In che modo Black Mirror prova ad aprirci gli occhi sui pericoli del presente

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La vicenda del “social rating” proposto in Cina dal governo, con punteggi assegnati a ciascun cittadino in base al livello di correttezza manifestato nella vita quotidiana, ha recentemente suscitato molto scalpore (a buon ragione), per due motivi al di sopra di tutto.

Primo, perché si tratterebbe di un cambiamento storico, pronto a causare un effetto domino dalle conseguenze tutt’ora sconosciute, anche su scala globale (e possibilmente estendibile in maniera irreversibile su diversi livelli, oltre che quelle del progetto cinese originariamente destinato a regolarizzare l’utilizzo dei mezzi pubblici, il corretto e puntuale pagamento di imposte e bollette, e così via).

In secondo luogo, perché l’anomalia alla notizia non è stata riscontrata tanto nella sostanza dell’idea in sé (che sembrerebbe avere una logica da finalità paradossalmente opportune per sensibilizzare il cittadino), ma nell’enorme analogia con quanto l’episodio Nosedive (in italiano Caduta Libera) della terza stagione di Black Mirror aveva incredibilmente e inquietantemente presagito.

La protagonista, infatti, viveva in un mondo interamente soggetto alla finzione dettata da un punteggio sociale, in cui ciascuno veniva visto in maniera più positiva quanto più alto fosse stato il suo score, derivante dalle azioni del quotidiano, nel dispositivo che lo rivelava. Lacie finirà per perdere il controllo della sua personalità, durante una lotta estenuante per essere  a tutti i costi (o meglio, apparire) migliore di quanto dimostrasse.

L’universo creato da Charlie Brooker, ai confini di una realtà futura – ma non troppo – dove tutto è in un preoccupante stato di evoluzione perennemente ai limiti del baratro esistenziale, ha come monito quello di farci scontrare con le paure contemporanee, mitizzandone i difetti ma anche metabolizzando dettagliatamente ogni loro radice, già effettivamente possibile da captare ora. Quello che potrebbe essere il mondo che già conosciamo oggi, ma con tutte le caratteristiche che le sorti di un eventuale “progresso artificiale” ai limiti della percezione del ragionevole potrebbe palesare più avanti. Togliendo, sempre, ogni possibilità di tornare indietro (basti pensare che ciascuno dei finali della serie è un vicolo cieco colmo di claustrofobia cerebrale, in cui l’effimero ha avuto la meglio).

Se, infatti, crediamo che la tecnologia possa concederci sempre più lo stato di una società complessivamente più capace di gestire la propria vita in tutta semplicità, progredendo da un punto di vista della qualità interazionale, dall’altro la morale ci presenta un conto da pagare che dimostra ben altro. Osserviamo con diffida, dietro quel vetro che ci separa dal percepire effettivamente la realtà delle circostanze, anche nel presente (e non solo in un immaginario “domani”). Ma forse non abbastanza. E il conto, secondo il mondo che immagina Black Mirror, è davvero salato.

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Si ripropone per questo, alla luce di quella che è una delle notizie più discusse e per forza di cose importanti del panorama mondiale, un collegamento che forse avevamo scarsamente preso in esame, appartenente sempre ad una creatura della famiglia di Brooker. Anche in questo caso, il parallelismo pare possa rivelarsi – o si è già rivelato – qualcosa di ancor più vicino alla realtà dei fatti.

L’oggetto è il discusso caso Cambridge Analytica e il Facebook-Gate conseguente alle rivelazioni sulla privacy globale, mai – formalmente – garantita da Zuckerberg agli utenti durante questi anni. Alla base di un tema così imponente, ci sarebbe da premettere che alcuni elementi sono rimasti ancora poco chiari: riempiamo di tracce provenienti dai nostri cookies le ricerche online e le bacheche social in continuazione, senza neanche farci caso, eppure ci siamo sentiti turbati, indignati dalla faccenda. Il punto, che non è facilmente sintetizzabile in questa sede, è da ricercare probabilmente nella facoltà di utilizzo dei sistemi con cui ciascuno di noi si interfaccia giornalmente, ormai da una decade, in maniera essenziale per potersi ritenere dentro il sistema. Perché prima di tutto è un utilizzo di un’esperienza personale, che riflette inconsciamente, con approvazione spontanea, le nostre vite. Forse proprio per appartenenza sociale, per un gioco di obblighi morali non scritti, per cui tutti su questo gigantesco tetto cibernetico non vogliamo avere segreti. Ma a sentirceli violati, tutta questa superficialità pare sia svanita in un batter d’occhio.

Ecco che torna Black Mirror, a dirci cose che non ci aspettavamo potessero rivelarsi vere, che vanno probabilmente oltre la fiction distopica e fantascientifica.

In White Christmas (episodio bonus della seconda stagione), il protagonista Matt lavora per la multinazionale Z-Eye, un impianto di realtà aumentata che permette di vedere e sentire attraverso un’altra persona in cui il dispositivo viene installato. La sua missione è – nel primo caso specifico che ci viene proposto – quella di fare da “dating coach” per gente alla ricerca della felicità nella vita sentimentale, istruendone le mosse e avvantaggiandoli con dati su possibili “prede” altrimenti impossibili da conoscere (negli altri casi che vedremo presi in esempio, Matt è anche incaricato di installare cookie virtuali all’interno del cervello di una persona, per crearne un clone cerebrale, che tornerà utile nel caso della confessione di un omicidio).

La storia comincia già ad assumere dei contorni familiari all’attualità non appena vediamo scorrere le immagini di social network come vere banche dati, carte d’identità più che valide di ognuno di noi già oggi, contenenti qualsiasi informazione più privata. Non è futuro, è presente, eppure sembra già qualcosa di altamente distorto.

Attraverso la conversazione in tempo reale, infatti, Matt comunica a Harry (il cliente, “host” del dispositivo) ogni dato possibile sulle ragazze presenti al party aziendale. Il che lo trasformerà da timido e impacciato impiegato dalle modeste ambizioni a interessante e spigliato interlocutore (Matt riesce a dargli argomenti di discussione in maniera continua, spiando i profili delle donne presenti alla festa, cercando i possibili punti con cui attaccare bottone).

Ma c’è di più: il “coach” rassicura Harry sul fatto che nessuno può interagire con loro durante il periodo live, che si tratta di qualcosa di proibito dalle loro regole. Scopriremo ben presto che mente: lo Z-Eye installato su Harry è seguito da un’orda di spettatori (presumibilmente altri colleghi, dipendenti del brand) che partecipano alla connessione con Matt come in una videochat, spiando lo svolgimento della serata e intrattenendosi attraverso lo sviluppo della storia.

Anche in questo caso, sembra di fare un balzo temporale che ci riporta a tutti i segreti che i padroni del web contemporaneo conservano, custodiscono senza alcun tipo di opposizione nei loro database. E del cui destino non sappiamo ancora abbastanza, pur riguardando in prima linea noi stessi.

Le corrispondenze con quanto sta accadendo nel social – oltre che “dispositivo” – più utilizzato al mondo nella vita reale, sembrano fioccare. Le accuse di cui sta rispondendo Facebook, relativo ad una presunta negligenza riguardo la privacy dei suoi utenti (oltre che ad un link che ha portato a “pilotare” le elezioni Statunitensi, su cui i ragionamenti da fare sarebbero ancora più ampi), è il fattore scatenante di quanto in White Christmas vedremo realizzarsi per i protagonisti delle vicende. Che, coscienti o meno delle corrispettive sorti in termini di trasparenza, fiducia per il servizio che utilizzeranno, sono vittime di un sistema che essi stessi hanno accettato prendesse il largo, trasportasse il reale in anomalo.

La forbice, per ciascuno di loro, si stringerà al punto che non potranno fare ritorno per pensarci ancora un po’ su, seppur catturati da un pentimento che lascia poco spazio a soluzioni.

Sarà forse un elemento a cui dovremmo far più attenzione anche noi?

Nessuna ancora di salvataggio, per il momento, ma molta più cautela di prima. Pare. Eppure, sembrava fossimo stati già avvisati, per tempo, di tutte le conseguenze possibili.

 

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