La metropoli e la notte: l’affilata elettronica sperimentale dei Tokyo Suicide

Immaginate di avere tra le mani un oggetto venuto dal futuro, una sorta di frullatore che mescoli emozioni e suggestioni; ora prendete questi ingredienti: Blade Runner e le sue suggestioni da metropoli notturna e futuribile; Orson Welles e le sue geniali provocazioni; le visioni sociologiche di Black Mirror e le strade notturne di Nicolas Winding Refn. Miscelate il tutto con una fredda musica electro e col calore di strumenti analogici come la batteria, il sassofono e la chitarra elettrica. Aggiungete un pizzico di Walt Whitman e il risultato sarà sotto i vostri occhi: il nuovo lavoro dei Tokyo Suicide.

Dietro l’inquietante moniker scelto, si cela un duo, Sean Arthur e Agostino Diddi.

È l’estate del 2019 quando i due decidono di dare vita al loro progetto, con l’intenzione di mescolare un approccio estremamente libero a musica e strumenti, tra elettronica e tradizione, con un concept che veicoli contenuti sociologici di rilievo.

E se il nome rimanda alla piaga dei suicidi in Giappone, una vera epidemia capace per anni di provocare trentamila morti all’anno, la riflessione sociologica è tutta incentrata sul momento storico che stiamo vivendo, alienante, distopico e a tratti esasperato. Anche dai tempi precedenti alla pandemia.

Le atmosfere sono notturne e fumose, da grande metropoli dove tutto si fonde nelle lunghe notti insonni: le luci dei neon e la musica elettronica, la pioggia che si riverbera sull’asfalto lucido e il continuo e sommesso suono della città, dei motori e delle sirene.

La musica – la vera protagonista del progetto – al di là dell’elettronica futuribile che evoca il Vangelis di Blade Runner, è al centro di un approccio che ricorda quasi il movimento progressivo degli anni Settanta, aperto a qualsiasi influenza. Ed ecco così l’ouverture che cita una vecchia trasmissione della Columbia Broadcasting, quella del 30 ottobre del 1938, precisamente. Quel giorno Orson Welles, giovane prodigio del teatro e della radio americana, si prese gioco di un paese intero, mettendo in scena una riduzione talmente credibile de La guerra dei mondi di H.G. Wells da scatenare il panico.

Molti ascoltatori credettero davvero all’invasione aliena, una dimostrazione quantomai attuale dello strapotere dei media già all’epoca, e della loro capacità di plasmare il pensiero delle persone. A ulteriore riprova, i Tokyo Suicide hanno inserito anche un breve campionamento dell’accensione di un computer Mac, oggetto che ormai si è quasi impadronito delle nostre vite e relazioni.

Questo inusitato mix di futuro e passato prosegue in tutta la durata del disco.
I testi, scritti da Sean Arthur, citano a piene mani il poeta Walt Whitman e il suo concetto di ciclicità del tempo; tra le liriche citate, quelle della raccolta Song of Myself del grande poeta americano.

La musica, ora incalzante e ora placida e riflessiva, si nutre di ogni suggestione urbana possibile. L’electro anfetaminica di The Neon City, ma anche percussioni tribali che affiorano a tratti e la trap di The Surface; le atmosfere liquide e urbane di Metropolis 2020 – omaggio al capolavoro di Fritz Lang – e il languido sassofono nel medesimo pezzo, a metà tra Vangelis e i Pink Floyd di The Dark Side of the Moon.
Tra effetti ambientali e pezzi che paiono quasi strizzare l’occhio al free più puro – Even On A Cloudy Day – affiorano ogni tanto, quasi seguissero un percorso carsico nella musica elettronica, brani più autorali come The Dark Blue Light e la titletrack. Sono pezzi cantati e più convenzionali, dalle parti dei Depeche Mode più ispirati, irrorati da un filo di elettricità più analogica e da qualche chitarra elettrica che sferza le atmosfere rarefatte.

Citizen K. – ennesima citazione di Welles – e Time and Space sono brani di pura suggestione elettronica che servono a introdurre il gran finale di Do Android Dreams of Electric Sheeps. Siamo ancora nel campo delle citazioni, stavolta di Dick e dell’opera da cui Ridley Scott trasse l’ispirazione per il suo capolavoro, quel Blade Runner che pare il nume tutelare dell’intero progetto.

Una sostenuta cavalcata elettronica che si chiude riportando il tutto alla calma, con la voce di una vecchia registrazione, quasi a ricondurre tutto il lavoro a un andamento circolare, che finisce laddove era iniziato.

È un lavoro di forte suggestione, questo Selfie to Die For dei Tokyo Suicide, con l’ascoltatore che viene condotto in una sorta di sinestesia, dove pare quasi di vedere i suoni e di ascoltare le immagini. Un’atmosfera onirica e notturna, quasi la colonna sonora di una notte insonne persa in una metropoli futuribile – ma nemmeno tanto – che non dorme mai e che cambia forma al ritmo dei Tokyo Suicide.

Tokyo Suicide
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L’album Selfie To Die For è su Tidal, Apple Music, Deezer e Youtube

Testo: Andrea La Rovere

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