Quando Steve McCurry fotografò la ragazza dagli occhi verdi

Solo se sei disposto a correre il rischio, solo se sei completamente convinto, allora sei pronto. Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi proteggerti, stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: se la gente è sommersa fino al collo devi essere dentro con loro, non c’è separazione, non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo.

Il suo nome è Sharbat Gula e il suo sguardo è probabilmente uno dei più famosi del mondo. La foto, intitolata semplicemente “ragazza afgana”, è stata pubblicata sulla copertina dell’edizione del giugno 1985 del National Geographic. Il successo riscontrato dall’immagine è stato immediato e, a distanza di diversi anni, la fama della foto non ha accennato a diminuire. Il ritratto frontale, denso di vita, è ormai un’icona universale.

La fotografia è stata scattata in un campo profughi di Peshawar, in Pakistan, durante un viaggio del fotoreporter Steve McCurry. Dopo cinque anni di guerra civile il conflitto russo-afghano non accennava a risolversi. McCurry lo seguiva dal 1979 ed è ormai considerato un esperto dell’area. Per questo nel 1984, mentre viaggia per il subcontinente indiano al seguito del monsone, il National Geographic gli chiede di raccontare la situazione degli esuli in fuga dall’ Afghanistan. Il reporter si muove nei campi registrando l’inadeguatezza delle strutture. Proprio in uno di questi accampamenti s’imbatte in una classe di giovani allieve e resta colpito da una ragazzina timida.

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Steve McCurry, Ragazza Afgana

“Mi trovavo in un campo di rifugiati, sentii un vociare allegro proveniente da una tenda e scoprii che si trattava di una scuola. Non ho impiegato più di una manciata di secondi a fotografarla: lei guardava il mio obiettivo in modo curioso, era la prima volta che vedeva una macchina fotografica e dopo pochi secondi è scappata via”.

La ragazza appare diffidente verso l’obiettivo ma lo sguardo è travolgente, pieno di energia, resa ancora più intensa dalla brillantezza degli occhi verdi, spalancati che guardano dritto in camera.

Da quel momento, l’espressione mista a paura, rabbia e curiosità ma soprattutto lo sguardo fisso e intenso della ragazza è diventato il simbolo della condizione di tutti i profughi. Il terrore per quello che è stato e per quello che sarà, misto alla diffidenza, non toglie il posto a un che di fierezza e di voglia di riscatto che si legge nello sguardo freddo e distaccato.

Il photo editor di allora aveva scelto di scartare la foto che tutti conosciamo in favore di un’altra, quella in cui la ragazza si copre il viso. All’ ultimo momento, prima di andare in stampa, il direttore del giornale pose il veto e decise di sostituire la foto con quella che è valsa la carriera al celebre fotografo americano.

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“Ci sono centinaia di migliaia di persone nelle stesse condizioni di Sharbat Gula. Migliaia di profughi afgani in Pakistan vivono in condizioni al limite dell’umanità, sottoposti a vessazioni e a rischi. Quelle persone non sono famose, nessuno ha mai fatto loro un ritratto, nessuno conosce il loro nome. Io vorrei che questa foto servisse per ricordare che questo è il dramma di un popolo intero, non di una sola persona”.

L’identità di questa ragazzina, che allora aveva 12 anni, rimase sconosciuta a lungo, finchè nel 2002 a seguito dell’ invasione americana dell’ Afghanistan, McCurry tornerà sulle sue orme per ritrovare la ragazza. Dopo una ricerca segreta, condotta da una troupe di National Geographic Television, il reporter rintraccerà la donna, trentenne e madre di tre figli, provata da anni di guerra e sofferenze. La donna non aveva mai visto il suo ritratto prima di allora e ignorava di essere diventata una delle immagini più conosciute al mondo. Le fu spiegato che la sua immagine era diventata famosa e la reazione fu quasi di indifferenza. Gula, però, si dimostrò molto felice quando capì che la foto era diventata simbolo della dignità del suo popolo. Alla ragazza, fotografata in quell’occasione una seconda volta, e alla sua famiglia, Steve McCurry si preoccupò di garantire adeguate cure mediche regalandole, tra l’altro, una macchina da cucire per offrire un futuro migliore a sua figlia.

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Da quest’operazione di ricerca la National Geographic produsse il documentario Search for the Afghan Girl andato in onda per la prima volta il 9 marzo 2003, oltre a ridedicare una prima di copertina alla donna che per 17 anni era stata ignara della fama conquistata nel mondo dalla sua immagine.

“Ho sempre raccontato la storia delle vittime, dei rifugiati, delle persone che devono abbandonare tutti i loro beni, il lavoro, la casa, il Paese in cui sono nati. Sono sempre stato convinto che fossero i soggetti più deboli dell’umanità a raccontare grandi storie su quanto accade nel mondo. Trent’anni fa, lo scopo della foto di Sharbat Gula, la Ragazza Afghana, era quello di far conoscere la piaga dei rifugiati afghani, attirare l’attenzione del mondo su ciò che stava accadendo in quel lontano paese e credo che l’ obbiettivo sia stato raggiunto.

Non penso che il mio lavoro possa rappresentare un reale cambiamento per queste persone, ma può essere un modo per aiutarle, per far conoscere a tutti le loro storie. Un bel ritratto svela sempre qualcosa di importante di una persona e sono sempre stato affascinato dalla possibilità di conoscere la storia e la vita di chi lo ha fotografato attraverso il suo viso, il suo sguardo, come se il vissuto vi fosse inciso in modo indelebile.”

Da più di trent’anni Steve McCurry è una delle voci più rappresentative della fotografia contemporanea e ha firmato decine di copertine di libri e riviste, più di quindici volumi e innumerevoli mostre in tutto il mondo.

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Steve McCurry

La passione per il viaggio si delinea presto: dopo il liceo parte alla volta dell’Europa e ci resta per un anno. Al suo ritorno in America studia Storia, Cinema e Fotografia al College of Arts and Architecture della Penn State University, dove si laurea nel 1974. È in quegli anni che si avvicina alla fotografia: frequenta un corso che gli fa conoscere le indagini sociali portate avanti da alcuni documentaristi e resta affascinato dalla potenza espressiva del mezzo, dai ritratti al tempo stesso drammatici e delicati che una ripresa frontale può creare, dando vita a immagini che resteranno assolute.

Deciso a diventare un fotografo professionista, muove i primi passi in un giornale universitario e poi avvia una collaborazione con il Today’s Post. Ma la routine lo opprime e il bisogno di muoversi si fa sempre più pressante, così nel 1978 lascia il Today’s Post e parte per l’India dove tutto ha inizio.

Il fotografo elabora un piano di lavoro molto articolato, che lo condurrà attraverso tre continenti, dallo Sri Lanka al Nepal, passando per la Cina, le Filippine e l’Australia. Le aspirazioni documentariste diventano più complesse e ambiziose, pensa alla fotografia come lo strumento per raccontare interi universi.

Il suo anno perfetto è stato a cavallo tra 1983 e il 1984, quando realizzò le tre storie più importanti della sua carriera: il lavoro sui monsoni, il lungo viaggio in treno in India,               l ‘Afghanistan, i rifugiati e il famoso ritratto della ragazza.

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Steve McCurry, Sarto del Gujarat in mezzo al monsone

“Sapevo che prima o poi me ne sarei andato. Essere un buon fotografo non significa necessariamente viaggiare in paesi lontani ma io avevo bisogno di uscire dalla mia comfort zone e di partire in esplorazione”

McCurry usa la fotografia per sollevare temi di attualità e ad andare a fondo nelle vite che incontra per caso o per scelta. Lo fa attraverso un linguaggio profondo e universale capace di raggiungere un pubblico molto esteso e di far conoscere vicende e popolazioni lontane: le sue fotografie hanno reso il mondo più attento, più vicino, costringendo anche gli osservatori più distratti a non voltarsi dall’ altra parte.

“È necessario molto tempo per sviluppare una propria visione e avere un proprio stile, non bastano settimane o mesi ma servono anni. Ci vogliono pratica, disciplina e perfezionamento per riuscire: le foto sono una cosa così immediata da scattare è un gesto così veloce che la gente pensa si possano fare in fretta. È qui che sbagliano: se vuoi essere un fotografo devi guardare molto e provare molto. Io ho guardato tantissimo soprattutto Henri-Cartier- Bresson, nessun altro è arrivato così vicino all’eleganza, alla completezza e alla perfezione”.

Dal 13 giugno 2018 l’appuntamento è con Steve McCurry – Icons a Firenze in Villa Bardini con i 100 migliori scatti di questo grande maestro della fotografia contemporanea, attivo da ormai quasi quarant’anni e punto di riferimento per un larghissimo pubblico.

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Micael Dellecaccie scrive storie su Auralcrave. Seguilo su Facebook e Instagram.

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