirica e di denuncia di Caparezza è oggettivamente inarrivabile dalla maggior parte degli artisti italiani. Se non l’ho chiamato rapper, un motivo c’è. Ed è semplicemente che lui non è un rapper, è un artista che usa il rap per parlare a un pubblico che vuole che nelle canzonette non si parli soltanto di sole, cuore, amore, estate o chissà che cos’altro.

Caparezza è un artista che sta a metà tra la rabbia politica di Pierangelo Bertoli e il crossover dei Rage Against the Machine, tra l’ironia di un Gaber e la poliedricità di generi di uno dei tanti artisti americani che nella loro carriera hanno fatto esattamente ciò che pareva a loro. E con una padronanza del flow che potrebbe fare invidia a un Eminem qualunque.

Ed è proprio da questo album che tutto comincia. È il 2006.

Caparezza è al terzo passo nell’ambito discografico e, dopo avere fregato tutti con l’ironia beffarda di Fuori dal tunnel, pubblica un disco che è un insieme di critiche all’Italia del passato, del presente e del futuro.

Politico? Sì. Ironico? Certo. Il migliore? Forse no. Ma se Caparezza è l’artista che è, lo deve anche e soprattutto a un disco dove gli argomenti sono veramente tanti, snocciolati in venti tracce dense di parole che riempiono lo spazio della stanza in un’ora abbondante.

Si passa da una metafora della morte dell’artista in Annunciatemi al pubblico, dove vengono messi nero su bianco i pensieri di tutto il mondo che sta attorno al cantante a giochi di parole come in Torna Catalessi sulla vita frenetica di oggi o in Epocalisse nella quale “la fine del mondo” è da una parte un rock duro che mostra la grande bruttezza del mondo e dall’altra un funky, voce del divertimento.

La politica entra in diverse canzoni, dalla metafora tra parlamentare e insetti ne Gli insetti del podere, alla sfida tra popolo e politicanti di Dalla parte del toro, all’hard rock dove una badante tenta di salvaguardare un bambino dall’uomo astuto (vedi alla voce, attacco a Berlusconi) nella Ninna nanna di Mazzarò, titolo che cita un importante racconto di Giovanni Verga, La roba. Inoltre, Inno Verdano è la presa in giro di un certo partito politico tanto legato alle tradizioni quanto alle poltrone.

Tra gli altri brani importanti del disco c’è Titoli, nella quale c’è una satira molto pesante sulla possibilità aperta a pochi di comprendere il mondo finanziario, Ti giri e The Auditels Family, nei quali vi è un ironico assalto contro un certo mondo della televisione e dell’informazione basato più sui dati d’ascolto che sull’interesse verso la gente (e qui c’è da dire che non esistevano ancora i vari talk show trash della tv odierna). Felici ma trimoni è invece una fotografia brillante e ad alto tasso di velocità sugli eventi dello showbiz di quegli anni, come i grandi matrimoni tra produttori e soubrette e cronache da parrucchiera.

Ma la vera perla del disco è l’epilogo, nonché la canzone che dà il titolo all’album, dove l’attacco lo fa non più al mondo esterno, ma alla sua stessa persona, quella che in passato era Mikimix (“Ti piace Capa? Ma quello è lo scemo di Sanremo!”) e quella che nell’attualità rinasce in grande stile, esattamente come il mondo intorno richiede.

Il primo filo rosso che collegherà questo album all’ultimo, uscito appena qualche giorno fa, Prisoner 709.
Forse il primo brano dove Caparezza presenta al mondo Michele Salvemini.

Recito un ruolo che mi sta stretto, vuoi capirmi?
Lascia il ponte e prendi un cazzo di traghetto!
Penso di aver torto se c’è che è d’accordo con me
E non ricordo nemmeno dove l’ho letto.
Che faccio? Mo’ che come Petrolini mi dicono “Bravo!”
Pure quando taccio? Setaccio termini e non termino
Se vado a braccio, ma sono io o colui per cui mi spaccio?

Nuntio vobis gaudium magnum
Habemus Capa!

Habemus Capa di Caparezza è su Amazon.

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