Kodachrome: la ricerca del tempo perduto attraverso pellicola

Questo articolo racconta il film Kodachrome in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

I road movie sono più che un genere, rappresentano un insieme di valori intrinsechi nella cultura americana. Perché se nella vecchia Europa il viaggio per la scoperta è stato concepito dalla massa maggiormente nel Secondo dopoguerra, in un Paese sconfinato come gli Stati Uniti è risultato sin da subito più facile, anche per le classi meno abbienti.

La controcultura americana è piena zeppa di viaggiatori ed avventurieri. Forse i più sognanti e rimasti impressi nell’immaginario collettivo sono i Beatnik, con a capo Jack Kerouac, che già solo con il suo Sulla Strada si è guadagnato un posto d’onore nell’albo dei migliori scrittori contemporanei di sempre. Ma che cos’è che spinge le persone a spostarsi non per motivi prettamente legati al bisogno materiale?

Innanzitutto esiste una distinzione necessaria: c’è una bella differenza tra turista e viaggiatore. Il primo è più incline al godersi la vacanza nel senso più “classico”, cioè preferisce dopo magari un anno di lavoro, un giusto lasso di tempo in cui azzera quasi del tutto le proprie attività non soltanto fisiche, ma anche culturali . Il viaggiatore in sostanza è l’esatto contrario: Viaggia proprio per sete di conoscenza, comportando spostamenti anche molto scomodi per raggiungere l’obiettivo, che potrà essere ad esempio una mostra d’arte, un concerto, la visita di un posto, etc. Detto questo, è palese che lo spostamento nel secondo caso è relativo ad un arricchimento che va ben oltre la stasi vacanziera.

Negli ultimi anni, diversi registi si sono cimentati in racconti mirabolanti di viaggi, e sorprendentemente uno dei più riusciti è stato messo su pellicola da un comico: Ben Stiller. Il suo Walter Mitty, remake di quel Sogni proibiti di Samuel Goldwyn Jr. del 1947, approfondisce i sentimenti di rivalsa di un uomo schivo, che rasenta la timidezza, dove cela però un immenso fuoco che arde, straripando tra realtà e fantasia, facendogli compiere imprese inimmaginabili. Mark Raso, regista indipendente canadese, con un passato di cortometraggi, basa interamente Kodachrome su un articolo scritto per il New York Times da Arthur Gregg Sulzberger nel 2010. In quest’ultimo, viene narrato il viaggio che molti fan dell’omonima pellicola compiono verso l’ultimo stabilimento capace di poterla sviluppare.

Questo tipo di pellicola, creata dalla casa statunitense Kodak, è stata la prima a colori ad entrare nella cultura di massa, proprio grazie al metodo sottrattivo. Questa metodologia consisteva nel mescolìo di stimoli di colore, che impregnandosi di una parte di luce, e stimolando il colore, arrivava all’occhio umano mutata. L’opera di Raso, seppur con un’anima indipendente, e di un certo cinema che è tornato fortemente alla ribalta, nasconde quel sentimento comune di ricerca delle proprie radici. In alcuni aspetti ricorda chiaramente Nebraska di Alexander Payne, in toni meno intellettualistici.

Ovviamente l’elaborazione delle conseguenze di una modernità così imperante è dietro l’angolo, condito da una passione autentica per l’obsolescenza, che in questo caso non è affatto negativa, anzi, ma possiede quel sapore romantico e profondo. Anche grazie a questo, un padre tenta di riallacciare un rapporto sfilacciatissimo con un figlio che stenta a riconoscergli addirittura la funzione datagli dalla natura.

I ruoli sono ben calibrati con una sorpresa su tutti: Jason Sudeikis. Conosciuto ai più per ruoli comici e decisamente leggeri, l’attore di origini lituano-irlandesi stupisce per la sua maturità, colpito da un dolore che maschera in maniera talmente dignitosa da suscitare tenerezza. Insieme a lui, un’icona del cinema “duro” come Ed Harris, con il suo viso rude, tanto da essere diventato negli anni un caratterista per certi ruoli. Non smentirà la sua fama neanche in questa pellicola, nascondendo anch’egli una fragilità inaspettata.

Anche lo scontro generazionale tra padre e figlio funge in una degna rappresentazione tra il vecchio e il nuovo mondo, e sul soffermarsi anche su quelle che oggi potremmo considerare perdite di tempo. In questo magnifico duo, quella che forse tende più a soffrirne è il terzo incomodo, quella Elizabeth Olsen, sempre adorabile, ma che risente di un ruolo che forse sarebbe dovuto essere rappresentato e scritto in modo più incisivo. Facendo le veci molto spesso, della coscienza dei due protagonisti. Il finale viene ampiamente scandito da vari scatti, naturalmente in formato Kodachrome, perlopiù del fotografo americano Steve McCurry. Colpisce particolarmente anche la colonna sonora, dove spicca la “Pearljammiana” Just Breathe.

I dialoghi, che piacciono proprio perché non politicamente corretti, ma genuini, di vero livore, sono la spina dorsale di una pellicola che ha poco di ruffiano. La briosità di ciò che è palpabile, in viaggio per gli States, e precisamente in Kansas, dove c’era realmente l’ultimo laboratorio rimasto che stampasse il formato, poi definitivamente chiuso nel 2009. L’ode a quello che è stato ed alla fugacità del tempo, così impresso in quelle pellicole, spesso impastate dalle stagioni, che condensano i ricordi, attraverso immagini che possono riportarci alla mente, sapori e odori. Proprio come gli scatti di McCurry, fotografo che ebbe l’onore di utilizzare l’ultimo rullino kodachrome, ci fanno attraversare, oltre che il piacere decadente del passato, anche le nostre vite.

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