I Sogni Segreti di Walter Mitty: il senso di un film d’altri tempi

Fino a venti anni fa il termine “rottamazione” si riferiva semplicemente alle automobili e ad alcuni mezzi meccanici che, essendo oramai poco funzionali, venivano sostituiti con dei mezzi nuovi e più performanti. Nella magnificente epoca che invece stiamo vivendo ora, questo termine è ormai usato anche per gli esseri umani (addirittura alcuni partiti politici ci hanno costruito campagne elettorali sopra), tutto in onore ad un sistema economico che non si occupa più delle persone, anzi il contrario, prima le spreme e poi le getta via. Questo ha portato la fine di molte aziende storiche, ma anche testate editoriali di un certo rilievo, ed è proprio da questa condizione che l’insospettabile Ben Stiller confeziona una pellicola che, come impegno e riflessioni, lo riporta ai fasti del suo esordio alla regia nel Novantaquattro.

Il film a dire il vero ha subito diversi remake, ma soltanto nel titolo. Tutti però hanno preso qualcosa dal racconto originale di James Thurber, storico fumettista del New Yorker diventato in seguito scrittore. La storia di questa pellicola è altrettanto avventurosa quanto quella dell’ultimo protagonista: il film era stato preso in considerazione già dalla metà degli anni Novanta per un rifacimento da parte del produttore Samuel Goldwyn Jr., il cui genitore si era già occupato dell’adattamento della stessa storia realizzato nel 1947 (in Italia uscì col titolo Sogni Proibiti), e si pensò ad uno degli attori comici più grandi dell’epoca e sulla cresta dell’onda, Jim Carrey. Addirittura qualche anno dopo si inserì nel progetto anche il regista premio Oscar Ron Howard, “Richie Cunningham” per gli amici, ma ci furono divergenze e problemi creativi che fecero nuovamente congelare il progetto e la produzione lo mise nuovamente in stand-by. Nel frattempo gli anni passarono, e nella pianificazione dell’opera entrò l’ennesimo grande nome: Steven Spielberg. Il regista di Cincinnati coinvolse anche la sua casa di produzione, la Dreamworks, ma alla fine anche loro rinunciarono per altri progetti, tra cui il capolavoro Munich. Dopo tutte queste peripezie, ed altri grandi nomi del cinema come Owen Wilson, Mike Myers e Scarlett Johansson, la prima decade del nuovo millennio diede definitivamente nuova linfa alla progetto con Ben Stiller, che accettò subito il ruolo da protagonista offrendosi anche per la regia.

Bisogna riconoscere al regista una sincerità di fondo non mirata come sempre all’incasso, come di solito fanno i suoi film, con le medesime gag da grandi masse che vanno al cinema solo per distrarsi e staccare la spina. Quello che racchiude l’opera è un sogno, l’aspirazione alla libertà a cui in molti ambiamo, il viaggio come metafora interiore di ricerca e consapevolezza, ma anche il sapore più schietto della vita, dettato da un uomo valido anche se considerato oramai obsoleto. Un viavai tra realtà e fantasia che fa riassaporare a tutti l’ardire di rimettersi in viaggio, una sorta di racconto “Prattiano” che col il suo Corto Maltese ha salpato tutti i sette mari.

Certamente ad impreziosire il film anche i piccoli ruoli, come quello di Sean Penn nei panni di un grande fotografo naturalista che fa di tutto per ottenere lo scatto perfetto, incensato dalla sua naturale aura di intellettuale alla ricerca dei punti più reconditi del pianeta, o la sempreverde Shirley MacLaine nei panni della mamma di Walter, che prepara una torta Clementina da urlo: voi non perdetela mai di vista, perché potrebbe riservare indizi essenziali nella ricerca del figlio.

“Walter Mitty è il vero uomo nuovo del secolo, la dolce vittima del Cinema, è tutta la sua immaginazione è incatenata ai modelli eroici che ormai lo schermo ha proposto all’umanità”, così veniva descritto sulle pagine de Il Mondo il 9 Aprile del 1949 da Ennio Flaiano, altra rivista che non esiste più, anch’essa rimossa dalla modernità e ritenuta non più utile, anche se molto più attuale di tante pagine scritte oggigiorno. Già allora con il primo remake la storia aveva toccato gli animi di un certo pubblico, ed anche oggi, con le sue ambientazioni affascinanti, il suo enorme lavoro di computer grafica e la colonna sonora che ha come punta di diamante una Space Oddity in versione femminile, il film coinvolge lo spettatore facendolo innamorare della donna di cui tanto Walter è affascinato.

Il protagonista finalmente, anche se di mezza età e considerato non più utile per un lavoro a cui aveva consacrato la sua esistenza, prende finalmente in mano le redini della sua vita, uscendo dal guscio e vivendo appieno quello di cui ha sempre immaginato. Se tutta l’opera non è una argomentazione sufficiente per rivedere le priorità del nostro essere, annegate giornalmente da mille beghe, non vedo proprio cos’altro potrebbe darci la scossa per migliorare la nostra esistenza, tornando forse ad essere un po’ più sognatori.

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