Blade Runner: trama, significato e differenze tra il film e il libro

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Questo articolo rivela la trama e la spiegazione dettagliata di Blade Runner, il film di Ridley Scott del 1982, svelandone la storia, i significati e gli eventi descritti. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Il caso di Blade Runner è senza dubbio uno di quelli più affascinanti da analizzare quando si è interessati a capire il passaggio dalla carta stampata alla pellicola cinematografica: un film tratto da un romanzo “minore” (così era considerato prima del 1982) di quello che oggi è riconosciuto come uno dei massimi autori del secondo novecento, che non solo ha stravolto la base letteraria di partenza mantenendone soltanto lo scheletro, ma che è riuscito anche a rielaborare gli elementi mantenuti dal romanzo e ad inglobarne di nuovi, al punto di arrivare a sorpassare in popolarità il libro da cui è tratto e diventare una colonna portante del cinema di fantascienza e il principale riferimento visivo per tutti i film futuristici (e non solo) usciti dopo di lui.

Ma partiamo dall’inizio. Philip K. Dick scrive il romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? nel corso del 1966 e lo pubblica due anni più tardi, in quel 1968 fatto di utopie in cui sembrava impossibile immaginare un mondo così tetro e disperato.

Il romanzo non è un grande successo ma già dagli anni ’70 Hollywood ne intuisce le potenzialità (a volerlo adattare c’è addirittura Martin Scorsese) e il progetto passa di mano in mano fino ad arrivare a Ridley Scott, fresco del trionfo di Alien.

Dick è un uomo di parole, Scott è un uomo di immagini proveniente dal mondo della pubblicità, fatto di progetti costosi, dalla lavorazione breve e dal grande impatto estetico. Il compito di Scott è quello di tradurre in immagini gli incubi dello scrittore americano, nel frattempo già ampiamente rielaborati dagli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, dando loro una veste più adatta al cinema. Il risultato è una riduzione nel senso più vero del termine: nel film di Scott accadono letteralmente meno cose che nel romanzo di Dick, ma ciò che viene perso nella trama ritorna nello sfondo, nella parte non detta, nei nuovi elementi acquisiti rispetto al romanzo, nei cambi di prospettiva e di caratterizzazione. Per i fan di Dick sarà sempre meglio il romanzo di partenza, per i cinefili sarà sempre meglio il film: a noi interessa più semplicemente capire in cosa le due opere sono simili e in cosa divergono.


La trama 

Un cacciatore di taglie di nome Rick Deckard è incaricato di ritirare dalla circolazione alcuni uomini artificiali (i Nexus-6) fuggiti da una colonia terrestre del sistema solare, dove erano impiegati per aiutare nella colonizzazione gli umani emigrati. Questo è il cuore di Ma gli androidi… e di Blade Runner. Nel corso della lettura del romanzo di Dick (o della visione del film di Scott, se questa avviene dopo la lettura del libro) si può notare che le due opere mantengono numerosi passaggi in comune: Deckard viene incaricato di dare la caccia ai Nexus-6 dopo che un cacciatore di taglie migliore di lui (Dave Holden) è stato gravemente ferito da uno di essi (nel romanzo è felice di occuparsene, pensando al denaro delle taglie, nel film è riluttante); vediamo Deckard recarsi nella sede centrale dell’azienda che produce i Nexus 6 ed incontrare l’androide inconsapevole Rachel di cui si innamorerà; assistiamo all’eliminazione per strada dei primi androidi (tre nel romanzo, due nel film); vediamo il gruppo di androidi sopravvissuti (anche qui tre nel libro e due nel film) rifugiarsi a casa di un umano, dove vengono infine scovati ed eliminati da Deckard.

Le similitudini finiscono qui: nel film non vi è traccia di una delle parti più affascinanti del romanzo, situata circa a metà e riguardande Garland, un Nexus-6 che è riuscito a costituire un’organizzazione di androidi in grado di gestire una struttura di polizia parallela a quella ufficiale (con tanto di cacciatore di taglie umano!), che arriva addirittura ad arrestare Deckard a far dubitare brevemente (prima a lui e poi all’altro cacciatore di taglie, Phil Resch) la sua natura di essere umano.

Allo stesso tempo, nel romanzo non vi è traccia di alcuni dei momenti che hanno reso immortale il film: gli androidi vengono eliminati in maniera relativamente facile, nessuno di loro è fuggito per cercare di vivere più a lungo, la natura umana di Deckard (a parte quella breve sezione già citata) non è mai messa in discussione come invece accade nel film (dove l’eterna domanda “Deckard è replicante o umano?” ha contribuito non poco a creare l’alona di leggenda che circonda Blade Runner) e soprattutto manca il leggerndario monologo di Roy Batty/Rutger Hauer,  talmente famoso da essere diventato di uso comune.

Tutte le versioni del film si concludono con la fuga di Deckard e Rachael, mentre il romanzo si chiude col ritorno a casa del protagonista dopo la sua folle giornata lavorativa, durante la quale ha scoperto di essere condannato a fare la cosa sbagliata per il resto dei suoi giorni.


L’ambientazione e il world building

Una delle più grandi differenze tra le due opere è nell’ambientazione. La Los Angeles del 2019 del film di Scott, frutto del lavoro straordinario del futurista visuale Syd Mead, è una sovrappopolata megalopoli retrofuturista che sembra esistere da sempre: un mondo antico e futuro allo stesso tempo, costantemente bagnato da una pioggia sporca, preludio di un nuovo diluvio universale ormai alle porte; la San Francisco del 1992 immaginata da Dick è invece molto più simile alla Las Vegas che troviamo in Blade Runner 2049: una città semideserta e ricoperta da una coltre di polvere radioattiva che impedisce di vedere il cielo e che sta devastando il fisico e la mente dei pochi abitanti che non sono ancora fuggiti nelle colonie extra terrestri.

I più sfortunati di questi sono gli speciali (a loro volta divisi in cervelli di gallina e cervelli di formica) ovvero quegli individui che hanno perso parte delle capacità mentali a causa della polvere, come succede a J. R. Isidore, a tutti gli effetti un secondo protagonista del romanzo di Dick. In Ma gli androidi… troviamo anche spazio per elementi completamente eliminati dal film: gli esseri umani che possono permetterselo utilizzano un Modulatore Penfield, una macchina elettronica in grado di alterare gli stati d’animo e produrre ad esempio euforia quando si è tristi; la televisione trasmette per ventitré ore al giorno il talk show Buster Friendly and his Friendly Friends, condotto da un instancabile showman che tira continue frecciate al Mercerianesimo, la nuova religione (senza il concetto di redenzione) nata in seguito all’Ultima Guerra Mondiale e basata sulla figura di Wilbur Mercer, una sorta di guru con cui gli abitanti della terra entrano in contatto attraverso l’utilizzo delle Scatole Empatiche (un meccanismo che collega le menti di tutte le persone che vi sono connesse in quel momento).

Nel finale emergerà che Buster Friendly ed i suoi ospiti sono droidi che riescono a smascherare la truffa di Wilbur Mercer, che in realtà è un ex attore di Hollywood di nome Al Jerry. Nonostante questo però, Mercer continuerà ad apparire sia nelle visioni di Isidore che in quelle Deckard, che alla fine scoprirà di essersi completamente fuso con lui. Dalla lettura scopriamo inoltre che, prima della guerra, il mondo viveva una fase di consumismo sfrenato ed ora di quell’era rimangono solo i rifiuti, detti Kipple (Palta nella traduzione italiana). Nella versione cinematografica di Blade Runner scopriamo che oltre Los Angeles c’è un mondo ancora incontaminato, mentre quello immaginato da Dick è un mondo desertico ormai senza speranza.


I protagonisti

Il Rick Deckard del romanzo è molto distante dall’Harrison Ford/Philip Marlowe del film: innanzitutto non è un blade runner, perché questo termine nel libro non esiste. È un uomo poco attraente, mite, sposato con una donna di nome Iran, con la quale riesce a vivere pochi ed isolati momenti di felicità. Rispetto al Deckard cinematografico, quello letterario comincia a provare sempre più empatia nei confronti dei droidi cui deve dare la caccia ed è costantemente perseguitato da pensieri riguardanti la sua situazione economica e familiare. Si può quindi dire il Deckard di Ma gli androidi… sia poco più che un tecnico specializzato nel ritiro di un particolare tipo di elettrodomestici, mentre quello del film è un detective da noir in piena regola.

John R. Isidore è invece il personaggio su cui si basa J. F. Sebastian nel film (modellato sulla figura di Jack Isidore, alter ego di Dick nelle sue Confessioni di un artista di merda): nel romanzo è un cervello di gallina, cui viene impedito di riprodursi o emigrare a causa delle ridotte capacità mentali, che si guadagna da vivere prelevando animali elettronici da portare in riparazione nel laboratorio di Hannibal Sloat (che nel film è Hannibal Chew, il fabbricante di occhi); il suo equivalente filmico invece è un ingegnere progettista di replicanti affetto dalla Sindrome di Matusalemme che lo porta ad invecchiare precocemente. Nel romanzo Isidore prova amore per i droidi perchè esso stesso è considerato un rifiuto della società, mentre nel film il collegamento tra Sebastian e i replicanti è dato dalla sua malattia. La Rosen Association del romanzo diventa la Tyrell Corporation nel film ed il costruttore di replicanti Eldon Rosen appare in un’unica scena del romanzo, a differenza dell’Eldon Tyrell del film.

Per una buona porzione del romanzo, quello di Rachael Rosen sembra essere il personaggio che ha subito meno cambiamenti nel passaggio cinematografico: una dark lady chandleriana, inizialmente inconsapevole di essere un droide ed in seguito complice e amante di Deckard. La differenza tra i due personaggi esplode dopo il loro incontro amoroso: la Rachael del film resterà con Deckard e fuggirà con lui nel finale, quella del romanzo invece (seguendo la propria mentalità gelida) si vendicherà di Deckard e della moglie uccidendo la loro amata capretta.

Completamente eliminato dal film è invece il personaggio del cacciatore di taglie Phil Resch, protagonista insieme a Deckard del momento più surreale del romanzo.


Gli animali

In entrambe le opere troviamo discorsi legati alla natura degli animali: sono reali o elettrici? Nel romanzo di Dick il discorso è più approfondito che nel film di Scott, ma la situazione sembra essere la medesima per entrambi i racconti: la guerra nucleare ha causato l’estinzione di numerose specie di animali e la consistente riduzione di tutte le altre. La dottrina del Mercerianesimo impone alle persone di prendersi cura di un animale, mantenendo vivo l’esercizio dell’empatia. Nella pratica però il possesso di un animale reale è diventato uno status symbol: qualcosa cui aspirare per mettersi in mostra con gli altri. Chi ha perso il proprio animale domestico (come Deckard, cui è morta la pecora) deve accontentarsi di un surrogato elettronico di cui si vergogna profondamente. In Blade Runner, pur non venendo mai affrontato direttamente il problema, si intuisce che la situazione è molto simile dal momento che tutti gli animali del film sono surrogati.


Droidi e Replicanti 

La differenza tra i due tipi di surrogati artificiali di esseri umani è già tutta nel nome. I droidi ideati da Dick sono anche loro copie esatte di un essere umano (con differenze minime) ma, a differenza dei replicanti “più umani dell’umano” di Scott, sono semplici macchine, che ragionano in base alla loro esclusiva convenienza e che quindi sono totalmente incapaci di provare empatia. La differenza è data anche dal contesto in cui le opere sono state create: Dick scrive il suo romanzo ispirandosi alla Ford per plasmare la Rosen Association, Scott (a distanza di oltre un decennio) decide di svecchiare quell’idea, eliminando totalmente la stupidità dei droidi dickiani (sui quali spesso non è nemmeno necessario utilizzare il test Voight Kampff, fondamentale invece nel film) rendendoli anche emotivamente indistinguibili dall’essere umano. Nel romanzo, inoltre, i droidi tendono ad essere dei perfetti manipolatori, come quando Rachael accetta un rapporto sessuale con Deckard col fine di indurlo a smettere di dare la caccia ai droidi restanti, arrivando anche a vendicarsi in maniera crudele nel finale. Tutto questo è il semplice frutto della sua programmazione: non è lei ad agire, ma la Rosen Association che prima vuole corrompere Deckard e, successivamente, vendicarsi di lui.

I replicanti sono invece tutt’altra cosa: il luciferino Roy Batty (a differenza della controparte cartacea Roy Baty) è un angelo caduto in cerca di più vita: un Prometeo/Edipo che prima uccide il padre/creatore e poi, in punto di morte, decide di risparmiare la vita a Deckard rendendosi conto di quanto essa sia preziosa. Un personaggio completamente diverso dal gigantesco droide del romanzo, che si lascia ingannare con un banale trucco e muore con un colpo di pistola. Il droide Polokov del romanzo diventa Leon nel film e la stessa cosa con la droide Luba Luft, cantante lirica, che nella pellicola diventa la letale spogliarellista Zohra. Più complesso invece il lavoro sulla replicante Pris, per creare la quale sono stati fusi insieme i personaggi di Pris Stratton (una copia esatta di Rachel Rosen) e di Irmgard Baty (la moglie di Roy, assente nel film).

Nonostante le notevoli differenze sia a livello di trama che a livello di letture filosofiche tra le due opere, Philip K. Dick (che morì prima di poter vedere il risultato finale) era entusiasta del progetto tech-noir di Scott, arrivando ad affermare dopo una visita sul set che quella non era più fantascienza ma futurismo. Oggi, dopo la totale rivalutazione del film e dell’intera bibliografia dello scrittore, conoscere entrambe le opere è quasi un dovere se si vuole (ri)scoprire quanto una stessa storia, raccontata in modo diverso, possa cambiare completamente e dar vita a diverse interpretazioni.

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